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Intervista all’ex ministro Dc. Prima ancora che a Mario Draghi l’Italia deve votarsi ad Angela Merkel, unica erede di Kohl e del Ppe. Conte? È alle corde e il governo si regge sulla sua fragilità. Dal Pd mi aspettavo di più, non sono riusciti a normalizzare i Cinque Stelle e subiscono il premier

Calogero Mannino, 81 anni, già ministro e prima linea Dc, è davvero un sopravvissuto. Venticinque anni di processi sulla presunta “Trattativa Stato Mafia”, 15 assoluzioni, un record assoluto. Fino all’ultima della Corte di Cassazione, che lo ha dichiarato estraneo alle accuse, una volta per tutte. Fuori dalla politica attiva da tempo e non per sua scelta, rimane tra i più accorti osservatori delle vicende dei palazzi romani, e tra i più critici osservatori del governo Conte-bis, “la sua debolezza è la sua salvezza”.

Mannino, sarà debole ma continua a restare in piedi.

Appunto, si regge sulla sua fragilità. Con un premier debolissimo, alle corde. E un partito, il Pd, che ha perso la sua funzione maieutico-educativa.

Cioè?

Un anno fa si era dato l’obiettivo di normalizzare il Movimento Cinque Stelle, senza riuscirci. Oggi questa maggioranza resiste a una sola condizione: che si rinunci a qualunque pretesa di corregge, modificare o anche solo emendare le proposte dei grillini. La semplicità con cui il Pd ha avallato il taglio dei parlamentari, cambiando volto alla nostra “bellissima” Costituzione, sta lì a dimostrarlo.

Questa maggioranza si regge anche sulla figura del premier, Giuseppe Conte.

Anche lui, come il governo, è riuscito a fare della sua debolezza una forza. Solo così riesce a rendersi accettabile agli occhi del Movimento, che non lo ama ma non può farne a meno, e del Pd, che lo ha scelto pensando di poterlo gestire e solo ora si sta accorgendo dell’errore commesso, perché governo inefficace, soprattutto in questo momento con il problema del Recovery Fund.

Il Pd lo accusa di accentrare troppo, a cominciare dall’intelligence. Il premier dovrebbe iniziare a delegare?

Io credo che serva un chiarimento preliminare. I Servizi sono uno strumento non secondario della politica estera e militare. Bisogna allora spiegare prima quale politica estera-militare il governo voglia fare e quale stia facendo. In quale cornice si deve inserire l’attività dell’intelligence? All’interno di una politica europea dentro la Nato.

La sua risposta?

Non ce n’è una, assistiamo da anni ormai a una disarticolazione della dimensione geopolitica del Paese. Il risultato è che oggi sono altri a dare le carte e non abbiamo la minima bussola della politica estera. Penso agli errori commessi nel Mediterraneo, fino allo spettacolo inverecondo di un premier e un ministro degli Esteri che volano in Libia per battezzare una concessione di Haftar, forse dovuta a un intervento russo.

Crede che l’opzione Mario Draghi sia reale?

Mi astengo da questo gioco. Mario Draghi, da governatore della Bce, ha meritato fiducia e stima, anche da chi nutriva qualche dubbio sulla sua condotta al ministero e in Banca d’Italia. Ha dimostrato di avere una visione dell’istituto, dell’Europa, dell’economia mondiale. È stato a tutti gli effetti una “befana” per l’Italia. Ma non bisogna dimenticare una cosa.

Ovvero?

Senza Angela Merkel non ci sarebbe stato Mario Draghi. È anche e soprattutto quella signora, che non è un accidente della storia ma l’unica erede di Kohl e della tradizione popolare europea, che si deve la salvezza del nostro Paese. Perdendo rapporto con la politica di De Gasperi il Paese brancola nel buio.

Insomma, il governo arriva a fine legislatura?

Dovrebbe, ma mi chiedo come possa riuscirci. Con l’occasione dell’emergenza, continuano a sostenere che non si possa tornare al voto. Un argomento un po’ debole: gli inglesi hanno cambiato premier in piena Guerra Mondiale, non si sono fatti problemi a dare il benservito a Chamberlain per far spazio a Churchill. Bisogna prendere atto che questo governo non ha funzionato.

Però l’Italia sarà il primo beneficiario dei fondi europei per la ripresa. Non è qualcosa?

Certo, andrebbe ricordato che non sono solo regali ma anche indebitamento. Peraltro questo governo già sta facendo ricorso al debito per le esigenze immediate. Rimanendo ostaggio di una pregiudiziale anti-Ue che, come dimostrano le dissennate polemiche dei Cinque Stelle sul Mes, non è prerogativa unica di Salvini e Meloni.

Mannino, allo Spallanzani di Roma è arrivato il primo camion dei vaccini Pfizer. L’Italia è all’altezza della sfida?

Temo di no, e non parlo solo del vaccino. Perché dopo un anno non si è ancora pensato, fatta salva l’autonomia di ogni centro di cura, a coordinare alcuni protocolli sulle terapie? La struttura sanitaria sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza. Paghiamo oggi il prezzo di una riforma, quella del 76-77, che ha centralizzato tutto sull’ospedale. Da allora si è ignorato che la medicina ha sviluppi e articolazioni differenziate. In altri tempi l’emergenza sanitaria, penso alla tubercolosi, è stata affrontata ricorrendo a strutture specializzate.

Chiudiamo su un capitolo che la riguarda da vicino. Nel programma di governo per il 2021 riaffiora, a tratti, la riforma della Giustizia italiana. Da dove bisogna partire?

Faccio una premessa. Nonostante tutto, ho sempre evitato processi generalizzati alla magistratura. Ci sono magistrati che assolvono al loro dovere sostenendo l’urto insopportabile, inammissibile, illecito, illegale, incostituzionale della funzione straripante di alcune procure. Altri, come i giapponesi nella foresta, continuano a ritenere che la rivoluzione del 1992 sia ancora in corso. Sarebbe bene frenare certi estremismi. Il problema è aperto, ha un’importanza decisiva della tenuta del sistema di democrazia che la costituzione ha disciplinato.

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