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Mentre Zelensky racconta il massacro di civili a Bucha, in Ungheria vince Orban, l’unico leader europeo apertamente filo-putiniano. L’articolo di Giorgio Provinciali

L’ORRORE DI BUCHA E LA VITTORIA DI ORBAN

Non ho paura a chiamare la guerra con il suo nome. Questa si chiama onestà, cosa che manca a Viktor Orbán. Forse l’ha persa da qualche parte nei suoi rapporti con Mosca”. (Zelensky, 2022)

In Ungheria, non senza la denuncia di brogli elettorali, vince la paura e si conferma la democrazia illiberale di Orban.

L’unico leader europeo ad aver tenuto posizioni apertamente filo-putiniane. L’unico a non aver applicato sanzioni economiche alla Russia. L’unico non solo a non aver inviato armi agli ucraini ma ad averne anche impedito il transito attraverso i propri confini.

L’unico a storcere il naso ai profughi in fuga da una mattanza, della quale, “Ponzio Pilato” Orban continuerà a lavarsi le mani.

Il contenzioso con l’Ue per aver limitato i poteri della magistratura e le libertà d’espressione e di stampa nel proprio Paese, viene ancor più ad esacerbarsi per la riconferma di posizioni apertamente lontane da quei valori che uniscono invece tutti gli altri Paesi dell’Unione.

Populisti e sovranisti nostrani strizzano da sempre l’occhio a quello stesso motto, vile ed egoista, che maschera dietro la parola “pace” quanto di più lontano da essa si celi: “Non è una guerra nostra”, “le sanzioni no, ci danneggiano”, “le armi no, ci espongono”. Insomma, se la sbrighino loro, noi ci giriamo dall’altra parte. Prima veniamo noi.

Lo slogan “Pace” è tutt’altro che una proposta concreta di quella mediazione per la risoluzione del conflitto in Ucraina: sottende in realtà la velata minaccia di tenere il conflitto lontano dagli occhi, restandone indifferenti, in virtù dei buoni rapporti e degli interessi comuni con l’aggressore.

È di tutta evidenza che ciò a cui stiamo assistendo in Ucraina sia il fallimento totale di ogni diplomazia, che, per otto lunghi anni, ha taciuto o non ha saputo dar voce alla ragione.

L’arma negoziale, che ha fatto cilecca per scarsa abilità o per mancato interesse, necessita ora di un sostegno militare concreto al popolo ucraino, che combatte per quei valori universali, ancorché europei, snobbati da Orban. Soltanto così si potrà aspirare ad avere voce, costringendo a sedersi ad un tavolo un criminale di guerra che avvelena i propri interlocutori al pari dei propri detrattori.

Sul piano economico, l’unica sanzione realmente in grado di piegare l’arma bellica russa è quella coraggiosamente applicata dalle Repubbliche baltiche: chiudere i rubinetti del gas.

Gli orrori di Bucha si sommano a quelli vissuti da almeno quattro generazioni di ucraini, sempre per mano russa, e tutti quanti hanno un nome: “holodomor” e dekulakizzazione, solo per farne un paio.

Nessun ucraino accetterebbe alcuna forma di resa, questa volta. Difficile (se non oltraggioso) anche solo pensare di proporla come soluzione, di fronte alla barbarie kadyrovita, alla furia dei macellai nazisti della Wagner.

Quando qualcuno brucia la tua casa, stupra tua moglie di fronte a tuo figlio, uccide tuo padre e tua madre, vende al mercato nero ciò che ti ha rubato, spara su orfanotrofi, ospedali, asili, trucida partorienti insieme ai neonati, si macchia delle peggiori nefandezze e avvelena i mediatori durante i negoziati di pace è difficile girarsi dall’altra parte e rifiutarsi di sanzionare l’aggressore, di offrire il proprio supporto armato all’aggredito, accogliendo chi ha subito tutto questo orrore. Eppure, Orban lo fa. E riceve il quarto mandato per continuare a farlo, usando come slogan elettorale “Pace, stabilità”.

Anche la sua, è una minaccia: se non mi votate, tutto questo entrerà a casa vostra.

E allora ecco che, chi ha ancora vivo il ricordo dei carri russi a Budapest, vota per quell’offensivo “Pace” macchiato del sangue ucraino, di cui si lava le mani Ponzio Pilato Orban, amico stretto del Cremlino.