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Quando nel 1729 Jonathan Swift pubblicò il suo famoso volume “Una modesta proposta”, gran parte dell’opinione pubblica, scandalizzata, pensò davvero che l’autore de “I viaggi di Gulliver” avesse redatto una serie di ricette cannibali per far ingrassare i bambini poveri e darli poi in pasto al resto della popolazione. Fraintendendo il tono assai serio, la prosa limpida, e le intenzioni sarcastiche e provocatorie dell’autore, intellettuali, giuristi e politici arrivarono al punto di voler denunciare e far perdere il posto di lavoro al povero Swift.

Intendiamoci quindi da subito: non ho intenzione di dare in pasto gli esponenti del centrodestra capitolino ai loro elettori, non mi interessa discettare di cucina o fornire ricette, quasi fossi un Carlo Cracco a scuola da Jeffrey Dahmer, ed è bene precisarlo subito a scanso di qualunque equivoco visto che tra le varie qualità del centrodestra capitolino non abbonda di certo la sagacia. E nemmeno l’ironia, a ben vedere.

Ma arriva sempre un momento in cui il medico pietoso finisce per render ancora più purulenta la piaga, e qui invece è tempo di affondare bene in profondità il bisturi e tagliare sodo al fine di evitare la progressione della gangrena che divora l’area politica non progressista.

La debacle elettorale, perché di questo parliamo, non solo non ha conciliato alcuna forma di analisi ma anzi ha lasciato una sconcertante scia di improvvisazione, errori marchiani e masochismo degno di miglior causa.

Giorgia Meloni, nel tentativo di non addossarsi la responsabilità della scelta di un candidato debolissimo come Enrico Michetti, dice che il problema principale è stata la scelta avvenuta in ritardo, una campagna elettorale troppo breve e il fatto che il povero Michetti non abbia avuto modo di farsi conoscere e apprezzare dall’elettorato.

Pochi giorni dopo, con una trovata degna della penna di Ionesco e Jarry, Michetti annuncia le proprie dimissioni da consigliere capitolino. Dimesso direttamente senza passare dal via, senza nemmeno sedersi per venti minuti sugli scranni dell’Assemblea Capitolina. Con buona pace del ‘farsi conoscere’.

E pensare che Virginia Raggi ha costruito la propria carriera politica e la propria elezione a sindaco partendo proprio dalla poltrona dell’opposizione.

Occasione ghiotta per lo scaltro Calenda, che prima aveva annunciato di rinunciare al seggio e di preferire il rimanere a fare l’europarlamentare, prendendosi le rampogne moralisteggianti del deputato di FdI Mollicone, e poi ci ha ripensato, per non farsi passare per un Michetti qualunque.

Michetti, che secondo la Meloni si sarebbe dovuto far conoscere, avrebbe avuto anni di opposizione per farsi conoscere, per pungolare l’amministrazione a guida Gualtieri e per prendere contezza dei gangli e degli snodi essenziali della macrostruttura capitolina e delle regole spesso non scritte della politica romana, cose queste che nessun professore o avvocato per quanto di grido può conoscere senza esserci passato dentro e senza essersi sporcato le mani con la prassi quotidiana.

Dopo queste dimissioni, sconcertanti, ci si sarebbe attesi che per coerenza con i precedenti enunciati meloniani, Fratelli d’Italia si sarebbe pronunciata con severità su questa scelta priva di senso razionale (se non forse quello di far entrare il primo dei non eletti).

E invece, con l’eccezione autorevole ma isolata di Fabio Rampelli che ha duramente stigmatizzato la mossa michettiana, altre voci del partito meloniano hanno addirittura preso le parti del tribuno radiofonico. L’onorevole Federico Mollicone che si era prodotto in un peana sulla mancanza di rispetto dimostrata dall’allora dimissionario Calenda, su Michetti è rimasto in religiosissimo silenzio. Francesco Lollobrigida, capogruppo di FdI alla Camera, e che qualcuno vorrebbe addirittura candidare in Regione Lazio, forse per perdere senza nemmeno doversi impegnare troppo, ha persino lodato la scelta di Michetti, fuggito lontano verso l’orizzonte. Ha definito le dimissioni “generose“. Sì, avete letto bene, generose. Dicendo pure, testuale, che le dimissioni sono un segno di coerenza e di serietà. Proprio vero che un bel tacer non fu mai scritto.

Chiaramente, dietro queste dimissioni e alla luce della incoerenza delle dichiarazioni degli esponenti del centrodestra viene da pensare che non vi sia stata proprio una scelta spontanea del fu candidato sindaco e che più che altro esse siano state dettate dal realismo politico correntizio, utili cioè per riequilibrare le varie sfumature delle tribù che compongono Fratelli d’Italia capitolina, senza scontentare nessuno a parte gli elettori e propiziando l’ingresso in aula del primo dei non eletti.

Ben altra stoffa ha dimostrato Simonetta Matone che coerente con il voto ricevuto rimane in Assemblea Capitolina, cosa che di certo avrà pure creato qualche mugugno tra i non eletti leghisti, ma che dimostra rispetto per gli elettori e coerenza.

C’è poi, nell’epoca della società dello spettacolo e dei segni che predominano su tutto, un altro aspetto che lascia a bocca aperta, sconcertati, allibiti. Gli esponenti eletti del centrodestra, dimentichi forse della mazzata presa e dell’aver cercato in ogni salsa di essersi accreditati come responsabile e competente forza di governo cittadina, si sono prodotti in meravigliose foto con sorrisi a centosedici denti e meravigliosi slanci pindarici usati come caption tutti a base di una nuova fase politica, di un nuovo inizio.

Nemmeno avessero vinto. Nemmeno si fossero accomodati tra i banchi di maggioranza. Nuovo inizio di cosa, esattamente?

Dopo anni e anni spesi tra i banchi dell’opposizione, a logorarsi, andreottianamente, lontani da qualunque esercizio del potere, e cercando di spezzarsi la schiena per accreditarsi come futura classe dirigente, sono stati scacciati ancora una volta dalla cabina di regia, dal centro nevralgico del potere, con un elettorato che ha preferito disertare le urne piuttosto che conferire loro fiducia.

Ed allora quei sorrisi, quella finta, plastica gioia da selfie da primo giorno di scuola, sono del tutto fuori luogo, sono una offesa palese agli elettori che ancora si chiedono oggi come abbia fatto il centrodestra a puntare su Enrico Michetti, e per quale motivo durante tutta la campagna elettorale non si sia mai sentito parlare nemmeno per sbaglio di programmi, progetti concreti, visione complessiva di una città che ogni giorno affonda nel fango della inazione e della inerzia, sgretolandosi in maniera miseranda.

Viene da pensare che questa classe politica non abbia alcuna seria intenzione di vincere le elezioni e preferisca rimanere a pascolare nel recintino confortante del proprio ghetto, lontana da qualunque responsabilità e lontanissima dal potere. Certo, fare il consigliere di opposizione è comodo: puoi berciare contro le malefatte di chi sta al governo, senza assumerti alcuna vera responsabilità.

Il punto, e il problema, è che sul lungo periodo questa lontananza dal potere ti fa rifluire a una specie di Gollum, incerto, informe e cieco, incapace ormai strutturalmente di concepire l’idea stessa di poter governare e di vincere.

Natural born losers. Perdenti nati. In quelle foto, in quelle dichiarazioni, vedo infatti la gioia pazza dello scampato pericolo, la contentezza di aver perso.

Ed allora ecco la proposta: la classe dirigente capitolina del centrodestra venga spazzata via, sia commissariata dal livello nazionale.

E questo per una serie di ragioni auto-evidenti. Non solo perché Roma è Capitale, vasta platea elettorale e vetrina funzionalmente nazionale, ma anche perché nel ventre di questa città e di una struttura amministrativa elefantiaca, dentro cui le sigle sindacali esercitano poteri senza pari, si agitano forze sociali, produttive, sindacali appunto che rappresentano trampolino di lancio di livello nazionale.

Roma è l’Italia. Non si può pensare alla sua dimensione politica come se essa fosse un piccolo ente locale. Proprio per questo, e sull’onda dell’agghiacciante risultato elettorale, i quadri dirigenti dovrebbero essere azzerati, privati di qualunque potere. Su queste ceneri, il livello politico nazionale dovrebbe costituire una cabina di regia con strutture dipartimentali per iniziare a redigere, con ampie consultazioni degli stakeholder, un autentico programma diviso per temi.

Questa sorta di struttura ‘costituente’ dovrebbe essere gestita da parlamentari non solo romani, da tecnici competenti e conoscitori dell’ente Roma capitale, proprio ora che l’ente si avvicina a dover gestire il Giubileo, l’Expo 2030 e i vari piani del Pnrr, tutti elementi questi che rappresentano un altro evidente motivo della caratura nazionale della politica cittadina.

La struttura che propongo, una sorta di patto federato che faccia affluire su Roma anche esperienze e sensibilità non romane, al di là delle faide, degli odi, delle antipatie spesso carsiche in altri casi evidenti e alla luce del sole, si baserebbe sulla necessità di produzione di documenti, atti, proposte, programma: cose queste che finirebbero per essere valutabili, in itinere e sul lungo periodo.

Non si può fingere, non si può bluffare, non si può dire di aver scritto un programma senza aver fatto nulla in concreto. Proprio per questo, la struttura sarebbe ibrida, metà politica metà tecnica, al fine di mettere in mora e di far controllare a vicenda queste distinte anime e soprattutto immettendo, con la quota tecnica, individui del tutto estranei alle logiche tribali e correntizie che animano Roma.

Lasciare Roma alla sola politica capitolina significa dequotare e depotenziare lo stesso centrodestra nazionale, significa lasciare il boccino della partita e dell’azione solo in mano al centrosinistra, che già oggi vincitore delle elezioni si troverà a poter gestire quegli eventi enormi e importantissimi che faranno confluire su Roma milioni di pellegrini, turisti, imprenditori e fondi. Su Roma, e sul Lazio, si gioca una partita che è nazionale. Non capirlo condannerà alla irrilevanza politica.

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