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Sapevate di avere un’arma di distruzione di massa nel portafoglio? No? Allora apritelo e cercate una sottile tessera di plastica con stampati dei numeri ed il vostro nome. È la vostra carta di credito e dovreste cominciare ad usarla in modo meno distruttivo.

Se non sapete come fare, o semplicemente non vi sentite in colpa neanche un po’, ci penserà la vostra banca a mettervi sulla retta via. Per ora con semplici consigli, in futuro chissà.

La carta di Vancity

L’idea non poteva che trovare terreno fertile in Canada, punta di diamante del “progressismo inclusivo”, col premier Justin Trudeau, così fighissimo e wokissimo, orgoglioso di avere figli femministi e di sostenere la comunità Lgbtq di cui non sa nemmeno pronunciare il nome, ed al contempo così liberal da prendere a legnate i manifestanti contro gli obblighi vaccinali.

Vancity, con sede nella ultra-liberal Vancouver, è la prima banca canadese a lanciare una carta di credito che permetta ai possessori di monitorare quanta anidride carbonica producono con i loro acquisti.

Con un’astuta operazione di marketing i nostri eroi della finanza verde ci dicono che sono così preoccupati per l’ambiente da scaricare sui correntisti le loro ansie, responsabilizzandoli (leggasi colpevolizzandoli) per quello che comprano, permettendo un confronto della loro impronta carbonica mensile con la media nazionale.

Inoltre, potere della finanza etica, se esageri un tantino con la Co2 ti suggeriscono pure come fare per ridurre il tuo impatto.

Lo fanno perché ci vogliono bene naturalmente e perché dicono che i correntisti sono ansiosi di fare qualcosa per combattere il cambiamento climatico e scegliere in che misura “cambiare il mondo” decidendo come spendere i loro soldi.

Le quote di emissioni personali

Il problema è che oltre al marketing c’è di più: dalla finanza etica si fa presto a passare allo Stato etico, dove comportamenti prima consigliati con le buone vengono imposti poi con le cattive.

L’iniziativa di Vancity trova ispirazione in un articolo pubblicato su Nature a firma di quattro esperti (tra cui l’italiano Francesco Fuso Nerini) che trattano di cambiamento climatico, energia e sviluppo sostenibile.

Che dicono di interessante questi esperti? Introducono il concetto di PCA, ossia di personal carbon allowances: in sostanza ti viene concessa una quota di emissioni di anidride carbonica su base personale e sei gentilmente tenuto a non sforare. Particolare non di poco conto, nell’articolo si suggerisce di considerare la PCA come una misura obbligatoria a livello nazionale.

Se tale proposta diventasse realtà, lo Stato si troverebbe ad agire in tutto e per tutto come uno sbirro ecologico in grado di analizzare a livello centralizzato tutte le transazioni tracciabili elettronicamente (come quelle su carta di credito), creando di fatto un “profilo carbonico” dei singoli consumatori.

Crediti sociali alla cinese

Ci sarebbe, in sostanza, un social credit score alla cinese in salsa green con cui punire o premiare i consumatori, proprio a partire da come spendono i loro soldi. Dalla libertà di scelta in fatto di acquisti, agli altri che scelgono al posto tuo, è un attimo.

Esagerato sostenere che ci siano anche queste considerazioni tra chi vuole mettere un tetto all’uso del contante? Probabilmente sì. Ma anche carte di credito legate alle emissioni di Co2 sarebbero parse pura fantasia fino a pochi anni fa.

L’esperimento australiano

Un’iniziativa simile è già partita anche dall’altra parte del mondo: l’Australia’s Commonwealth Bank ha avviato l’anno scorso il suo programma di monitoraggio dell’impatto carbonico delle spese effettuate dai suoi clienti, e con un fantozziano “Come è umano lei”, permette loro di pagare un extra se sforano rispetto al limite di 200 kg di anidride carbonica al mese.

Da notare che in Australia la media nazionale, comunque sia stata calcolata, è di 1.280 kg al mese per persona.

Nel caso australiano il sistema fa leva ancor di più sul senso di colpa (un classico tutto occidentale per imporre l’agenda progressista), informandoti che andando ad un concerto o comprando una torta di compleanno sei responsabile della morte di 5, 10 o 20 alberi. Maledetto consumista, non ti vergogni di uccidere tutti quegli alberi ogni volta che fai la spesa?

Le banche hanno fiutato il business

E qui torniamo alla nostra amica PCA, l’idea del limite di emissioni per ogni singolo individuo: tizio può produrre solo X anidride carbonica; se ne produce di più deve pagare, acquistando “crediti carbonici” da chi magari ha scelto di vivere da asceta con una vita di rinunce.

Qui ci permettiamo di avanzare una ipotesi maligna e irritante. Il settore bancario ha già fiutato il business della futura compravendita di “titoli carbonici”, dove chi consuma troppo compra quote da chi consuma poco, magari con un broker che agisca da intermediario con tanto di commissioni e lo Stato che si prende la sua parte con le tasse. Tutto per il bene del pianeta, s’intende.

Chi dice che la finanza speculativa è aria fritta completamente scollegata dall’economia reale potrebbe finalmente avere la sua rivincita.

E i Paesi in via di sviluppo?

Sarebbe interessante chiedere ai sostenitori di questo meccanismo infernale cosa pensano di fare con gli abitanti delle economie in crescita. Diremo agli indiani ad esempio di stare senza iPhone? Pare già di vedere i nostri progressisti mettere le mani avanti per evitare accuse di razzismo (oggi qualsiasi cosa tu faccia basta a definirti come razzista): i cattivi bianchi inquinatori dovranno fare una vita di sacrifici come risarcimento per il colonialismo, il Rinascimento giù giù fino all’Impero Romano.

Pazienza se sono proprio i Paesi in via di sviluppo ad inquinare di più. D’altra parte, il videoblogger Luca Donadel, che paventa futuri lockdown climatici, lo va dicendo da tempo: “Tu sei la Co2 che vogliono ridurre”.

Nel frattempo, l’unico consiglio che possiamo dare ai lettori è quello di fare attenzione quando al ristorante o al pub ordineranno una birra o una coca-cola: meglio trattenere i rutti, per evitare emissioni immediatamente tracciabili anche senza mezzi elettronici e sentirsi accusare di essere ecologicamente irresponsabili prima ancora che maleducati.