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Successi e limiti del trumpismo di Trump. Le conclusioni del saggio “Il quadriennio Trump” di Stefano Graziosi, analista del Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli

 

E’chiaro che la tesi di chi vorrebbe considerare il trumpismo come un fenomeno intrinsecamente autocratico sia errata. Il trumpismo è infatti una forma tipicamente americana di populismo, che ha cercato di dare una risposta ai «dimenticati» dalla globalizzazione. Una risposta che è avvenuta attraverso la costruzione di un discorso nazionalista e interclassista. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che proprio il nazionalismo rappresenti un pericolo, in quanto potenziale fonte di autoritarismo e conflitti internazionali: il che sembrerebbe confermare, anziché sconfessare, la tesi del trumpismo autocratico. Eppure le cose non stanno così.

Come evidenziato da John Mearsheimer, il nazionalismo (che trova il suo carattere distintivo nell’autodeterminazione e nella difesa della sovranità) è tendenzialmente contrario all’intromissione negli affari degli Stati esteri: un elemento che riduce quindi il rischio di conflittualità tra attori statali. Ben più tendente a una politica estera proattiva (e finanche bellicosa) è invece quell’interventismo liberal, che mira a condizionare gli Stati esteri: condotta, questa, che aumenta di contro la probabilità di guerre. Tutto questo, senza trascurare che la salvaguardia dell’interesse nazionale non implica di per sé l’isolazionismo o uno sterile egoismo, trattandosi – al contrario – di una visione perfettamente compatibile con la cooperazione internazionale: anzi, in un certo senso la favorisce, perché tende a rendere i rapporti interstatali più prevedibili e conseguentemente stabili.

E attenzione: perché non si tratta soltanto di dinamiche internazionali. Quelle democrazie liberali – nota sempre Mearsheimer – che si preparano costantemente a combattere conflitti (o che li combattono effettivamente) vedranno – con la scusa delle minacce esterne – una progressiva erosionedelle libertà civili al loro stesso interno.

«L’atmosfera di sospetto», ha scritto non a caso il politologo statunitense, «porta invariabilmente a comprimere i diritti individuali e a monitorare i cittadini con modalità illiberali». Basterebbe del resto ricordarsi del Patriot Act di George W. Bush o del caso Snowden ai tempi di Obama. La narrazione dominante è quindi ribaltata. Il trumpismo non è intrinsecamente autocratico e non può semplicisticamente essere ridotto ad alcuni singoli errori individuali di Trump. Si tratta di qualcosa di ben più complesso, che trascende la figura storica dello stesso Trump. E che, pur a fronte di indubbi limiti, lascia un patrimonio politico importante: un patrimonio che non può essere gettato alle ortiche. Negli Stati Uniti. E altrove.

Il tema della cultura politica è allora non soltanto un elemento di cui – come già detto – lo stesso Trump non potrà fare a meno, nel caso nutra realmente intenzione di ricandidarsi in futuro. Si tratta infatti di una questione che debbono porsi anche quegli schieramenti partitici che, in Italia, proprio all’eredità del trumpismo hanno guardato e continuano a guardare. Non certo per farne una pedissequa e irrealistica imitazione nostrana, ma per assorbirne gli aspetti migliori e più fecondi. Un’operazione che, vista l’ostilità di gran parte dei media e dell’intellighenzia, non può essere lasciata al caso, ma che – oltre al lato carismatico e di impegno territoriale – deve contemplare necessariamente anche una dimensione di sistematicità dal punto di vista culturale e ideologico. Si tratta di una strada essenziale.

Perché – in caso contrario – si rischia l’irrilevanza o, peggio, il fallimento.

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