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Da Bloomberg a Reuters, anche le principali testate e agenzie internazionali leggono l’atteso Trattato del Quirinale che verrà firmato la prossima settimana, in occasione della visita a Roma del presidente francese Emmanuel Macron, come una mossa di Italia e Francia per non farsi trovare impreparate all’inizio dell’era europea post Angela Merkel, che a inizio dicembre dovrebbe passare il testimone, dopo 16 anni alla guida della Germania, a Olaf Scholz.

Si chiama Trattato del Quirinale probabilmente per replicare il Trattato dell’Eliseo, firmato da Francia e Germania nel 1963 e rinnovato nel 2019 ad Aquisgrana da Macron e Merkel. Alla Farnesina c’è chi sottolinea la spinta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In ogni caso, il Quirinale non ha messo mani ai testi, la cui stesura, compresi i settori interessati, è stata affare per i governi e le diplomazie.

E così il Trattato ha seguito gli alti e i bassi nelle relazioni bilaterali. Allo slancio del 2017-2018 dell’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno fatto da contraltare alcuni rallentamenti. Come lo strappo diplomatico seguito all’incontro del 2019 tra i Gilet gialli e alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, tra cui Luigi Di Maio, allora vicepresidente del governo gialloverde di Giuseppe Conte: fu toccato il punto più basso nei rapporti tra i due Paesi, con il ritiro dell’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, anche a causa degli attacchi dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sul controllo dell’immigrazione. È stato poi lo stesso Di Maio, da ministro degli Esteri del secondo governo Conte, quello giallorosso, a rilanciare il Trattato del Quirinale nel giugno del 2020, in occasione della visita a Roma dell’omologo francese Jean-Yves Le Drian.

Nelle prime settimane di vita del governo guidato da Mario Draghi, Vincenzo Amendola e Clement Beaune, rispettivamente sottosegretario di Stato italiano per gli Affari europei e segretario di Stato francese con delega per gli Affari europei, avevano scritto un intervento a quattro mani sul quotidiano La Stampa. “La cooperazione italo-francese ha spesso aiutato l’Europa a progredire. Continuiamo a mantenerla viva”, sostenevano. Come fare per rilanciare l’asse Roma-Parigi, obiettivo tra le priorità dell’agenda Draghi annunciata pochi giorni prima alla Camere? “Lavorando insieme su progetti concreti, saremo in grado di moltiplicare l’efficacia e la portata del nostro rilancio”, dicevano. “Con questo obiettivo in mente stiamo lavorando congiuntamente su un trattato italo-francese che ci consenta di strutturare in maniera più continuativa il dialogo e la cooperazione necessari per affrontare insieme le sfide comuni”, aggiungevano con riferimento al Trattato del Quirinale.

Con Draghi, osservava Jean-Pierre Darnis, professore all’Université Côte d’Azur e consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali, su Formiche.net, si è aperta “un’ulteriore opportunità a livello bilaterale italo-francese, che però potrebbe essere soltanto uno dei frutti di una rinnovata leadership italiana in Europa”. In questo contesto, scriveva ancora, il Trattato del Quirinale potrebbe “rappresentare un’opportunità per maggiormente istituzionalizzare i rapporti fra Parigi e Roma, cosa giusta e necessaria per superare le questioni personali e affermare il dialogo bilaterale come un ulteriore ancoraggio dell’Unione europea”.

Nelle scorse settimane Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni, oggi eurodeputato del gruppo Renew eletto in Francia, aveva assicurato a Repubblica che “il Trattato garantirà comunque una base solida e strutturata per far funzionare la relazione tra Italia e Francia, creando una serie di gruppi di lavoro congiunti e scambi più fluidi”. Oggi è arrivato il sostegno anche della leader sovranista Marine Le Pen. La presidente del Rassemblement National, intervistata dal Corriere della Sera, ha definito l’intesa come “un ulteriore segno del grande ritorno delle relazioni bilaterali tra Paesi sovrani”. “A Bruxelles”, ha aggiunto “non c’è un muro che possa cadere all’improvviso come il muro di Berlino. Ci vorrà del tempo, ma le nazioni riconquisteranno il loro spazio”.

Dopo il G20 e i frequenti incontri tra Macron e Draghi (l’ultimo la scorsa settimana a Parigi in occasione della conferenza sulla Libia che i due leader hanno co-presieduto, la firma è prevista tra giovedì 25 e venerdì 26 novembre, quando il presidente francese avrà un colloquio al Quirinale e uno a Palazzo Chigi. I testi da siglare sono due e su entrambi c’è il massimo riserbo: uno è il Trattato, l’altro è un programma di lavoro non diverso dalle conclusioni operative in uso nei vertici bilaterali. In queste ore si stanno limando gli ultimi dettagli. Come evidenzia Il Sole 24 Ore, “non esiste un vero focus del Trattato rispetto ad altri temi”: si spazia dalla difesa e sicurezza (in vista del drone europeo e dello Strategic compass che dovrà essere approvato nei primi mesi del 2022 sotto la presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea) agli Affari esteri (tra cui aree in cui i due Paesi hanno avuto spesso posizioni opposte in Medio Oriente e Nord Africa), dall’immigrazione alla giustizia, dall’energia (nucleare compreso) al governo dello spazio cibernetico.

MF Milano Finanza ricorda che “negli ultimi anni le relazioni economiche si sono fatte sempre più intense”. Basti pensare alla fusione tra Fiat e Psa con la nascita di Stellantis, all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti in Euronext o alla collaborazione in ambito spaziale. Ci sono state anche battute d’arresto, come il nulla di fatto dell’affare Fincantieri-Stx, con il gruppo triestino che non è riuscito a completare l’acquisizione degli Chantiers de l’Atlantique. È il direttore dello stesso giornale, Roberto Sommella, a firmare un editoriale che suona come una sveglia: “Devono esserci determinate condizioni” all’intesa: per prima cosa, sostiene, “non si deve trasformare in un accordo pallido e subordinato a quello di Aquisgrana tra Parigi e Berlino, in cui i due Stati, da sempre testa e motore dell’Unione europea, ipotizzarono un assetto bipolare per l’Europa del futuro in materia economica, sociale e di difesa, di fatto saltato col Covid”.

Sommella chiede “rispetto” dai “cugini-concorrenti” e sottolinea la “tradizione francese” di Stellantis, l’accento “fin troppo del Nord Europa” della nuova Borsa sotto l’egida di Euronext e le mosse italiane di Vivendi (“Tim e Mediaset ne sanno qualcosa”) che “non sta certo facendo il bene dell’assetto finanziario italiano, come non l’ha fatto l’antitrust francese nel caso Fincantieri-Stx”. Per questo, se il Trattato “grazie all’opera di Draghi e dei diplomatici della Farnesina, servirà a sancire un sano principio di reciprocità nei rapporti di forza, sarà il benvenuto. Diversamente rischia col tempo di trasformarsi in un Trattato dell’Eliseo”, conclude.

Come detto, i temi dell’accordo sono tenuti sotto il massimo riserbo. Tanto che anche il Parlamento ne è all’oscuro. Perfino il Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che, come ricorda MF, lo scorso anno puntò un faro su eventuali mire francesi verso le banche italiane. Il passaggio parlamentare del Trattato appare in ogni caso inevitabile. Infatti, spiega una fonte diplomatica a Formiche.net, si tratta di un vero e proprio trattato internazionale di natura politica, dunque la ratifica, alla luce dell’articolo 80 della Costituzione, richiede un atto del Presidente della Repubblica che deve essere autorizzato con una legge del Parlamento e controfirmato dal governo.