si-alla-giustizia-riparativa,-la-catena-dell’odio-va-spezzata

«Mai, invero, si placano quaggiù gli odi con l’odiare: con il non odiare si placano, questa è Legge Eterna». Movendo dal verso posto qui in epigrafe – così squisitamente buddhista nella forma quanto universale nella sostanza – vorremmo parlare di ciò che assai colpevolmente si affaccia nel nostro Paese parecchio tardivamente, una realtà che va sotto la denominazione di «giustizia riparativa» e di cui si è sentita l’eco nella recente riforma del processo penale fortemente voluta da Marta Cartabia.

Dalla sola definizione sorgono legittimi alcuni interrogativi, quali: «ma la giustizia, di per sé, non è già riparativa? Non è intrinseco alla nozione stessa di giustizia lo scopo – come si suol dire anche colloquialmente – di “raddrizzare il torto”, “restituire il maltolto”, “pareggiare i conti”, “fare giustizia”, per l’appunto!?». Perché, dunque, questo apparente pleonasmo? Domande nient’affatto peregrine, e una risposta a esse esiste e tenteremo di darla.

Se c’è una cosa nella quale noi esseri umani eccelliamo – oltre che nel trovare giustificazioni per tutto – è certamente quella di dimenticare e di farlo in fretta; abbiamo una memoria sì corta (quando ci conviene) da poter affermare senza esagerazioni che se vi è qualcosa che la Storia insegni è che essa non insegna nulla. Il che, paradossalmente, è comunque qualcosa.
Dopo millenni di esecuzioni capitali (che tutt’ora sussistono in numerosi paesi), di lavori forzati, delle più disparate e fantasiose sevizie fisiche e psicologiche, dell’istituzione di veri e propri «cimiteri per vivi» (F. Turati) – ove si lasciano letteralmente languire sino al termine della loro esistenza esseri che smettono di essere umani e che sopravvivranno di vane speranze, ineluttabilmente trasformantisi in disperazione – l’umanità ha imparato ben poco, a voler essere buoni, e certamente il crimine non è diminuito e men che meno scomparso, ovviamente, ammesso che fosse realmente questo l’obiettivo prefissatosi ogni volta con l’utilizzo di tali mezzi “deterrenti” (sic!). Anzi, sotto questo riguardo, si è certamente fallito nella maniera più assoluta. A ben guardare, pare che ormai intorno a noi non ci sia altro che violenza e malvagità delle più gratuite, beote e ripugnanti, come mai viste prima. Si ha l’impressione che il «male» l’abbia avuta vinta e che la barriera che conteneva le famose orde di Gog e Magog sia totalmente crollata e che queste vaghino liberamente su tutta la terra, la quale appare come pervasa e avvolta da un velo d’oscurità dei più asfissianti, quasi a voler soffocare quelle poche realtà ancora spiritualmente vive atte al riscatto e alla salvezza dell’anima umana che ancora vi aspiri. Che non si leggano, però, tali considerazioni come un’abdicazione pessimistica di fronte al mondo “malato” e da rifuggire, tutt’altro! Il nostro non è che un sano e sereno realismo dinanzi ai fatti, anche perché viviamo con la ferma certezza che «porta inferi non prevalebunt».

Tornando alla memoria, questa ci fa così “difetto” che abbiamo sentito il bisogno e la necessità d’istituire le Giornate della Memoria per rammentarci di tutto, anche di quelle cose che dovrebbero essere le più scontate all’animo realmente umano. Così abbiamo quella per ricordare la barbarie della Shoah e contro l’antisemitismo; quella per Hiroshima e Nagasaki; quella per le vittime delle Foibe; per il genocidio degli Armeni… La lista è lunghissima e, ahinoi, non mancherà di accrescersi vista la poca capacità che abbiamo a imparar dai nostri delitti passati. Pertanto ci sentiamo di poter abbozzare una risposta almeno parziale alle domande con cui abbiamo aperto queste considerazioni e dire che era più che logico dover sentire prima o poi la ineludibile necessità di apporre la qualifica di «riparativa» a una forma e un percorso di giustizia che non pretende affatto di sostituirsi – per il momento, almeno – a ciò che ci è familiare sotto questo nome, ma sovrapporvisi semmai per soddisfare l’esigenza di restituire al concetto di giustizia il suo significato primevo e l’originario ruolo, ossia quello di bilanciare nei limiti delle possibilità umane uno squilibrio qualsiasi e dunque restaurarla nella sua propria funzione. Purtroppo, infatti, assai sovente questa funzione riparativa della giustizia è totalmente elusa e disattesa, tradendo de facto la sua stessa essenza, in quanto pressoché sempre – magari pensando di far del “bene” – la concezione che ci ritroviamo applicata in una sentenza è quella meramente punitivo-retributiva, senza avvedersi che proprio in tal modo d’operare si finisce per eccedere nel catalizzare tutta la “cura” sull’autore del delitto, trascurando bellamente la vittima di esso – una vera e propria inversione dei fini.

È da questo punto di vista, dunque, che la cosiddetta «giustizia riparativa» (o «riconciliativa», «rigeneratrice», restorative justice in inglese) si pone come realmente rivoluzionaria – etimologicamente parlando, da re-volvere –, in quanto si prefigge di riportare al «principio» e al suo senso autentico il concetto di giustizia, senza per questo voler escludere il lato sanzionatorio che con la pena (d’una qualsiasi specie) vada a soddisfare, in un certo qual modo, il desiderio di vendetta di cui tutti, a diversi gradi, siamo normalmente portatori poiché, come ha magistralmente rilevato il Dott. Bouchard – rievocando la ben nota tragedia eschilea – l’istituzione dei tribunali fu voluta dalla Dea Atena «non perché la vendetta [fosse] ingiusta di per sé, perché se proporzionata contiene un’idea di giustizia, di civiltà. Ma […] perché [volle] impedire la ripetizione all’infinito del meccanismo vendicativo, che è una prospettiva profondamente diversa».
*Detenuto nel carcere di Catanzaro
(1- continua)

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