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Scuola, da domani rientro in classe per 5 Regioni

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Usa: vince un miliardo alla lotteria con biglietto da 2 dollari

AGI – E’ ancora senza identità la persona che ha acquistato in un alimentari di Novi, in Michigan, il biglietto della lotteria Mega Millions che ha assegnato un premio da un miliardo di dollari, il terzo più alto della storia degli Stati Uniti. Il jackpot era salito a cifre record dopo che per 37 volte non c’era stato un vincitore. Nel weekend, però, è uscita la cinquina vincente: 4-26-42-50-60, più il “mega ball”, 24. E il fortunato che l’ha centrata aveva in tasca un biglietto pagato appena due dollari. Il vincitore, o vincitrice, può scegliere se farsi pagare mensilmente per i prossimi trent’anni il miliardo di dollari (oltre 800 milioni di euro) oppure incassare il premio in una sola volta. In questo caso, però, la cifra si riduce a 739 milioni di dollari, che diventano 530 milioni dopo le tasse. Il ritardo che ha fatto salire il jackpot è probabilmente dovuto anche al forte calo delle vendite di biglietti della lotteria, dimezzatesi rispetto al picco dell’ottobre 2018. Il numero totale di decessi dall’inizio dell’epidemia in Italia sale a 85.461. In aumento i guariti, oggi 10.885, per un totale di 1.882.074. La regione con più casi nelle 24 ore è anche oggi la Lombardia, +1.375 (ieri 1.535), seguita da Emilia Romagna con +1.208 (ieri 1.310), Campania con 1.069 (ieri 1.150) e Lazio con +1.056 (ieri +1.297). I casi totali da inizio epidemia sono 2.466.813, mentre il numero di persone attualmente positive è di 499.278, in aumento rispetto a ieri (498.834). Di questi positivi, in isolamento domiciliare sono 475.569 (ieri 475.045).

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In Lombardia inutilizzate 900 mila dosi di anti-influenzale costate 10 milioni di euro

AGI – Per la campagna vaccinale anti-influenzale 2020/2021 la Regione Lombardia ha speso 31.893.400 euro per avere a disposizione 2.675.888 dosi, di cui ne sono state inoculate 1.818.601, al di sotto del target di circa due milioni e seicentomila indicato a ottobre dalle autorità sanitarie lombarde. Al 15 gennaio avanzano, in questo calcolo, circa 900 mila dosi non usate per i vaccini e rimaste nei magazzini per un valore di dieci milioni di euro. I dati, anticipati dal tgLa7, risultano da alcuni documenti interni a Palazzo Lombardia letti dall’AGI dai quali si evince come questi numeri si discostino in modo netto dagli anni passati. Nel 2019/2020 le spese ammontarono a 9.057.925 milioni di euro per 1.378.555 dosi utilizzate e nel biennio ancora prima a 1.406.945 milioni per 1.289.991 dosi utilizzate. La percentuale di copertura tra i 60 e i 64 anni – altro dato che emerge – aveva come obbiettivo minimo fissato dal governo quello del 50% che significava 315mila dosi in questa fascia d’età. Se ne fanno invece poco più di 100mila il che vuol dire che è stato coperto il 16% di questa popolazione invece del 50%. “La campagna vaccinale in Lombardia è partita troppo tardi – commenta Samuele Astuti, responsabile del Pd per la Sanità in Regione – e ha avuto mille intoppi. La Regione ha commesso molti errori e questi hanno un costo che oggi possiamo quantificare, almeno dal punto di vista economico, in dieci milioni che avremmo potuto spendere sicuramente meglio che non in dosi, peraltro strapagate, che dovranno essere buttate”.

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Carelli sfida il Movimento: “Parlare con Renzi se si dimostra affidabile”

AGI – “Ritengo logico e saggio sedersi intorno a un tavolo con Italia Viva, per cercare un accordo di fine legislatura che porti anche a un rimpasto di governo, che migliori la squadra e inserisca competenze nuove. Molti parlamentari 5 Stelle la pensano come me”. Lo ha dichiarato in una intervista al Corriere della Sera il deputato Cinquestelle Emilio Carelli, secondo il quale il dialogo con il leader di Italia viva va riaperto. “So di essere in contrasto con le posizioni ufficiali, ma per me la cosa più importante è l’unità di intenti e mi sembra giusto provare a indicare soluzioni”. Il parlamentare del Movimento non rilasciava interviste da tempo e ha deciso di farlo in un momento decisivo per l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, atteso in settimana da un delicato voto sulla relazione sulla giustizia del ministro Bonafede. “Ritengo logico e saggio sedersi intorno a un tavolo con Italia viva – spiega Carelli – per cercare un accordo di fine legislatura che porti anche a un rimpasto di governo, che migliori la squadra e inserisca competenze nuove. Molti parlamentari 5 Stelle la pensano come me”. Il Corriere fa notare che sia proprio il premier a non fidarsi di Renzi. “In politica a volte anche i contrasti personali devono essere messi da parte”, risponde Emilio Carelli. “Con il gesto irresponsabile di togliere la fiducia al governo, Renzi ha dimostrato di essere inaffidabile. Io sento di dovergli fare un appello, perché dimostri in qualche modo di essere affidabile, così che il governo possa rimettersi al lavoro per portare avanti i progetti del Recovery plan, che valgono 223 miliardi”. “Sarà Mattarella a decidere, ma noi ci siamo stretti intorno a Conte e riteniamo fondamentale che resti premier”, ha dichiarato Carelli al Corriere. “E a chi parla di governi elettorali ricordo che in tanti anni di storia della Repubblica hanno svolto un ruolo minimo. Le elezioni sarebbero una iattura. Nel 2018 abbiamo ricevuto dagli elettori l’investitura a governare e abbiamo l’obbligo politico e morale di portare a termine la legislatura”. Il deputato Cinquestelle va contro la linea del Movimento – nessuna apertura a un dialogo con Renzi – e si rivolge anche al premier, il primo che sembra non volerne sapere di riallacciare i fili del negoziato con Italia viva. “Il mio appello a cercare un accordo è rivolto a tutti”, spiega Carelli. “Anche se Conte, che ha lavorato molto bene in questi due anni e mezzo, ha già dimostrato grande disponibilità. Come dice il sondaggio pubblicato dal Corriere, con centinaia di morti al giorno solo 2 italiani su 10 vogliono elezioni anticipate”. “Io sono convinto – aggiunge – che solo un governo politico con un forte patto di legislatura possa affrontare la pandemia e il G20. Gli italiani non capiscono il perché di questa crisi e noi stiamo lavorando con senso di responsabilità per risolverla”.

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Sisma di magnitudo 7,1 in Antartide, evacuate basi militari

AGI – Un terremoto di magnitudo 7.1 ha colpito l’Antartide ieri notte, seguito da un’altra scossa registrata nel Cile centrale, mentre un falso allarme tsunami ha causato il panico tra la popolazione. Il terremoto avvenuto alle 20:36 locali (le 00:36 in Italia in Italia) in mezzo al mare, a circa 210 km dalla base cilena Eduardo Frei in Antartide, e la conseguente allerta tsunami, hanno fatto scattare l’allarme evacuazione per nove basi militari e scientifiche del Cile e altri Paesi. L’Ufficio emergenze nazionali (Onemi) ha lanciato l’allerta tsunami per l’area antartica, ma a causa di un errore tecnico il messaggio è arrivato ai cellulari di buona parte dei 18 milioni di abitanti del Paese. Ottanta persone sono state evacuate dalla base Frei, che si trova a 1.230 km dalla terraferma, sull’isola di King George e ha una popolazione massima di 150 persone in estate e circa 80 in inverno. Altre 80 persone sono state evacuate dalle basi cilene di O’Higgins, Fildes e Prat, dove non sono stati registrati danni; piani di evacuazione sono stati attuati anche in cinque basi straniere nelle vicinanze, sebbene non sia stato specificato di quali Paesi. Dopo quasi due ore, Onemi ha ritirato l’allerta tsunami. Nessun pericolo per la stazione antartica italo-francese di Concordia a Dome C., che ha registrato con la sua strumentazione il sisma, ma si trova molto lontana dalla base Frei, ha fatto sapere il Cnr che ne coordina le attività dal punto di vista scientifico. Meno di un’ora dopo questa scossa, alle 21:07 ora locale, si è registrato un altro terremoto di magnitudo 5.8 con epicentro a 14 km da Santiago, a 122 km di profondità. Onemi ha fatto sapere che non sono stati segnalati danni a persone o edifici. La scossa ha generato panico tra la popolazione perché per sbaglio ha ricevuto sui cellulari l’allarme tsunami, che però si riferiva alla costa antartica.

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“Quali sarebbero i ricatti? Il Paese è fermo”, dice Bellanova

AGI – “Si possono condividere o meno le modalità, ma tanti nel riconoscono che la nostra non è battaglia strumentale ma abbiamo posto questioni vere che riguardano il futuro di questo paese”. Lo ha detto la senatrice di Iv Teresa Bellanova, ospite di ‘Agenda’ su Sky TG24. “Non è il momento di concentrarci sulle divisioni ma di riprendere per mano il Paese adottando quelle azioni che lo rimettano in condizioni di ripartire. Non considero una minaccia le elezioni ma in questa situazione vengono brandite in questa circostanza per invitare a cambi di casacca”. Per l’ex ministro “l’apertura al dialogo è sempre una cosa importante” e alle accuse rivolte al leader di Iv Matteo Renzi replica: “Ma quale sarebbero i ricatti? Il Paese è fermo ed ha bisogno di avere una sua strategia per uscire dalla situazione di emergenza sanitaria ed economica. Il Paese ha bisogno di avere un suo progetto. e questo ancora non è chiaro. Ho chiesto più volte a Conte quale fosse la sua idea di sistema Paese. Noi abbiamo posto temi che dovrebbero assillare tutte le forze politiche”. Sui “cambi di casacca” per evitare le urne, Bellanova afferma: “Questo determina disgusto e allontanamento dalla politica. Bisognerebbe dire che non si può andare al voto perché in questo momento significherebbe rinunciare all’utilizzo del Recovery sul quale non c’è dubbio che siamo in ritardo. È chiaro che l’Europa non è soddisfatta del lavoro fatto e che bisogna migliorarlo. Andare al voto significa saltare tutti gli appuntamenti con l’Europa. Questo paese ha tutte le energie in questo Parlamento per rimettere insieme una coalizione che parte dal perimetro degli ultimi sedici mesi e mettiamoci al lavoro perché non c’è più tempo da perdere”. Quanto all’imminente voto sulla relazione Bonafede, attesa per mercoledì o giovedì, Bellanova ha dichiarato: “Se la relazione ancora non è pronta è perché bisogna rivedere ancora un po’ di questioni. Bonafede sa che per noi una giustizia giusta non significa mai diventare ‘manettari’ e giustizialisti”. “Ancora prendere tempo? – ha proseguito Bellanova – Il Paese è bloccato ed ha bisogno di un Governo nel pieno delle sue funzioni, di rivedere punti fondamentali della sua programmazione, di dare risposte alle ansie dei cittadini. Noi ascolteremo e valuteremo. Certo, il ministro Bonafede non può metterla sul piano personale, si tratta di scelte politiche. E di quale idea si ha della giustizia. Valuteremo in base al contenuto della relazione. Ma è difficile che Iv darà consenso sia alla Camera che al Senato se le proposte saranno quelle su cui Bonafede si è attestato in questi anni e se la raccolta del consenso viene portata avanti in un modo non proprio qualificante”.

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37 anni fa il Macintosh, il computer che ha cambiato l’innovazione (e la pubblicità)

AGI – “Il 24 gennaio Apple presenterà il Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà il 1984”. Era il 22 gennaio del 1984 quando questa frase comparve sugli schermi delle televisioni americane sincronizzate per vedere il diciottesimo SuperBowl, da sempre l’evento più seguito negli States. La frase compariva alla fine di uno spot diretto da Ridley Scott: 30 secondi che hanno cambiato per sempre il linguaggio pubblicitario. Ambientato in un mondo distopico, ispirato a “1984” di George Orwell, lo spot vede al centro di uno schermo gigante un Grande Fratello impartire ordini a uomini ingrigiti. Poi una donna in pantaloncini rossi gli corre contro. Fa roteare in aria un martello e lo scaglia al centro dello schermo mandandolo in frantumi. Null’altro poi, se non quella frase ad annunciare il lancio di uno dei prodotti più noti creati dall’azienda di Steve Jobs. Il Macintosh, proprio come quello spot, ha cambiato per sempre la storia dell’informatica. È stato il primo computer commercializzato su larga scala, il primo ad introdurre un’interfaccia basata su icone, finestre e menu. Il primo a presentare di serie una tastiera e un mouse. Molte di quelle innovazioni fanno tutt’ora parte dei moderni computer, 37 anni dopo. Quella pubblicità servì a presentare Apple al mondo come un’azienda che lottava per gli individui di fronte a corporazioni opprimenti. La sfida di Jobs era all’Ibm – anche se in quel periodo il personal computer più popolare era il Commodore 64. Ad ogni modo quella pubblicità aveva un obiettivo chiaro: dare l’immagine di un’azienda coraggiosa che lotta per le libertà creative degli individui. Di tutti gli individui. Perché quel Macintosh era pensato per essere un computer che ogni famiglia della classe media poteva permettersi. Non solo economicamente, ma anche come prossimità “culturale”. Era un computer facile: niente più accesso dal prompt Dos per lanciare il sistema operativo. Un computer con una grafica all’avanguardia, intuitiva, immediata e comprensibile da chiunque, non solo da utenti esperti. E fu proprio questa la chiave del successo di Apple da allora in poi. Proprio come il messaggio di quella pubblicità risultò semplice e immediato, l’accesso ai prodotti tecnologici diventò dal lancio del Macintosh in poi facile e intuitivo. Quel computer ha rappresentato una rivoluzione senza precedenti nella storia del rapporto tra uomo e ‘macchina’. La stessa filosofia del Macintosh divenne poi quella che ha caratterizzato il lancio dell’iPod, dell’iPad, ma soprattutto dell’iPhone, che con il suo schermo touch e l’assenza di tastiera divenne in pochi anni lo standard di tutti gli smartphone allora schiacciati sul modello ‘BlackBerry’ con tastiera. Apple da quel giorno di 37 anni fa divenne l’icona dell’azienda che sa innovare: nel linguaggio, nei prodotti, ma soprattutto nella sua capacità di creare un valore simbolico dei suoi device. Un’azienda capace di creare qualcosa che trascende il valore stesso del prodotto, aprendolo a una dialettica di senso (e di valore) che tutt’ora i concorrenti le invidiano.

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Un paese sardo triplicava gli abitanti, aprendo la pizzeria

AGI – La popolazione triplicava in una notte. Ogni fine settimana. Poi tutto tornava alla normalità. Non un fenomeno di marea demografica, ma quello che, prima del Covid-19, accadeva nel più piccolo paese della Sardegna. Perché Baradili, in provincia di Oristano, nonostante i suoi 78 abitanti, ospita un ristorante-pizzeria da 180 coperti. Qui sono nati l’accademia di cucina e il locale che, negli anni, hanno proiettato il piccolo centro isolano nel cuore della gastronomia internazionale, con contatti che vanno dagli Stati uniti d’America alla Corea. Un percorso che ha trasformato il ‘micro-paese’ in una ‘capitale’ della pizza. Negli ultimi mesi, con le restrizioni imposte dalla pandemia, il ristorante pizzeria ‘Sa Scolla’ ha chiuso, ma prepara la ripresa a numeri ridotti anche solo per dare un segnale di speranza. Un campus e corsi con allievi anche dall’estero Tutto ha inizio nel 2015 quando l’Accademia Casa Puddu – oggi ribattezzata Coi Accademia enogastronomica – ha deciso di allestire un campus per i suoi numerosi allievi. “Avevamo bisogno di spazi, abbiamo studenti che arrivano da ogni parte della Sardegna e qualche presenza internazionale. Quest’anno abbiamo un alunno filippino e uno coreano”, ha spiegato il presidente Gianfranco Massa. Così la scuola, nata nel 2010 nella sede dell’ex pastificio di Siddi, nel Sud Sardegna, ha traslocato a Baradili. Qui hanno dunque ripreso i corsi di alto livello come ‘La cucina secondo le stagioni’: 600 ore per un percorso di formazione certificata che coinvolge docenti-chef di importanti realtà sarde, italiane e straniere. “Il 94 per cento dei nostri allievi trova lavoro entro due mesi dalla fine del corso”, ha sottolineato Massa. Da allora è stato un crescendo: lo stesso anno l’Accademia si è guadagnata la partecipazione all’Expo di Milano per rappresentare la Sardegna nel padiglione Eataly. Scambi con New York, Seoul e le Filippine Due anni dopo una delegazione è partita dal piccolo paese per la ‘Grande Mela’: a New York grazie a uno scambio con il Culinary insitute of America. Qualche tempo dopo i newyorkesi hanno ricambiato la visita e sono stati portati nelle campagne della zona raccogliere erbe spontanee e a conoscere i prodotti locali. Dopo gli americani, lo scorso anno, a Baradili sono arrivati anche i coreani: la Kbs, la tv di stato della Corea del Sud, ha deciso di raccontare l’isola con un focus sull’Accademia dopo un accordo firmato con il College di Seoul. Una collaborazione è stata avviata anche con la Camera di commercio italiana nelle Filippine. “L’obiettivo è promuovere i nostri prodotti agroalimentari attraverso la cucina. Con la Corea abbiamo deciso di iniziare uno scambio di competenze: docenti e studenti avrebbero dovuto iniziare corsi nelle rispettive sedi ma con la pandemia abbiamo rimodulato il progetto e avviato le video-lezioni”, ha spiegato Massa. Il presidente che, assieme all’amministratore delegato Giancarlo Dessì, è a capo anche del ristorante Sa Scolla – pizzeria con cucina di campagna, oggi guidato dallo chef Francesco Vitale – nato per scommessa l’anno dopo il trasloco. Convinti a fare la pizza da una coppia di anziani “Appena arrivati lì con l’Accademia, un’anziana coppia di Baradili continuava a chiederci se facevamo pizze. Alla fine ci hanno convinti”, scherza Massa che però assicura: “Da quando abbiamo aperto vengono tutte le settimane”. E non sono gli unici: nel 2019 in occasione della quarta edizione di ‘Baradili capitale della pizza’ – manifestazione a cui prendono parte i maggiori esperti del settore – nel paese si sono riversati circa 10 mila degustatori che hanno travalicato i confini di piccolo centro, sconfinando nei tanti comuni limitrofi. Il locale, prima della pandemia, ogni fine settimana e durante le cerimonie riempiva i suoi 180 coperti, dopo il lock-down e la chiusura degli ultimi mesi imposta dalle restrizioni per il contenimento del virus, Sa Scolla si prepara a riaprire a pranzo e a numeri ridotti. “Faremo anche asporto, certo sarà difficile, ma è un segnale”, ha spiegato Massa.

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