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Sono passati diciotto anni da quel 12 novembre, ore locale 10,40, in cui a Nassiriya la base militare dell’esercito italiano, chiamata “Maestrale”, fu rasa al suolo da un attentato terroristico. Un tributo di 28 morti, 19 italiani (di cui due civili) e 9 iracheni. Non dimenticherò la tensione che circondava l’arrivo delle bare, un paio di giorni dopo, nell’obitorio di via De Lollis, dove mi trovavo a passare del tutto casualmente. E ancor più la Camera ardente nel Vittoriale e poi i funerali di Stato in Santa Maria degli Angeli. Il culto della Italia, e il senso di appartenere a una grande nazione, sembravano per qualche giorno essere entrati a far parte stabilmente nello spirito del paese. Illusione. Da li a poche mesi, nelle manifestazioni della sinistra radicale, come si chiamava allora e dei centri sociali, potemmo udire slogan orrendi come “Uno cento mille Nassiyria”, elogi alla “resistenza irachena” contro “l’imperialismo yankee”, mentre i Ds di D’Alema, Veltroni e Fassino continuarono ad opporsi al rifinanziamento della missione irachena e a chiedere il ritiro delle truppe Italiane.

Oggi lo possiamo dire e ce ne duole: gli eroi di Nassiriya sono morti invano. Non perché la missione irachena sia stata un totale fallimento, come quella afghana, anzi il contrario. Ma perché, a quasi vent’anni dal loro sacrificio, la bandiera per cui essi sono caduti è finita assai più nella polvere di quanto non fosse già. Da allora abbiamo assistito a massicce cessioni di sovranità dell’Italia, all’intervento di forze e governi esteri che hanno fatto cadere leader legittimi scelti dal voto (qualsiasi riferimento a Berlusconi è puramente voluto), allo svilimento del sentimento nazionale.

Sì, la loro morte e il lutto aveva intercettato quella voglia di patria e di nazione che poi anni dopo si sarebbe confermata nella crescita di movimenti e partiti cosiddetti “sovranisti”. La loro morte ci mostrò che il Paese aveva desiderio di cercare una propria identità. E da quel punto di vista, la loro memoria deve essere coltivata oggi, come anche in futuro.

Ma a partire dell’establishment, del sistema, di larga parte della classe politica, i morti di Nassiriya non dicono più nulla. Certamente non dicono nulla ai movimenti populisti anti politici come quello dei grillini, che hanno venduto la loro carica “rivoluzionaria” a parole per pochi denari e oggi finiscono per essere l’Udeur di Mastella della sinistra. Né dicono nulla a quelli che continuamente rivendicano “più Europa”, e non ci stupiremmo se oggi qualcuno affermasse che sono caduti per la Ue e magari per l’esercito europeo. Sono morti invano. Il loro martirio non ha dato alcun seguito. La nazione è ancora negletta, anzi ancor più che nel 2003. Ragion di più per ricordarli e prenderli ad esempio, per chi su batte per la identità della nazione.

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