Quando l’ideologia diventa umanitarismo: buonismo e snobismo radical chic

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L’anno che verrà
Di Hugo Kaufmann – de:Westermanns Monatshefte 1904 S. 65, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22618795

L’anno che verrà è quello che ci si affanna a divinare in questi ultimi giorni dell’anno che volge al termine. E’ anche il titolo di una canzone famosa di Lucio Dalla scritta, manco a dirlo, sul finire di un anno, il 1978, aspettando il nuovo.

Siamo a 10 anni dal ’68, quando, tramontati i sogni di trasformazioni epocali, si toccava con mano anche a sinistra la crisi dei grandi racconti, che avevano avuto per protagonisti i partiti, le masse, le avanguardie ispirate. Si avvertiva, quindi, che era tramontata non solo l’attesa messianica di una trasformazione rivoluzionaria, ma anche la fiducia nel nuovo.

Proprio in quegli anni J. F. Lyotard teorizzava che era finito il moderno e che ci si avviava in un’epoca contraddistinta dal venire dopo e perciò connotata anche terminologicamente dal prefisso post: il postmoderno. Cosicché chi viveva quella condizione avrebbe avuto ormai la sensazione “di venire dopo la totalità della storia, con le sue origini sacre e mitologiche, la sua stretta causalità, la teleologia segreta, il narratore onnisciente e trascendente e la promessa di un lieto fine, in chiave cosmica o storica” (così Heller e Fehér in un loro felice saggio).

In effetti, oggi che non si presume più di sapere quale sia la direzione della storia né di sapere se essa abbia una direzione (lineare e razionale), alla speranza del nuovo si è sostituito un desiderio di novità inessenziale e superficiale. E’ qualcosa di raggelante e di molto diverso da quanto presagiva Lucio Dalla, quando concludendo il suo brano cantava: “Io mi sto preparando, è questa la novità”. Perché il punto è proprio che noi non siamo preparati.

Non lo siamo innanzitutto perché le nostre categorie ideali di lettura della storia sono inadeguate.

E’ vero, l’ideologia, comunista, modernista, liberale, illuminista, scientista, presidia ancora giornali, case editrici, l’Università, la scuola, e continua a selezionare le fonti della storiografia, manipolando il passato per diffondere e a smerciare concetti e preconcetti andati a male. Ma questa sopravvivenza si esprime ormai solo nelle forme affievolite e melense di un’ideologia del bene, nella retorica dell’amore contro l’odio, della tolleranza contro i muri. Il materialismo dialettico ormai si è ridotto a consumismo pratico, la lotta per l’emancipazione a edonismo rozzo, l’emancipazione del soggetto ad arrivismo spicciolo, il libertarismo ad individualismo capriccioso, il collettivismo a massificazione mediatica. Dovunque i rottami di un dogmatismo ideologico che si traveste di umanitarismo: buonismo e snobismo radical chic di risulta.

Il punto è che oggi è venuta a cadere non una singola ideologia, bensì la matrice narrativa e progressiva che era dietro la forza delle ideologie, sia quelle etico-politiche, sia quelle scientifiche. L’idea di modernità, definita come trionfo della razionalità sui vecchi ordini, “ha perso la propria forza di liberazione e di creazione” (A. Touraine) ed abbiamo smarrito la certezza del progresso, che era poi la nostra fede residuale.

Stiamo pertanto cominciando a riapprendere che la storia non è una galoppata senza possibilità di ristagni e di involuzioni né la ragione una forza destinata al trionfo, perché l’una e l’altra possono deteriorarsi e ricadere in una sorta di nuova barbarie e di più raffinata violenza. La crisi si è fatta cronica ed è diventata strutturale. Dalla politica si è trasferita all’economia e quest’anno ha intaccato anche la salute con la pandemia, cosicché ormai si sparge in tutti i gangli del nostro organismo malato. Siamo in sostanza a quello che un interprete inascoltato della civiltà e della storia, il napoletano Giambattista Vico, chiamava il “ricorso”.

Ma a fronte di tutto questo forse siamo messi finalmente nella condizione di capire che nell’ambito di questa nostra storia umana non esisterà mai la situazione assolutamente ideale e mai avremo un ordine di libertà definitivo. Siamo sempre in cammino ed in un cammino sempre relativo. L’ordine ideale non esiste. Il mondo liberato è un mito. Pertanto, anche il cambiamento non è un bene in se stesso. “Se esso è buono o cattivo – ha scritto J. Ratzinger – dipende dai suoi contenuti e dai punti di riferimento concreti. (…) Nella storia ci sarà sempre un progredire e un retrocedere. In rapporto alla autentica natura morale dell’uomo, la storia non si svolge linearmente, ma con ripetizioni. Nostro compito è lottare di volta in volta nel presente per quella strutturazione relativamente migliore della convivenza umana e custodire il bene così raggiunto, vincere il negativo esistente e difenderci dall’invasione delle potenze della distruzione”.

Ed è forse questa la novità a cui dobbiamo prepararci per l’anno che verrà.