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La crisi delle criptovalute rischia di contagiare il resto del sistema finanziario? L’articolo di Luca Ciarrocca per Domani

Un anno fa, nel novembre 2021, nella fase più folle del gran rialzo delle criptovalute, la capitalizzazione di migliaia di token e monete virtuali, dal bitcoin giù fino alle ultime nate nel corso di una notte, aveva toccato in totale i 3.000 miliardi di dollari a livello globale. Oggi il valore del settore è crollato a 850 miliardi, un ribasso del 72 per cento.

Molte crypto si sono rivelate schemi Ponzi, truffe, trucchi digitali messi in opera spesso da criminali doc e nella maggior parte dei casi da abili truffatori che avevano come unico obiettivo approfittare del miglior modo disponibile sul mercato finanziario per fare soldi facili in poco tempo a spese di migliaia di ingenui.

Tutti i tipi possibili e immaginabili di crypto sono implose negli ultimi giorni. Le cosiddette stablecoin, che in teoria avrebbero dovuto essere vincolate a un rapporto paritario con il dollaro americano, sono collassati.

Tra le conseguenze ci sono una serie di bancarotte tra i crypto exchange (piattaforme di trading centralizzate), in società finanziarie votate ai prestiti crypto o nel mining crypto, hedge fund specializzati in investimenti crypto e così via.

Ciascuna società era interconnessa in qualche modo alle altre, per via diretta o indiretta, ognuna prestava denaro a tutte, nella maggior parte dei casi usando soldi dei clienti, veicolando denaro sugli hedge fund più aggressivi che a loro volta facevano enormi scommesse speculative ad alto leverage, a volte di 1-50 e fino a 1 a 100. Ecco perché si può parlare di contagio.

DOPO LA CADUTA

Per anni abbiamo osservato un rialzo di tutte le monete virtuali, alimentato anche dalla falsa propaganda basata sulla credenza che le crypto siano strumento di libertà antisistema e di ribellione contro le banche centrali.

Oggi siamo a un punto di svolta decisivo, la caduta rovinosa e il grande e caotico polverone che ne è sorto non passeranno velocemente. Di buono c’è che il contagio non si sta trasmettendo per il momento agli altri soggetti del mercato globale: le banche commerciali, le grandi società finanziarie, i fondi comuni di investimento o altri protagonisti del mondo economico e della finanza sembrano esserne esenti.

Però dal giorno in cui la piattaforma di cui è stato fondatore e amministratore delegato Sam Bankman-Fried (FTX, la seconda più grande del mondo) e la sua affiliata Alameda Research sono implose in modo spettacolare e poi sono finite in bancarotta, le cose sono drammaticamente cambiate.

Visto che investitori per vari miliardi in FTX sono colossi come Softbank o BlackRock qualcuno ha anche evocato il paragone con il crack Lehman Brothers, che nel settembre 2008 innescò la Grande Recessione.

Si tratta in ogni caso di uno scenario di caos assoluto che provocherà vasti danni collaterali, con la probabile scoperta di altre situazioni incagliate, loschi schemi stile Catena di Sant’Antonio finanziaria, truffe e utilizzo dei soldi dei clienti, perdite di decine di miliardi in una crypto o in un’altra, ben al di là di quel che vediamo oggi.

I soldi spariti nel nulla legati a centinaia di monete virtuali incenerite dal complicato crash crypto è stupefacente. Il tutto nella quasi totale assenza di interventi da parte delle autorità di controllo e della politica.

Negli Stati Uniti e in tutti i paesi capitalisti (la Cina è sempre stata contraria e vieta le criptovalute) i parlamenti ignorano o quasi il problema.

CHI PAGA

Il peggio, quindi, forse deve ancora arrivare: le differenze con il crac di Lehman Brothers, che nel 2008 ha fatto precipitare la crisi finanziaria dipendono dal fatto che il settore crypto è piccolo e riservato a pochi speculatori specializzati.

Il mercato azionario americano ha una capitalizzazione totale di circa 40.000 miliardi di dollari, quello crypto, al suo picco, non è mai arrivato a un decimo di questa cifra e ora capitalizza appena il 2 per cento dell’intera Wall Street. Non abbastanza per rendere il contagio letale.

Se per ipotesi tutte le monete virtuali andassero a zero, la maggior parte degli investitori che opera al di fuori della zona crypto non se ne accorgerebbe nemmeno.

Forse i più preoccupati sono i riciclatori di denaro sporco, chi commercia droga e traffica sul Dark Web, come i siti illegali di giochi d’azzardo o i venditori di armi e armamenti.

I loro soldi sono spariti nel nulla, se avevano ricevuto pagamenti in Bitcoin a 69.000 dollari nascosti in qualche società offshore nei paradisi fiscali, ora si trovano la più diffusa delle criptovalute poco sopra quota 16.000 (-76 per cento dal picco).

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