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Ti aspetteresti che contro i provvedimenti di un governo di destra siano i sindacati di sinistra a convocare scioperi, che siano gli impiegati pubblici o gli operai a incrociare le braccia.

E invece no, a scioperare dalle 19 di oggi e per due giorni, a meno di sorprese dell’ultimo minuto, sono i benzinai. E le ragioni sono tutte dalla loro parte.

Lo scaricabarile

Il passo falso del governo Meloni è presto spiegato: ha compiuto una legittima scelta politica, quella di non rinnovare le sconto sulle accise che fu introdotto all’incirca un anno fa dal governo Draghi. Scelta che poteva anche essere difesa con un argomento più che fondato: quando fu introdotto, i prezzi dei carburanti erano arrivati a 2,2 euro, mentre per effetto della mancata proroga è tornato “solo” a 1,8.

Il problema è sorto quando, per rispondere alle critiche, a qualcuno è venuta la malsana idea di provare a scaricare maldestramente la colpa degli aumenti sui distributori, ricorrendo alla solita accusa-jolly della “speculazione” e quindi varando misure demagogiche, forse anche controproducenti – l’ennesimo caso di fatequalcosismo.

Come hanno spiegato in una nota le sigle di categoria – Faib, Fegica e Figisc-Anisa – “il governo, invece di aprire al confronto sui veri problemi del settore, continua a parlare di trasparenza e zone d’ombra solo per nascondere le proprie responsabilità e inquinare il dibattito, lasciando intendere speculazioni dei benzinai che semplicemente non esistono”. Ovvio che per i distributori “ristabilire la verità dei fatti” sia ora la precondizione per “aprire il confronto di merito”.

L’unica trasparenza

Da Algeri, dove ha incontrato il presidente algerino per assicurarsi le forniture di gas e porre le basi dell’hub italiano, il presidente Giorgia Meloni ha in qualche modo ammesso l’errore, riconoscendo che “poi la media del prezzo non diceva che erano alle stelle. Sono state molto poche le speculazioni”.

Ma, ha aggiunto, “non potevamo tornare indietro”. Perché? Perché a suo dire “pubblicare il prezzo medio è di buon senso“. Ma se si tratta di pubblicarlo, può pubblicarlo il governo. Diverso è obbligare i gestori a indicarlo accanto ai loro prezzi e prevedere sanzioni se non lo fanno.

Qui l’unica misura di trasparenza, di “buon senso”, sarebbe indicare accanto ai prezzi praticati dai gestori la quota tasse che va al governo – l’unico vero speculatore sui prezzi dei carburanti, dal momento che più questi aumentano, più aumentano gli incassi da accise e Iva, in automatico, senza il minimo sforzo.

Oltre le accise

Ma il problema, che abbiamo già segnalato fin dalla nascita di questo governo, va ben oltre lo scivolone sulle accise. La politica energetica e ambientale è in continuità con il precedente governo e si inserisce nella narrazione climatista – con la velleità di moderarne gli esiti – anziché contrastarla.

Il governo avrebbe bisogno di un Carlo Nordio dell’energia e del clima (un Franco Prodi, per esempio). Il ministro della giustizia infatti è, ad oggi, l’unico che sta cercando di contrastare la narrazione della sinistra nel suo ambito e porre le basi per una riforma. Il resto dell’Esecutivo si muove da sconfitto in partenza in territorio “nemico”.

Il price cap? Ininfluente

Ancora in questi giorni il ministro del Made in Italy e delle imprese Adolfo Urso rivendica sui giornali come “successo” italiano il price cap europeo, un tetto virtuale che senza nemmeno scattare avrebbe fatto “crollare” il prezzo del gas, fermando la “spirale speculativa”.

Peccato che le cose stiano molto diversamente. Proprio ieri due agenzie Ue, l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer) e l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), hanno concluso in due distinti rapporti che finora il tetto europeo al prezzo del gas non ha avuto alcuna influenza sui mercati energetici.

Secondo le due agenzie – ma in realtà è ciò che sanno bene tutti gli operatori e gli analisti – il calo dei prezzi del gas di questi ultimi mesi non è dovuto al meccanismo Ue per la correzione del prezzo, quanto a tendenze già in atto prima della sua adozione: distruzione della domanda industriale e domestica, inverno mite, stoccaggi pieni.

L’aspetto più triste della vicenda è che l’analisi secondo cui i prezzi del gas alle stelle fossero il frutto di “speculazione” non è farina del sacco dell’attuale governo, ma di Sua Competenza Mario Draghi. E inseguendo fantomatici speculatori e price cap, entrambi gli Esecutivi hanno sprecato tempo, energie e leve negoziali a Bruxelles.

L’ammissione di Habeck

Se una manovra speculativa c’è stata, la scorsa estate, quando i prezzi sono schizzati alle stelle, è stata opera dei governi europei (in particolare di Germania e Italia), spinti dalla Commissione. In una situazione di offerta già scarsa, si sono messi ad acquistare gas come se non ci fosse un domani, a qualunque prezzo.

Lo ha candidamente ammesso qualche giorno fa, a margine del World Economic Forum di Davos, niente meno che il ministro dell’economia tedesco Robert Habeck, ripreso a quanto ci risulta solo da Sergio Giraldo su La Verità: “È vero, ad agosto abbiamo ucciso il mercato del gas ma la nostra missione era di riempire gli stoccaggi e certo così facendo abbiamo fatto salire i prezzi fino a 350 euro a MWh”.

Nel timore di una totale interruzione delle forniture russe, l’obiettivo era riempire gli stoccaggi a qualunque costo. Una scelta comprensibile, ma i cui effetti sulla dinamica dei prezzi dovrebbero essere spiegati in modo trasparente all’opinione pubblica. Così come la corsa agli acquisti dei governi europei ha determinato l’impennata estiva dei prezzi, l’inverno mite, gli stoccaggi pieni e la distruzione della domanda ne determinano la discesa oggi.

Quindi l’affermazione di Urso, secondo cui “se l’Europa ci avesse ascoltato prima, avremmo risparmiato decine di miliardi di euro”, è semplicemente falsa, e ci auguriamo che almeno il ministro ne sia consapevole.