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Si dice che l’arrivo di Mario Draghi al governo del Paese abbia provocato e stia in buona parte ancora provocando diverse fibrillazioni all’interno delle varie forze politiche e dei gruppi parlamentari. Ciò è abbastanza vero ed è sufficiente prestare attenzione ai mal di pancia che affliggono anzitutto la Lega, Forza Italia e il Movimento 5 Stelle. Ma, oltre ai malumori più o meno celati, c’è chi prefigura ed auspica operazioni politiche che dovrebbero vedere la luce nell’immediato futuro e che meritano senz’altro una riflessione obiettiva e non partigiana.

Chi, con le proprie previsioni o i propri desideri, ha suscitato più polemiche è stato inevitabilmente il ministro dello sviluppo economico e vicesegretario federale della Lega Giancarlo Giorgetti. Per il vice di Matteo Salvini il presidente del Consiglio Mario Draghi dovrebbe prendere il posto di Sergio Mattarella al Quirinale, ma rimanendo al tempo stesso, all’insegna di una sorta di “semi-presidenzialismo de facto”, titolare dell’indirizzo politico, quindi del governo del Paese. Il numero due del Carroccio è sempre stato descritto come una mente sopraffina, ma l’ultima uscita sembra piuttosto uno scivolone. Al di là ancora dell’intenzione, comunque evidente, di sgambettare in qualche modo Salvini, Giorgetti si è avventurato in un’ipotesi di palese forzatura della Costituzione e degli assetti istituzionali della Repubblica parlamentare. Se una suggestione simile fosse stata avanzata anni addietro a favore, tanto per fare qualche esempio, del Berlusconi al massimo del proprio splendore, o di Matteo Salvini, come minimo mezza Italia sarebbe scesa in piazza ad urlare al golpe, ma di fronte a Mario Draghi i commentatori mainstream e i cultori della Costituzione più bella del mondo non battono ciglio.

Intendiamoci, parlare di presidenzialismo o anche solo di semi-presidenzialismo equivale a suonare una bella musica per tutti coloro i quali si considerano di centrodestra, o vicini agli attuali partiti della coalizione, ma il rinnovamento della senz’altro obsoleta democrazia parlamentare italiana deve passare attraverso un processo riformatore e non un fatto compiuto privo di qualsiasi legittimità. Intanto, ciò che diviene “de facto” e non rappresenta il risultato di una vera riforma, o ha vita breve o non finisce nel migliore dei modi. Pensiamo alla cosiddetta Seconda Repubblica, al suo equilibrio bipolare, soprattutto all’elezione di fatto diretta del premier, ai tempi di Berlusconi e Prodi, e non dimentichiamo l’infelice fine di quella lunga stagione: centrodestra e centrosinistra esausti e sfilacciati, la comparsa a Palazzo Chigi di Mario Monti, l’exploit dei dilettanti allo sbaraglio allevati da Beppe Grillo.

Poi, è davvero opportuno stravolgere le istituzioni solo per innalzare su un piedistallo una figura già fin troppo incensata come quella del premier Draghi? Molti vorrebbero, non solo Giorgetti, insieme ai soliti e noti giornaloni sempre pronti ad inginocchiarsi al potente di turno, trasformare l’ex governatore della Bce quasi in una sorta di presidente eterno, alla stregua di Kim Il-sung, il nonno dell’attuale dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Carlo Calenda spera in un grande centro, o una grande ammucchiata, dipende dai punti di vista, costruito attorno a Mario Draghi. Un blocco centrista non meglio identificato capace, così auspica il leader di Azione, di aggrapparsi alla personalità del presidente del Consiglio e di stare a lungo al governo, magari in un’Italia sempre più proporzionale e simile a quella che è durata fino ai primi anni Novanta. Una specie di Democrazia cristiana dell’era digitale, che è presente anche nei sogni di almeno una parte di Forza Italia, rappresentata dai ministri Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna.

Le pulsioni neo-centriste di Calenda e di alcuni settori del partito di Berlusconi possono essere comprese, quantomeno per una ragione di Dna politico e culturale, ma le mosse di Giorgetti? Il neo-centrismo del ministro leghista poco si adatta ad una forza politica che deve la propria resurrezione elettorale da quel 4 per cento in cui era piombata a contenuti molto diversi dal progetto di immobilizzare per anni l’Italia con un minestrone politico dagli ingredienti indefiniti. Chi ha seguito ed appoggiato Salvini nel rilancio della Lega degli ultimi anni e nella sua trasformazione da partito secessionista a contenitore nazionale in grado anche di guidare la coalizione di centrodestra, si trova oggi a disagio tra gli adoratori acritici dell’attuale premier. Ciò non significa affatto che il Carroccio debba abbandonare Draghi domani o che il capo del governo dovrebbe sloggiare il prima possibile. Questo presidente del Consiglio è certamente migliore del suo predecessore Giuseppe Conte, anche se non ci vuole molto, a dire il vero, a superare le incapacità dell’attuale leader pentastellato, e forse Draghi ha rappresentato e dovrà ancora rappresentare per qualche tempo l’unica soluzione possibile. Averlo al Colle pare non dispiacere nemmeno all’unica opposizione esistente oggi in Parlamento, Fratelli d’Italia.

Ma il presente status-quo, ossia quello di un governo di tutti o quasi in cui un uomo solo, pur dotato di prestigio e fama, domina sui partiti che più o meno controvoglia si adeguano, deve essere visto come una realtà a tempo determinato e non come un laboratorio politico per scenari prossimi a venire. Chi ha preso voti per tutt’altro non può esimersi da questo approccio, se non altro per una questione di mera opportunità. Draghi vive oggi un momento di forte feeling con la maggioranza del Paese (d’altra parte gli italiani, tuttora impauriti dall’ultimo e cupo biennio, non sanno a quale altro santo votarsi), ma quanto durerà? Ci viene in mente un altro, assai sedicente salvatore della patria, a suo tempo idolatrato e ritenuto un leader a lungo termine, ovvero Mario Monti. Pierferdinando Casini non faceva che ripetere che Monti non avrebbe potuto fare altro che succedere a sé stesso a Palazzo Chigi (“dopo Monti c’è Monti”, questo era il suo refrain), e Gianfranco Fini scommise e perse la propria carriera politica nel girone centrista dei fan dell’ex commissario europeo. Ma cosa è rimasto del montismo? Un partitino, Scelta Civica, ormai evaporato da qualche anno.

Ma oltre alla convenienza, anche la convinzione, per coloro i quali amano la libertà nonostante questo periodo difficile, di rimanere a distanza di sicurezza da un eventuale calderone neo-centrista che in quanto tale si farebbe portatore di un pensiero unico invalidante ed opprimente, ed eleverebbe alla massima potenza quanto esiste già oggi in termini di omologazione generale, ben supportata da televisioni, giornali e politica. Sta diventando sempre più difficile esprimere delle idee anche solo un po’ diverse da quelle della vulgata ufficiale e ci vuole poco per essere subito etichettati come dei deplorables, persino se si è di sinistra come Massimo Cacciari. L’Europa, secondo la versione “corretta”, ci invierà tanti soldi e ci aiuterà a superare il post-pandemia, quindi, chi ancora si permette di avere qualche riserva verso Bruxelles non è altro che un sovranista irresponsabile. Esprimere dubbi sulla vaccinazione dei bambini oppure essere contrari al Green Pass obbligatorio nei luoghi di lavoro equivale ad essere no-vax, non importa se doppiamente vaccinati e in attesa di terza dose senza patemi d’animo. Inutile sottolineare come i non vaccinati meritino soltanto la gogna a reti unificate.

Gli spiriti liberi non possono arrendersi a questo bieco conformismo, ma coloro i quali, siano essi di Fratelli d’Italia, della Lega o di altri angoli del centrodestra, decidono di non immolarsi nel nome di Mario Draghi, non possono limitarsi a protestare, ma devono proporre contenuti concreti e convincenti ad un Paese violato nella sua libertà ed aggredito economicamente. Altrimenti, l’umiliazione patita di recente alle amministrative può ripetersi a livello nazionale.

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