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Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera il numero uno della diplomazia di Pechino, Wang Yi, è andato a dire che il futuro dell’Europa è cinese.

Nel suo atteso intervento in un consesso internazionale che si è occupato quasi esclusivamente della guerra russa in Ucraina, l’attuale direttore della Commissione Centrale per gli Affari Esteri ha giocato fin dalle prime battute la scontata carta dell’anti-americanismo, nel più classico dei tentativi da divide et impera. La wolf warrior diplomacy caratteristica dell’era Xi Jinping ha ancora una volta prevalso sulla proverbiale sottigliezza dei mandatari del regime comunista.

La carta anti-Usa

Riferendosi proprio al conflitto in corso, Wang ha sottolineato come “alcuni attori” (leggasi gli Stati Uniti) “abbiano obiettivi strategici più ampi dell’Ucraina” e quindi non siano interessati ad una vera pace. Ha fatto quindi riferimento esplicito ad una fantomatica “autonomia strategica dell’Europa” (leggasi distanziamento dagli Stati Uniti), riprendendo peraltro una formula che più di una volta è stata utilizzata anche in alcune capitali europee (leggasi Parigi e Berlino).

Gli ha fatto immediatamente eco l’editoriale domenicale del Global Times, il quotidiano del Partito in lingua inglese:

I cinesi comprendono le difficoltà che l’Europa deve affrontare attualmente. La trasformazione digitale verde e il conflitto Russia-Ucraina sono i due grandi problemi che preoccupano il continente. Su queste due questioni, l’Europa vede chiaramente che Washington non sta aiutando, ma piuttosto sabotando e sacrificando la sicurezza e gli interessi dell’Europa per il proprio tornaconto. (…) La Cina e l’Europa devono riavviare la cooperazione. Come ha affermato Wang, devono agire il più presto possibile.

Poche linee che contengono diversi messaggi facilmente decifrabili. Amici europei, siete in difficoltà e avete bisogno di un partner affidabile; uno che vi possa far uscire dalle secche in cui siete incagliati: la transizione green (non a caso citato come primo punto, quello su cui i cinesi sanno di avere un enorme potenziale ricattatorio) e la guerra (genericamente definita come “conflitto Russia-Ucraina”).

Questo partner affidabile non può essere l’America, che solo bada agli interessi nazionali e utilizza l’Europa a proprio esclusivo vantaggio (ritorna la retorica degli Usa come potenza aggressiva, anche nei confronti dei suoi presunti alleati); solo la Cina (potenza benevola) può garantire all’Europa sicurezza e stabilità e per questo “devono agire” insieme “il più presto possibile”. Un corsivo quasi sfacciato, lo definirei.

Margini di manovra ristretti

In realtà, il combinato disposto di Wang Yi a Monaco e degli editoriali di Partito in patria dimostra quanto Pechino stia soffrendo l’attuale congiuntura internazionale. Da una parte la sconsiderata avventura bellica del “partner strategico” Putin, che non può condannare ma nemmeno appoggiare apertamente, pena la perdita di influenza a livello globale; dall’altra il ricompattamento del fronte occidentale e dell’Alleanza Atlantica tra Europa e Stati Uniti, in seguito all’aggressione russa.

Con l’invasione, Mosca ha ristretto enormemente i margini di manovra della Cina sullo scenario internazionale, tanto è vero che il ruolo del Partito Comunista Cinese nella definizione degli equilibri europei appare oggi assolutamente marginale se confrontato con il protagonismo dell’epoca pre-pandemica e pre-bellica.

Da Monaco sono emerse due indicazioni chiare, in netto contrasto con gli interessi cinesi: l’Occidente non tollererà aggressioni di sorta contro democrazie consolidate o emergenti da parte di Stati autoritari e si impegna a fornire loro il supporto necessario in termini logistici e militari per farvi fronte (anche aumentando la produzione di armi, come sottolineato dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg).

L’intervento di Wang Yi appare quindi completamente avulso dal contesto della conferenza e il tentativo di dividere la coalizione occidentale troppo grossolano perfino per i wolf warriors. Può intendersi pertanto solo come avvertimento: attenzione perché la Cina non starà a guardare.

La questione Taiwan

Interpellato su Taiwan dal padrone di casa, Wolfgang Ischinger, Wang Yi ha ribadito la posizione ufficiale del suo governo: “Taiwan fa parte del territorio cinese. Non è mai stato un Paese e non lo sarà mai in futuro”. Le fantasie geopolitiche sulla riunificazione pacifica si infrangono come il Titanic sull’iceberg della natura autoritaria e revisionista del regime cinese.

L’esportazione della repressione

Alle ambizioni transnazionali del Partito Comunista Cinese avevamo dedicato un lungo articolo già tre anni fa. La crisi sanitaria, provocata da Pechino, e l’invasione russa dell’Ucraina hanno solo rallentato il piano di esportazione del modello autoritario cinese, di cui Hong Kong e Taiwan rappresentano i tasselli iniziali.

L’extraterritorialità della repressione è già un fatto documentato da tempo, anche nel nostro Paese. Le recenti denunce di uiguri che risiedono in Gran Bretagna confermano che il Grande Fratello cinese ha ambizioni globali ed è già pienamente operativo nel continente europeo.