Non è rimasto nulla di quei due partiti che si chiamavano PCI

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Che cosa ha comportato il doppio sguardo del PCI sul mondo, un occhio all’Italia, un altro al 1917? Come si è realizzata, per oltre 50 anni, la straordinaria sintesi che ha fatto della storia del PCI un pezzo decisivo della storia d’Italia, e che alla fine ne ha determinato l’eclisse?

E’ necessario qui un richiamo alla cultura da cui era nato, cui ho fatto riferimento in quella che ho chiamato la prima puntata. C’è da ricordare subito l’equilibrio che si creò tra due situazioni, ambedue attive pur nel loro progressivo, irrimediabile contrasto: la provenienza del gruppo dirigente da uno dei punti alti raggiunti dalla cultura euro-occidentale; e il suo legame, politicamente effettivo, con la storia che si realizzava nell’Unione sovietica di Stalin, e oltre di lui; e soprattutto con le logiche geo-politiche di quello Stato, con quella che veniva giudicata la sua intenzionalità profonda e il suo destino.

Non solo, dunque, sostegno pieno al regime sovietico, che dominò di sicuro fino al 1964, quando morì Togliatti, e che in forme più problematiche fu presente anche dopo: ma anche partecipazione a una visione del mondo e della sua divisione, da cui nessuno, nemmeno Berlinguer, tanto meno lui, ebbe intenzione vera di allontanarsi.

Sì, era venuta meno “la spinta propulsiva” di quella rivoluzione, come lui disse, ma non del suo senso profondo per il destino della storia del mondo; tanto che si poteva conservare, e anzi esaltare, la “diversità” dei comunisti, e tanto che, per tutto un periodo, fin quando insomma fu possibile, il processo europeo fu interpretato in chiave di euro-comunismo.

Nel partito c’erano ambedue queste linee, con una distinzione tra aristocrazia politica e partito di massa da mantenere ferma: la prima, capace di conciliazioni colte e mediazioni impossibili, che agivano nel concreto della prassi politica, dove la cultura consentiva di tenere i piedi e il cervello in due realtà, in un continuo gioco di equilibri democratici cui dava un contributo anche il dibattito intellettuale che si svolgeva intorno e dentro il partito. Il secondo, il partito di massa, quello delle sezioni, delle federazioni, dei comitati federali e delle fabbriche, delle campagne e dei centri urbani piccolo e medio-borghesi, che pur difendendo il recinto della democrazia costituzionale – ma la battaglia era sulla costituzione inattuata – viveva una sua vita interna e sociale nella certezza di un limite che andava superato, come in una situazione provvisoria che conteneva in realtà un altro destino, un’altra idea di società e di politica.

Insomma, di sicuro il Pci ha svolto un’opera di civilizzazione politica di un popolo, ha guidato grandi lotte per la sua emancipazione, ha dato un contributo essenziale alla rinascita dell’Italia, è stato una parte decisiva e creativa della sua storia culturale, in tutti i campi; ma con il tarlo interno che mostrava il limite politico in cui si era convinti di esser costretti a muoversi.

Da qui, una mescolanza di partecipazione e di attesa, di accettazione problematica dei compromessi, sapendo che ben altro attendeva nel destino futuro: un sentimento radicatissimo e sostanzialmente intoccabile dalle classi dirigenti, proprio da esse creato. E peraltro, questo complicato stato di cose diventava credibile pure attraverso la complessità e varietà del dibattito che si svolgeva nei piani alti degli istituti di partito, diviso secondo varie linee, alcune dentro, altre ai margini del partito stesso; una ricchezza di idee e di spunti di quel marxismo italiano, poi progressivamente scomparso dalla scena sotto la spinta di eventi irreversibili, ma che è stato elemento vivo e dialettico in una fase lunga della storia d’Italia.

Un puzzle storico-politico che educava alla democrazia, ma con una riserva; che a un certo momento aprì all’Europa, ma anche lì con una esplicita diffidenza sul fondo di tutta l’operazione; con un anticapitalismo come sentimento unificante, che finiva con ridurre l’impatto della necessaria critica reale, per assumere tinte più generali e qualche volta apocalittiche, lasciando sul terreno anche le raffinate analisi di Gramsci che ormai appartenevano alla cultura universale. Sentimento di massa, diffuso attraverso le stesse articolazioni presenti nella aristocrazia politica: esemplare il dibattito permanente tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao. Una educazione alla democrazia che ha spinto a difenderla in modo decisivo nei momenti più oscuri; tuttavia oggi non dobbiamo dimenticare, che Rossana Rossanda inserì coraggiosamente il terrorismo rosso nell’album di famiglia. E’ anche capitato, infatti, che ciascun lato della doppiezza se ne andasse, qualche volta, per conto suo, fino a toccare un punto basso e pericolosamente eversivo.

Un partito che, morto con la fine dell’Unione sovietica, non ha potuto lasciare classi dirigenti come sue eredi, essendo venute meno le ragioni profonde della doppiezza che, sciolta, liberata dalla sua complessità storica, ha lasciato tracce negative indelebili.

Con la morte del partito, ha finito con il prevalere quel pezzo di eredità che giaceva nascosto nella sua complicata visione: il giustizialismo, il moralismo, uno statalismo diffuso che non è senso dello Stato, un populismo dalle varie tinte che occhieggia oggi al Movimento cinque stelle come a un figlio naturale; e, sul fronte opposto, un moderatismo senza idee, succube dell’establishment: Pd + M5s, non a caso ora alleati, in un vero garbuglio.

Eredi seri non ce ne sono, e questo disegna un limite straordinario nella storia del Pci e ne mette in luce un carattere: quella vicenda finisce, non c’era classe dirigente che potesse ereditarla. “L’eredità”, se così la si può chiamare, è forse in un sentimento che, persa l’idea di un destino, lascia le sue tracce più visibili nel mescolarsi degli atteggiamenti e delle posizioni ora abbozzate. E nelle alleanze praticate.

Tanto si dovrebbe aggiungere, ma credo di aver detto l’essenziale. La cosa che finora ho taciuto vale quasi come un sentimento personale di chi la realtà del partito la ha vissuta. Al di là di ogni valutazione critica che oggi siamo portati a fare, rimangono alcune malinconie, non saprei come chiamarle diversamente, relative alla ricchezza di umanità che si incrociava nel Palazzo e fuori, nella società. Qui, la riflessione cede il passo a qualcosa che non so meglio definire se non come il rimpianto per una vita in cui la politica era il cuore della trasformazione del mondo. Poteva sbagliare in tondo la sua valutazione, ma fu vita reale e appassionato dibattito di idee per intere generazioni.

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