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L’economista della Bocconi ed ex presidente dell’Inps a Formiche.net: la rivalutazione degli assegni è già stata in parte prevista dal decreto Aiuti, il vero problema è proteggere i redditi dei lavoratori. Per questo la misura voluta dai Cinque Stelle non va abolita, semmai ricalibrata. Come reagiranno i mercati al risultato elettorale? Non è questione di destra o sinistra, contano le scelte

Forse non c’è un vero problema pensioni, se non altro perché la rivalutazione degli assegni, quest’anno quanto mai onerosa vista l’inflazione strutturalmente oltre l’8%, è già stata in parte finanziata dal governo di Mario Draghi. Semmai, sarà bene tenere le mani a posto sul reddito di cittadinanza, che se proprio va ripensato deve essere per calibrarlo e non certo per metterne in discussione natura e missione. Tito Boeri, economista della Bocconi ed ex presidente dell’Inps (2014-2019) la vede esattamente in questo modo, dicendo la sua a Formiche.net sui principali temi del momento.

L’inflazione corre, oltre il previsto e più a lungo del previsto. E le pensioni sono inevitabilmente sotto stress, almeno gli assegni più leggeri. Urge una rivalutazione che può costare fino a 10 miliardi, non proprio spiccioli…

La rivalutazione delle pensioni è un qualcosa che avviene in modo automatico, non serve una norma. Servono i soldi e il decreto Aiuti bis ha già concesso delle anticipazioni in questo senso, riducendo l’onere sul bilancio 2023 e dunque sulla manovra del prossimo autunno. Certamente parliamo di perequazioni corpose, visto l’andamento dell’inflazione ma comunque già in parte compensate con le suddette anticipazioni contenute nel decreto Aiuti bis. La mia preoccupazione è semmai un’altra.

Ovvero?

Non tanto le pensioni che già godono della rivalutazione, completa per pensioni fino a 2.100 euro, il che consente di non perdere potere di acquisto. Il timore è per i redditi fissi, che sono i più esposti all’inflazione. Queste persone rischiano la povertà o quanto meno andranno incontro a una forte riduzione del potere di acquisto.

E allora, Boeri, come intervenire?

Ci sono due cose da fare. Primo, smetterla di condannare la Bce per le sue politiche restrittive, la Banca centrale è intervenuta sul costo del denaro proprio per evitare che la spirale inflattiva si avvitasse ancora. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Secondo, credo che occorra mantenere gli attuali strumenti di contrasto alla povertà.

Si riferisce al reddito di cittadinanza? Il centrodestra lo vorrebbe abolire o quanto meno ridiscutere…

Sì, mi riferisco al reddito di cittadinanza, che va mantenuto ma riformato e calibrato rendendolo meno generoso per le famiglie con un solo componente e più sostanzioso per i nuclei numerosi. Onestamente sono molto preoccupato da certi proclami del centrodestra che ne vorrebbe l’abolizione. Trovo veramente grave la proposta di abolire il reddito di cittadinanza, è l’unico strumento universale per contrastare la povertà di cui disponiamo. Va rivisto, ma non bisogna toccarlo.

Converrà che le misure di sostegno hanno un costo. Nell’ultimo decreto Aiuti la tentazione del deficit è stata forte. Giusto non toccare i conti?

Credo che sia Mario Draghi, sia il ministro Daniele Franco abbiano fatto molto bene a evitare che il decreto Aiuti ter conducesse a nuovi scostamenti di bilancio. Siamo in una fase di rialzo dei tassi, con lo spread che è già salito. Non dobbiamo mai dimenticarci che le emergenze non sono finite.

A proposito di spread, una vittoria del centrodestra potrebbe scatenare una reazione scomposta dei mercati?

La vittoria del centrodestra è già stata scontata dai mercati. Le reazioni future dipenderanno da quello che verrà detto dal nuovo governo, da chi sarà il ministro dell’economia e dalla gestione del bilancio pubblico. Lo spread dipenderà dalle politiche che verranno portate avanti, a prescindere dal colore del governo.

Torniamo alle pensioni. A fine anno scadranno alcune opzioni per lasciare anticipatamente il lavoro e si tornerà alla vecchia legge Fornero. Come garantire la flessibilità in uscita?

La proposta sviluppata dall’Inps nel 2015 prevedeva la flessibilità anche per chi è nell’ambito retributivo o misto, dando la possibilità di uscire prima dal lavoro con una decurtazione relativamente modesta degli assegni (molto minore di quella prevista, ad esempio, per Opzione donna). L’idea era quella di intervenire sulla sola quota retributiva delle pensioni, applicando a questa gli aggiustamenti già previsti, in caso di pensionamento anticipato, nella quota contributiva.

Vale la pena rispolverare il progetto, insomma…

Diciamo che questo trattamento certamente ridurrebbe le asimmetrie che oggi ci sono tra generazioni diverse quanto a trattamenti pensionistici, asimmetrie ulteriormente acuite da misure come quota 100 o quota 102.