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Elon Musk si dimetterà da capo di Twitter. Ma non subito. Prima va trovato un successore. Qualcuno “abbastanza folle” da volerlo fare. C’è da credergli. Guidare Twitter non è un compito facile. L’azienda non naviga in buone acque. In più chi accetterà l’incarico dovrà mettere in conto di guidare un’azienda con Musk come unico proprietario.

All’imprenditore di Pretoria finora è toccato il compito più ingrato: tagliare. “Ho passato le ultime cinque settimane tagliare i costi come un pazzo”, ha detto in una discussione online sul social. La situazione, ha ammesso, non era facile. Ha descritto Twitter come “un aereo fuori controllo che si dirige verso il suolo con il motore in fiamme”. Ma dal prossimo anno le cose, promette, andranno meglio.

Musk giustifica i tagli: evitate perdite per 3 miliardi

Anche perché i tagli gli avrebbero consentito di evitare un flusso di cassa negativo di 3 miliardi di dollari. Musk ha speso 44 miliardi per comprare Twitter. Rispetto a otto mesi fa, quando ha presentato la sua offerta, il valore del social si è quasi dimezzato. Oggi varrebbe circa 25 miliardi, secondo le stime che alcuni analisti hanno condiviso con i media americani.

Con ogni probabilità avrebbe voluto tenere le redini ancora un po’. Il tempo di mettere i costi a posto e affrontare le difficoltà con gli inserzionisti, che oramai in maniera piuttosto esplicita dicono di non avere intenzioni di versare soldi nelle casse del social se le proprie pubblicità finiscono in un ambiente violento, fatto di post razzisti e discorsi d’odio.

Le entrate di Twitter dipendono ancora per il 90% dalla pubblicità. E l’idea di basare i ricavi sugli abbonamenti degli utenti al momento non sta andando come previsto. Ma se Twitter ancora non ride, il vero problema per Musk è che Tesla comincia a piangere. Il produttore di auto elettriche è il suo business principale. Quello su cui si basa gran parte della sua fortuna (160 miliardi di dollari l’ultima stima, secondo uomo più ricco al mondo dopo Bernard Arnault, capo della holding del lusso Lvmh).

Tesla ha perso il 41% del proprio valore da novembre. E annuncia tagli

Tesla dopo due settimane di ribassi oggi respira a Wall Street, con una seduta piatta (+0,5%). Forse effetto dell’annuncio di di lasciare la guida di Twitter visto che è da almeno due mesi che gli azionisti della società si lamentano del doppio ruolo di Musk (che guida anche Starlink, Neuralink, Space X e TheBoringCompany). Tesla il primo novembre scorso, giorno in cui Musk è entrato (con un lavandino) nella sede di Twitter per la prima volta, valeva 450 dollari per azione. Oggi viaggia intorno ai 137 dollari. Ieri la società ha annunciato uno stop alle assunzioni e un nuovo taglio del personale in arrivo entro il primo trimestre del 2023. 

Musk continua ad attribuire la flessione del valore di mercato di Tesla alla politica monetaria statunitense, accusando la Fed di aver innalzato i tassi di interesse con troppa fretta. Anche se “oramai tutti gli indicatori dicono che siamo in deflazione”, ha twittato ieri, lanciando un altro sondaggio tra i suoi seguaci in cui chiedeva di schierarsi sulla politica economica americana. Ma nessuna risposta finora agli investitori. Che hanno visto i migliori ingegneri di Tesla lasciare la società per andare a lavorare a Twitter. Che hanno dovuto ingoiare gli attacchi di Musk alla presidenza americana.

Il suo erede alla guida di Twitter avrà un compito difficile

Laconico il commento di Ross Gerber, capo di uno dei principali fondi che hanno investito in Tesla: “Per noi il problema è avere un ceo che ogni giorno discute i problemi di Hunter Biden”, il figlio di Joe Biden, uno dei motivi per che avrebbe spinto il governo americano a fare pressioni su Twitter secondo Musk.

Ma un altro problema è che, anche con un nuovo ceo, Twitter rimarrà nelle mani di Musk. Che (anche legittimamente) continuerà a voler dire la sua sulla gestione del social. E tutti gli sforzi del nuovo capo di rimettere insieme i cocci lasciati tra gli inserzionisti (e la politica) dovranno fare i conti con il capo. Storicamente non uno incline a lasciare le redini del comando ad altri.