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Sui fondamentali quasi tutti sono d’accordo: è tempo di riformare l’intelligence italiana. Il calendario non mente: dall’ultima volta che il Parlamento italiano ha messo mano all’organizzazione e al funzionamento dei Servizi segreti sono trascorsi quindici anni. Lo ha fatto con una legge, la 124 del 2007, approvata quando l’i-phone aveva ancora un che di visionario, la Lehman Brothers viveva tranquilla e l’Ucraina era tutta intera. Il punto, allora, non è se ma come e dove intervenire.

Franco Gabrielli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autorità delegata ai Servizi, ha le idee chiare. “Quando fui ascoltato all’epoca in Parlamento dissi che sarebbe stato preferibile un servizio unico a una pluralità di servizi”, spiega intervenendo alla presentazione del “Manuale di intelligence e dei servizi segreti” (Rubbettino), l’ultimo libro del deputato del Pd Alberto Pagani presentato da Formiche. “Oggi che ho il privilegio di questo incarico sono ancora più convinto che l’architettura realizzata dalla 124 non abbia assolto tutti i compiti che si prefiggeva”, aggiunge il prefetto ed ex capo della Polizia.

Non è la prima volta che Gabrielli, scelto dal premier Mario Draghi per guidare il comparto un anno fa, sottolinea la necessità di una riforma unitaria dei Servizi, oggi divisi nelle due agenzie, Aisi (interno) e Aise (estero) coordinate dal Dis, diretto dall’ambasciatrice Elisabetta Belloni.

Gabrielli parte da un assunto semplice: ha senso nel 2022 dividere salomonicamente in due l’attività di intelligence? “Nell’epoca in cui viviamo mi sfugge la distinzione tra interno ed esterno su materie come cybersecurity, ecofin, terrorismo”. Se la guerra è diventata ibrida – e i fatti in Ucraina sono lì a ricordarlo – ibrida deve essere la risposta alle minacce, è il ragionamento del prefetto.

C’è ovviamente un tema di governance. Dentro e fuori il Parlamento rimane scetticismo sull’opportunità di ricondurre tutta l’intelligence sotto una sola agenzia. “Non si tratta di concentrare in una sola persona enormi poteri ma di evitare di avere un servizio di intelligence che è la duplicazione di apparati che esistono”, riprende Gabrielli. “In una democrazia non è tanto importante frazionare i poteri quanto creare sistemi di controllo e bilanciamento”.

Oltre alla struttura, aggiunge, c’è poi una seconda priorità, e cioè rimettere mano al sistema delle carriere interne ai Servizi. A livello di vertice è stato già fatto, con due interventi, il primo con il governo Conte, il secondo con il governo Draghi, che hanno modificato la modalità per prorogare il mandato dei direttori di Dis, Aise e Aisi.

Non basta, dice Gabrielli. “Nel nostro Paese l’intelligence crescerà quando si affrancherà dagli apparati forti. E invece troppo spesso è vista come un oscar a una carriera che ha avuto eccezionali sviluppi, ma che attiene a un habitus mentale che con l’intelligence non ha nulla a che vedere”.

Insomma, per l’autorità delegata l’urgenza sta nel “recuperare il senso di appartenenza e far sì che un giorno il direttore dei servizi altro non sia che l’espressione di un cursus honorem che nasce nell’ambito della singola amministrazione e risponde alla sacrosanta aspirazione ad assumerne il vertice, senza immissioni a pettine”. Nodi che andranno sciolti in Parlamento, quando si ritoccherà la riforma 124. Difficile farlo nell’attuale legislatura, con una guerra in corso in Europa e l’onda lunga della pandemia con cui fare i conti.