Milano e la violenza della Politica di Davide Steccanella: quanta storia tra piombo, forca e cabaret

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Un atto d’amore per la nostra Milano. Scritto da uno nato a Bologna e raccontato, in questo momento, da una nata a Parma, che è a cento chilometri da Bologna e 130 da Milano. Gliene hanno dette di tutti i colori, a ’sta città, che c’era la nebbia e il cemento, e piazzale Loreto con Mussolini a testa in giù e la Petacci scomposta, e i calabresi con la valigia di cartone chiamati terùn mentre i milanesi si ingozzavano di panettone. E poi la strage e poi gli anni di piombo e poi la città da bere e i paninari, poi la moda, il design e l’Expo precipitati infine nel contagio più contagioso d’Italia. E quattordicimila cittadini milanesi che se ne sono andati nell’ultimo anno.
Potrebbe chiamarsi “Milano ti amo”, l’ultimo libro di Davide Steccanella, avvocato e scrittore. Invece il titolo sembra parlare di tutt’altro: Milano e la violenza politica 1962-1986 (Milieu edizioni, euro 18,40). E non vuol dire che si ami una città “nonostante” quel che è successo in quei vent’anni, ma “anche” per quello. Perché ogni evento ha una sua spiegazione, una propria logica, e la ritrovi in ogni angolo, in ogni viuzza che prima conoscevi perché lì c’era un piano bar o un cabaret, e dopo perché sul selciato era rimasto il corpo di qualcuno. Ammazzato dalla polizia o da qualcuno cui era parso naturale, un certo giorno, prendere le armi. Un periodo di storia che non si è mai voluto veramente elaborare, che si è tenuto lontano dalle nostre mani come fosse un tizzone ardente, fino a delegare tutto alla magistratura. La quale ha fatto i suoi conti: 269 sigle armate attive alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati e 4.290 gesti di violenza a persone. Cui andrebbero aggiunte le leggi speciali e il nascente uso del “pentitismo”. Cioè le prove generali di quel che sarà in seguito, con la fase di tangentopoli e quella dei processi per fatti di mafia, lo sviluppo di un uso politico della giustizia che prenderà la tangente dell’aggressione ai fenomeni criminali e anche sociali come prevalente rispetto al giudizio sul singolo fatto e sul singolo sospettato.
Non è un caso se Armando Spataro, che degli anni Settanta milanesi fu protagonista nel suo ruolo di pubblico ministero, rivendichi il fatto che «il terrorismo perse nei tribunali» ed esalti le leggi del ministro dell’interno Rognoni e, da parte dei magistrati, la «capacità di gestione di un fenomeno divenuto quasi ‘di massa’ come quello dei cosiddetti pentiti». E dall’altra parte Cecco Bellosi, che fu militante della colonna Walter Alasia delle Brigate rosse, ricordi che «negli anni Settanta c’era un mondo attorno a noi, che voleva cambiare il mondo. La lotta armata –questo è il mio pensiero netto- ne è stata la parte estrema, non estranea. Ma di quegli anni è stato rimosso il contesto: un movimento denso di lotte, di condivisione, di appartenenza». Sono un po’ i due poli di una stessa realtà. Un corno del problema, quello espresso da Spataro, che chiede la resa, l’altro, quello di Bellosi, che dice “ma non eravamo solo criminali”. Poi però c’è anche, nella Milano di ieri e di oggi, una come Claudia Pinelli. La quale, nell’introduzione del libro, spiega quanto per lei, sua sorella Silvia e sua madre Licia, sia stato «importante perseverare e rimanere nella città a cui sentiamo di appartenere, la città di mio padre, Giuseppe Pinelli, nato, vissuto e morto a Milano, il suo nome inciso in alcune di quelle lapidi che segnano il lungo itinerario di morti e dolore di questo territorio».
Per noi è stato importante, concludono, decidere di resistere e di rimanere a Milano. Non solo la città della strage, la città della morte violenta di un anarchico, la città degli anni di piombo (espressione quanto mai strampalata, assunta da un bellissimo film di Margaret von Trotta, che si riferiva agli anni del post nazismo in Germania), degli anni Sessanta che si aprirono con l’uccisione in piazza Duomo dello studente Giovanni Ardizzone, dei Settanta con le morti di Calabresi e Feltrinelli, gli Ottanta che riassumevano quindici anni di guerriglia urbana e di morti sul selciato.
Dietro e prima e durante c’è Milano, tutta intera, capace di tutto contenere, tutto amare e farsi amare. C’è la città dove è concentrato un quarto del capitale economico del Paese, dove si tengono insieme il Teatro alla Scala, lo stadio di San Siro e il Corriere della sera, dove nel 1950 riapre dopo la guerra La Rinascente e si inventa il panettone (“Non c’è Natale se non c’è Motta”, “Si scrive Natale, si pronuncia Alemagna”) e nel 1954 partono le prime trasmissioni della Televisione di Stato e un anno dopo va in scena Lascia o raddoppia. E possiamo aggiungere la grandiosità del Palazzo del ghiaccio che con i suoi 1800 metri quadrati è la principale pista di ghiaccio coperta d’Europa). Sono gli stessi anni in cui viene inaugurato il primo supermercato d’Italia, ideato dal genio Caprotti, quello dell’Esselunga. E anche del concerto di Billie Holliday e della grande stagione milanese del jazz.
Può stupire il fatto che, in questi anni di meraviglia dopo due guerre e il fascismo, e in un contesto di sviluppo ma anche creatività di artisti come Lucio Fontana, architetti come Gio Ponti, scrittori come Umberto Eco, e giornalisti fotografi musicisti e cabarettisti, e il bar Giamaica e il santa Tecla e il negozio di Elio Fiorucci, Milano creasse dentro di sé anche tutte le sue contraddizioni sociali? E anche una certa voglia di illegalità? Basterà ricordare la famosa rapina di via Osoppo, quella che ispirerà il film Audace colpo dei siliti ignoti di Nanni Loy. Non fu un fatto politico. Ma il primo sasso era tirato, anche se non pareva.
La forza della polizia non fu inferiore a quella degli “altri”. Nel 1962 lo studente Giovanni Ardizzone fu schiacciato da una camionetta della polizia durante una manifestazione. E gli anni Sessanta si chiuderanno in modo tragico, con la morte di Antonio Annarumma durante una manifestazione davanti al teatro Lirico, poco lontano e poco prima della strage di piazza Fontana. Non so se sia vero quel che disse qualcuno, e cioè che noi giovani di allora perdemmo la verginità quel 12 dicembre del 1969. So che sicuramente cambiò tutto. E so che i nomi di quelle vie, dove prima andavamo al cabaret a vedere Jannacci, i Gufi o Cochi e Renato, o a ballare il rock con Adriano Celentano e Bruno Dossena, erano diventati i luoghi bui dove qualcuno era caduto.
Milano città grande, o Milano grande città? La sua ricchezza, le sue contraddizioni. C’è Primo Moroni, il “libraio del movimento”, che ha aperto la sua Calusca e Andrea Valcarenghi che ha fondato “Re Nudo” e Mauro Rostagno “Macondo”. E Dario Fo e Franca Rame sfondano con più spettacoli al giorno di Morte accidentale di un anarchico e nasce la Palazzina Liberty, luogo di vita quotidiana di migliaia di giovani. Ma Milano era stata anche la città di Pietro Secchia e della Volante Rossa, e dell’album di famiglia di cui parlò in anni successivi Rossana Rossanda. Le immagini parlavano da sole. Andavi una sera al bar Oreste di piazza Mirabello e vedevi qualcuno che giocava a boccette e qualcun altro seduto a un tavolino che mostrava un disegno ai suoi amici, ed era il tracciato del percorso per una rapina di banca. La città teneva insieme tutto. I gruppi armati delle Brigate rosse e di Prima linea sono nati nelle fabbriche, ma cresce anche qualche forma di “spontaneismo armato”. A Milano a un certo punto «nei giovani militanti si produce una sindrome terribile… le scelte paiono essere solo di tipo estremo e radicale», scrivono Nanni Balestrini e Primo Moroni. E si arriva al triennio ‘78-’81, il più sanguinoso per la città di Milano, con un bilancio di 28 morti, “da una parte e dall’altra”. Il libro dell’avvocato Steccanella meriterebbe ben altro approfondimento. Per esempio sulle tante riforme che comunque in quegli anni il Paese seppe fare, anche e soprattutto per merito dei tanti movimenti, a partire da quello delle donne, e poi degli studenti e dell’”autunno caldo”. E di persone come il mio indimenticabile amico Primo Moroni. È morto nel 1998, sono andata al suo funerale, anche sfidando qualche “intransigente”, che lui avrebbe incenerito con la sua ironia, e che non mi voleva. Anche in questo Milano fu protagonista, qui abitarono i buoni e i cattivi. Ma qui «è ancora possibile ritrovare i luoghi di una storia che racconta di chi, nel corso di quel lungo e violento conflitto ha perso la vita. Da una parte e dall’altra, compresi quelli delle targhe che non ci sono e che nessuno ricorda». Un libro per capire, per ricordare.

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