Mattarella e il piastrino di riconoscimento che mancava al Milite Ignoto

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La proposta: una mostra al Vittoriano per il centenario del soldato simbolo di tutti i nostri Caduti

Andrea Cionci

Andrea Cionci

Storico dell’arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall’Afghanistan e dall’Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo “Eugénie” (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi – vive una relazione complicata con l’Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

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Durante il discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica ha ricordato come, nel 2021, ricorra il centenario della deposizione della salma del Milite Ignoto al Vittoriano.

Fu nell’agosto 1920, che il generale Giulio Douhet propose di scegliere, a simbolo di tutti i nostri caduti della Grande Guerra, il corpo di un soldato totalmente non identificabile. I suoi resti, tumulati l’anno dopo a Roma in un gigantesco rito collettivo cui partecipò un milione di cittadini, erano stati trovati privi di mostrine, fregi e soprattutto del piastrino di riconoscimento.

Il primo studio sistematico su questo elemento identificativo del soldato, in assoluto il più personale, si deve al giovane perito antiquario Riccardo Ravizza, di Varese, che ha autoprodotto due volumi molto accurati : « Il piastrino di riconoscimento » e l’appena uscito « I piastrini degli Imperi centrali ».

Se dalla Rivoluzione francese, il numero di coscritti era aumentato a dismisura, nell’800 la sempre maggiore distruttività delle armi comportò un aumento esponenziale del numero di morti sui campi di battaglia.

Le famiglie cominciavano anche, spesso, a reclamare un luogo dove piangere i loro parenti e per questo iniziarono a nascere sacrari e cimiteri di guerra.

Di qui la necessità di trovare una soluzione pratica al problema dell’identificazione dei caduti non solo per aggiornare l’organigramma dei reparti, ma anche perché un documento attendibile sul decesso del militare acquisiva enorme importanza per le famiglie, soprattutto per dirimere questioni ereditarie o relative a pensioni e a forme di assistenza sociale.

I primi piastrini risalgono alla Guerra di Secessione americana (1861-’65), ma erano autoprodotti dai soldati: su un mezzo dollaro levigato, facevano incidere i loro dati più essenziali.

Ad inaugurare un primo regolamento in tal senso fu l’esercito prussiano nel 1869. Metodici e scrupolosi, i tedeschi furono sempre all’avanguardia in questo settore, tanto che saranno anche i primi, nel 1916, a rendere spezzabile a metà il piastrino metallico tramite una linea forata: una parte restava sul corpo, l’altra veniva raccolta dal comandante di reparto. Su entrambe le sezioni erano bulinati gli stessi dati identificativi cosicché anche dopo molto tempo, un corpo riesumato poteva essere facilmente identificato.

In Italia, il primo piastrino di riconoscimento fu introdotto nel 1892. Consisteva in una sottile placchetta rettangolare di zinco con quattro fori agli angoli (arrotondati). I dati del militare erano scritti a mano con un apposito inchiostro indelebile detto “zincografico”, vocabolo che passò, poi, ad indicare lo stesso piastrino. Vi erano riportati: nome, cognome, anno di nascita, distretto d’appartenenza e numero di matricola.

Il ricorso allo zinco era dovuto al fatto che tale metallo è molto resistente all’ossidazione. Ovviamente, dato che i cadaveri potevano restare insepolti a lungo, materiali organici come carta, stoffa, o legno si sarebbero facilmente decomposti. Tuttavia, lo zincografico non era esente da difetti: cucito all’interno della giubba, non era vincolato al corpo del soldato e, inoltre, l’inchiostro di china facilmente si dilavava con l’umidità. Con la grande Guerra, nel ’16, gli Italiani adottarono, quindi, un piastrino simile a quello austriaco: un “medaglione” a scatolino quadrangolare  – a tenuta più o meno ermetica – con dentro un biglietto di carta che, tuttavia, si distruggeva in poco tempo. Per questo, è ancor oggi abbastanza difficile identificare i corpi ogni tanto restituiti dai ghiacciai in scioglimento.

Un’eccezione fu il rinvenimento, nel 1996, fra i sassi della morena del Passo del Dito (Adamello) dei resti di un combattente della “Guerra Bianca” (la Grande Guerra combattuta in alta quota). Fra le ossa, i brandelli dell’uniforme e del gibernaggio, i recuperanti raccolsero un’esile lastrina di metallo: era il piastrino mod. 1892, ancora in dotazione al Regio Esercito nei primi mesi del conflitto. Sebbene sporco e corroso, l’inchiostro era ancora leggibile grazie alle eccezionali condizioni garantite dall’ambiente periglaciale: Schiavetti Pietro, classe 1894, matricola 29906/02. Come si scoprì dai registri militari, il caduto faceva parte della “Centuria Valcamonica” incaricata di svolgere azioni di carattere alpinistico-militare, che in una azione del 14 settembre 1915, perse 21 alpini.

Nel 1932, il Regime volle adottare per l’Esercito un nuovo piastrino, concettualmente simile a quello tedesco: un lamierino piegato a libretto e punzonato, anch’esso separabile.

In queste sottili placche di metallo sono, dunque, racchiuse intere esistenze. Ci permettiamo di lanciare una proposta, che ha trovato disponibile Riccardo Ravizza, possessore di 300 pezzi e ben collegato con musei e altri collezionisti: dato che nel 2018, per il centenario della Vittoria, al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano era stata allestita una bella mostra sulle cartoline della Grande Guerra, perché non organizzarne una, nel 2021, sui piastrini di riconoscimento?