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24 dicembre, anno 2021: una data che rimarrà legata ad un improvviso e tragico addio. Ad un politico, ad un imprenditore, ad un Uomo, soprattutto. Sopraffatto da un interminabile calvario giuridico, soffocato dalle spire di un drago ibrido nel quale giustizia e politica spesso si confondono, a quella data Angelo Burzi, per anni protagonista indiscusso della politica piemontese, amato e stimato dai suoi colleghi per autorevolezza e visione, affermava con gesto irreversibile la sua dignità, e sottraeva alla giustizia terrena il suo stesso oggetto – colpevole o innocente che fosse -, non prima di aver avvisato le forze dell’ordine di quanto stava per compiere. E no, non si tratta di sostituirci ai giudici – Dio ci liberi da tale compito – per decidere arbitrariamente chi è colpevole e chi no, o di giudicare a tutti i costi il loro operato. Si tratta da un lato di umana compassione e dall’altra – ancora una volta – di quella sgradevole sensazione di assistere ad un film già visto.

L'ultima notte di Angelo Burzi, vittima del “Sistema”
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Angelo Burzi, esponente primario del centrodestra piemontese, tra i fondatori della sezione regionale di Forza Italia, rientrava nel vasto numero dei personaggi interessati dall’indagine che coinvolse la giunta regionale guidata dal leghista Roberto Cota, durata poco più di due anni (2010-2012). Un’indagine che si trasformò in breve in un clamoroso evento giudiziario nel quale pochi consiglieri di maggioranza si sottrassero ad una condanna per peculato. Fin dall’inizio, l’operato dei magistrati e l’oggetto stesso delle accuse suscitarono perplessità, in quanto si trattava di stabilire non tanto la quantità di fondi spesi, quanto piuttosto la congruità del loro utilizzo. Se poi si volesse seguire il sempreverde adagio andreottiano secondo cui a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina, saltava subito all’occhio come tra le fila dei condannati si contassero esclusivamente elementi del centrodestra. Nel corso dei procedimenti la stampa ufficiale non mancò di fornire ampio sostegno all’operazione, rassicurando preventivamente l’opinione pubblica sul fatto che gli indagati fossero senza dubbio colpevoli, associando in modo neppure troppo velato l’attitudine al peculato con la loro appartenenza. Nel frattempo, la gauche-caviar, di cui Torino sempre abbonda, applaudiva compiaciuta, beandosi nella propria presunta superiorità morale e per nulla preoccupata di un’analoga indagine rivolta alla giunta precedente, da loro guidata, che – con ragione – presumevano si sarebbe arenata in breve tempo, complice un sapiente silenzio mediatico.

Assolto in primo grado, ma di recente condannato in Appello, con un aggravio di pena in qualità di capogruppo, Angelo Burzi non ha voluto stare al gioco. In una lettera, alle mani della moglie, ha dichiarato la sua innocenza, così come ha apertamente parlato di persecuzione (ipotesi perentoriamente negata dai magistrati, solo la Storia ne renderà conto…). Il silenzio delle grandi testate su quella lettera è senza dubbio eloquente… D’altronde, proprio gli organi di informazione sono stati – in tale occasione come in molte altre – la primaria stampella di quel “Sistema” così accuratamente descritto da Alessandro Sallusti e Luca Palamara nell’omonimo libro, e audacemente portato in scena da Edoardo Sylos Labini, che come fondatore e Presidente di CulturaIdentità da lungo tempo ha fatto della testimonianza di Palamara un cavallo di battaglia del nostro movimento culturale. Posizione che non coincide certo con un attacco alla magistratura o alla giustizia tout-court, quanto piuttosto una ferma critica sia al famigerato sistema delle correnti che difficilmente è garanzia di imparzialità, sia allo sfacciato sostegno che il giornalismo politicizzato fornisce ogni volta che il sistema giudiziario colpisce gli appartenenti ad aree politiche sgradite, fornendo preventivamente sentenze di condanna e trasformando la Giustizia in uno spettacolo forcaiolo che danneggia in primis la credibilità stessa della magistratura.

Un processo è cosa dei tribunali, non delle prime pagine. Un imputato, se colpevole, deve scontare la giusta pena solo dopo l’eventuale condanna: tutto il fango che deriva da illazioni, ipotesi da pseudo-giornalismo, voci incontrollate, intercettazioni sbandierate, è una pena aggiuntiva e non dovuta, che nessun codice contempla. Oggi più che mai, di fronte alla tragedia di Angelo Burzi, richiedere una giustizia trasparente e libera da condizionamenti politici e mediatici deve divenire l’aspirazione di ogni singolo Italiano.

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