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L’Ue spinge per il “passaporto vaccinale”. Big informatica si leccano i baffi: quanti dati!

Mentre l’Europa non sa dare risposte ai ritardi nella consegna dei vaccini e alla mancanza di fondi veri per la ripartenze degli Stati, a Bruxelles hanno deciso di concentrarsi su due cose davvero “urgenti” secondo loro: istituire la “zona rosso scuro” (!) e premere l’acceleratore sul passaporto sanitario per “far ripartire il turismo”. Ecco i veri problemi dell’Ue. Però attenzione, mica sarà un passaporto come tutti gli altri, no, sarà un “passaporto digitale vaccinale”. Lo spacciano come un passepartout tecnologico che consentirebbe alle sole persone vaccinate di poter viaggiare senza doversi attenere ai divieti. (Continua a leggere dopo la foto)

L’ipotesi fa gola a molti, sia agli Stati che pensano di far ripartire così il turismo sia a chi potrà mettere le mani su quella mole infinita di dati relativi a ogni singola persona. Come sottolinea Open, l’unico Stato che per ora si sta opponendo a questa assurdità è la Francia: “È troppo presto, dicono da Parigi, per pensare a una strategia di questo tipo. D’altronde le persone vaccinate sono ancora troppo poche rispetto al totale della popolazione, il che renderebbe il ‘permesso speciale’ un privilegio per pochi. Le istituzioni europee, dal canto loro, non sembrano rifiutare in toto la prospettiva”. (Continua a leggere dopo la foto)

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Per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si tratta di “un’opzione percorribile, ma a patto di procedere con un protocollo comune e strutturato”. Intanto ci si interroga sul fatto che la condivisione informatica dei dati sanitari a livello internazionale costituisca un nodo molto importante, nonché uno spartiacque potenzialmente tra il pre e il post pandemia. Come funzionerebbe il passaporto vaccinale? Come nei peggiori fil distopici: “I passeggeri agli aeroporti avvicinerebbero il telefono a uno scanner e sul monitor comparirebbe un codice che ne certifica l’avvenuta vaccinazione”. (Continua a leggere dopo la foto)

Le grandi società, come Microsoft e Oracle, sono già al lavoro per varare i softwere e si leccano i baffi. Nel caso della condivisione internazionale dei dati, chi è che si occuperebbe di raccoglierli e tutelarli? Scrive ancora Open: “Nonostante le rassicurazioni di chi lavora alle piattaforme, per ora non è chiaro. C’è bisogno che l’Ue consideri attentamente le condizioni di raccolta, archiviazione e utilizzo dei dati da parte dei fornitori dei servizi. E a mettere a fuoco i rischi generati da un passaporto sanitario digitale è uno studio recentemente pubblicato nel Regno Unito dalla University of Exeter Law School, finanziato dall’Economic & Social Research Council nell’ambito del progetto ‘Research & Innovation’s rapid response to Covid-19′”. (Continua a leggere dopo la foto)

La sua autrice, la dottoressa Ana Beduschi, “ha messo in evidenza come un’identità sanitaria, benché utile ora nella gestione della pandemia da Covid, potrebbe sollevare interrogativi sulla ‘protezione dei diritti umani’. Costruire e condividere informazioni sensibili sulla propria salute, potrebbe essere il primo passo per nuove distinzioni basate sullo stato fisico e medico delle persone, che potrebbero facilmente trasformarsi in discriminazioni. Se non si garantisce in tutti i Paesi colpiti dalla pandemia un equo accesso ai vaccini e ai test, l’utilizzo di passaporti sanitari digitali potrebbe marcare ulteriormente le disparità già esistenti nella società”.

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