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Il governo Meloni in economia è di scuola tremontiana, nel senso che di economisti non ce ne sono, e invece tributaristi e commercialisti, pronti a far piovere nel disegno di legge di bilancio favori a chi ha problemi col fisco, abbondano.

Allo stesso tempo però la manovra e soprattutto i suoi saldi sono considerati da Meloni l’unico viatico per avere quella credibilità all’estero che la premier si è imposta come primo e quasi unico obiettivo in campagna elettorale. Solo che ad accompagnarla in questo percorso, dal Consiglio dei ministri tra oggi o domani alla approvazione in parlamento, non c’è nessuno che sembra avere un disegno coerente in testa, ci sono diversi improvvisatori e persino deputati che lei stessa ha rifiutato di far entrare nel governo.

Il compito ingrato di far tornare i conti tocca al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: deve gestire un dossier del cui destino sembra lui stesso dubitare. Dopo l’ultimo vertice di maggioranza, ha diffuso una nota per sottolineare di aver chiesto agli alleati prudenza nelle spese: «Confido nel fatto che le forze politiche sosterranno con responsabilità questo approccio».

Non proprio un segno di fiducia in chi lo circonda. Al ministero Giorgetti ha un viceministro di peso come Maurizio Leo: uno dei pochi nomi della destra con competenze riconosciute nel suo campo, a cui si rivolse anche Gianni Alemanno per cercare di tamponare il disastro del bilancio di Roma. Resta, però, un tributarista e non un economista, un docente alla scuola della Guardia di finanza che in politica sostiene condoni e tregue fiscali.

Ma Giorgetti deve gestire anche una sorta di viceministro ombra, quel Claudio Durigon sottosegretario al Lavoro che si è incaricato di portare avanti le richieste leghiste a mezzo stampa. Poi c’è Forza Italia che al momento è rimasta senza misure bandiera da poter rivendicare e potrebbe rifarsi in parlamento. Già solo nella fase del vaglio delle ipotesi, sia sul fronte caro a Leo, il fisco, che sul fronte caro a Durigon, le pensioni, il governo ha fatto diversi passi falsi, con misure appaiate una all’altra senza una logica.

Copiare male il passato

La misura più surreale tra le ipotesi vagliate negli ultimi giorni sono stati gli incentivi per le persone che continuano a lavorare, che si sarebbero affiancati alle diverse quote che permettono uscite anticipate per alcuni gruppi di lavoratori vicini alla pensione.

Sarebbe stato un capolavoro: da una parte pagare per permettere ad alcuni di evitare la legge Fornero e dall’altra pagare per lavorare chi avrebbe comunque continuato a farlo. Pagare in ogni direzione senza logica anche se sempre a pochi. E infatti si è arrivati rapidamente ad accantonare l’idea ma non perchè se ne cogliesse la surrealtà, come ha spiegato il sottosegretario Claudio Durigon perché costa troppo e le risorse sono scarse.

Per trovarle il governo ha valutato anche di inserire un condono fiscale per far rientrare i capitali all’estero, un dispositivo che per definizione dà entrate incerte e non è utilizzabile per coprire uscite certe e potrebbe precipitare in un provvedimento ad hoc nel 2023.

Entrambe sono misure già sperimentate da precedenti governi, la prima con la riforma delle pensioni di Roberto Maroni del 2004, la seconda da ultimo con il governo Renzi alla fine del 2016. I bonus di Maroni erano già dispendiosi e iniqui: prevedevano solo per i lavoratori del settore privato un incentivo proporzionale al reddito esentasse e quindi erano maggiori per chi aveva un reddito maggiore, e infatti furono scelti da lavoratori con reddito più alto.

Allora almeno c’era un minimo di logica in più visto che all’orizzonte c’era un innalzamento dell’età pensionabile, il famoso scalone poi coretto. Allo stesso modo la voluntary disclosure del governo Renzi, fa notare Maria Cecilia Guerra,  ex sottosegretaria al Mef del governo Draghi e una delle poche economiste in parlamento, era stata fatta in un contesto diverso: «Nonostante non sia una sostenitrice dell’intervento», dice Guerra, «allora era un altro periodo, cioè il momento in cui si erano firmati numerosi accordi di scambio di informazioni bancarie e quindi diversi paesi stavano facendo la stessa cosa perché c’era una svolta nel contesto internazionale. Farla ora vorrebbe dire ammettere che gli accordi di scambio di informazioni non funzionano».

Insomma sarà stata una norma opportunistica anche allora ma era almeno giustificabile visto che veniva dopo intese con paradisi fiscali di fatto come Svizzera, Montecarlo, Liechtenstein, Vaticano, Cayman, San Marino. Quello scudo fiscale prevedeva la dichiarazione che i capitali fossero legati esclusivamente a reati tributari. Questo esecutivo, invece, forse proprio perché molti gli scambi di informazioni bancarie sono già in vigore, ha persino preso in considerazione, per poi fare una vigorosa marcia, indietro un condono che comprendesse i reati penali.

I responsabili

Di misura creativa in misura creativa, di smentita in smentita, Giorgetti ha anche detto che le ipotesi emerse nella riunione con i capigruppo sono appunto solo ipotesi:  la vera legge di bilancio sarà chiara, a meno di rinvii, solo oggi con il consiglio dei ministri.

A quel punto, anche se fosse epurata dalle richieste meno eque presentate dagli alleati e ridotta a slogan come l’azzeramento dell’Iva su pane e latte dal valore annuale di poche decine di euro , passerà in parlamento. Lì gli alleati potrebbero essere meno responsabili di quanto vorrebbe il ministro. 

I tempi sono stretti e di fatto i lavori si concentreranno solo alla Camera, mentre al Senato il passaggio sarà più formale che altro. Entro la fine di questa settimana, quindi, il disegno di legge dovrebbe arrivare alla commissione Bilancio di Montecitorio presieduta da quel Giovanni Mangialavori a cui Meloni ha rifiutato l’ingresso nei ranghi del governo, considerando che è accusato di ‘ndrangheta  da un boss. Forza Italia lo ha prontamente ricompensato con la poltrona parlamentare più importante, destinata per questa legge di a valere doppio. 

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