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Clementine e mandarini sono tra i frutti più amati della stagione invernale: piacciono anche ai bambini, sono belle da vedere e facili da mangiare, sia a casa sia in ufficio. Dopo le arance sono gli agrumi più venduti, sono immancabili sulla tavola delle Feste, ma rischiano di scomparire. Il cambiamento climatico ha ridotto infatti il raccolto di più del 30% nello scorso anno e quindi il futuro dell’amato frutto (almeno quello italiano) sembra essere appeso a un filo. Che fare? Ricerca.

Siamo andati così letteralmente “sul campo” per conoscere di più sulla loro coltivazione e scoprire che la storia delle clementine non è molto diversa da quella degli altri frutti, e per avere una visione ben più ambia su quello che portiamo in tavola, e che porteremo nei prossimi anni.

La clementina… non esisteva

Se mandarino, pomelo e cedro sono frutti originari, tutti gli altri agrumi sono la conseguenza di incroci spontanei o voluti dall’uomo in epoche anche remote. Sono nati così limoni, arance e tutto il resto che consideriamo oramai tradizionale, come le clementine, o che appare sul mercato come una novità, tipo mapo, Tacle e via discorrendo. Selezionate da un abate magrebino ai primi del Novecento, le clementine sono un incrocio fra arancio amaro e mandarino e da allora si sono diffuse in tutto il mondo, Italia inclusa. Come per tutta la frutta diffusa oramai da tempo, infatti, oltre alla versione comune sono state create anche diverse varietà, alcune sviluppate da università, aziende o privati. La ricerca è moltissima nel settore dell’ortofrutta ed è focalizzata nel cercare piante più resistenti ai parassiti, più produttive, capaci di dare frutti più “comodi” come quelli senza semi o di adattarsi a climi sempre meno favorevoli. La frutta “naturale” quindi non esiste, ma è il prodotto del sapiente lavoro dell’uomo, che dai tempi di Mendel e degli esperimenti sui piselli, ha saputo individuare e selezionare ciò che riteneva più buono, più utile, più pratico (senza OGM). Oggi questa ricerca prosegue senza sosta, per cercare nuovi prodotti di tendenza, ma soprattutto per sfamare gli 8 miliardi di abitanti della Terra e per superare gli effetti del cambiamento climatico.

La ricerca necessaria

Nel settore delle clementine, ma valga come esempio, minori piogge e condizioni atmosferiche di caldo estremo hanno determinato un drastico calo produttivo della varietà cosiddetta “comune” che rappresenta il 90% della produzione nazionale sparsa fra Calabria, Puglia e Sicilia. «Questo frutto dolcissimo di cui siamo stati per decenni il produttore europeo di riferimento», spiega Marco Eleuteri, presidente della Op Armonia, una delle maggiori realtà produttive e distributive italiane del segmento, «ha via via perso smalto e la produzione nazionale è in continuo calo, nel frattempo altri Paesi, come la Spagna, il Marocco e l’Egitto, sono diventati più competitivi perché, lavorando sul miglioramento varietale, hanno ampliato il calendario commerciale e aumentato la resa. Anche perché qui i consumi si concentrano nell’arco di cinque mesi, e soprattutto tra metà dicembre e fine gennaio, quando oramai scarseggia il prodotto made in Italy». Di questo passo, insomma, rischiamo di non mangiare più clementine italiane a Natale; e questo è solo un assaggio di preoccupazioni economiche e di prospettive ben peggiori per gli agricoltori contemporanei. Il problema non è finire per importare frutta dall’estero, ma smettere di fare ricerca e di vocarsi come Paese a produzioni di qualità, come vera formula per il successo made in Italy. Il protezionismo in questo campo non passa quindi dalla conservazione dell’esistente, ma dalla sua continua evoluzione: l’agricoltura tradizionale – o banale, come la definisce Eleuteri – di varietà “comuni” che punta tutto sul prezzo e non sulla qualità, risulta sempre meno competitiva, garantisce profitti minori e in senso prospettico non sembra quindi rappresentare il futuro dell’agricoltura nazionale. La confessione è che ha fare produzioni convenzionali e “comuni” spesso ci si pagano a malapena le spese e si finisce schiavi degli aiuti economici, mentre a fare qualità ci si guadagna, in tutti i sensi. Camminando fra le coltivazioni sperimentali di agrumi e centri di selezione e confezionamento con i soci della OP Armonia si capisce subito che la soluzione è investire, in varietà innovative o grani antichi poco importa, ma comunque in prodotti ad alto valore aggiunto. E lavorare in sinergia fra produttori in modo organizzato per gestire gli accordi commerciali con le grandi catene di supermercati, e fare marketing. Per fare agricoltura non basta lavorare bene sul campo, insomma.

Perrina, la nuova clementina

Il clima non è più quello di una volta, ma neppure la frutta, ed ecco che la risposta è una nuova clementina, la Perrina, varietà frutto della mutazione spontanea e dell’adattamento naturale della pianta che consentirà presto di avere una produzione tardiva, cioè fino a primavera inoltrata. Arriverà sul mercato nel 2023: la prima volta che il suo scopritore ne aveva parlato era il 1995. Francesco Perri, agronomo calabrese specializzato in agrumi, ha lavorato in collaborazione con Op Armonia e il Crea-Ofa di Acireale, ente pubblico e principale centro di ricerca agrumicola nazionale, a un programma di “miglioramento genetico della clementina italiana” che ha significato un lungo percorso, centinaia di ibridi ancora in osservazione e ingenti investimenti. Il risultato? Una varietà stabile, sicura, già testata, per un frutto buonissimo che ha meritato anche un premio internazionale al Superior Taste Award 2021 insignito da una giuria composta da alcuni dei migliori chef e sommelier del mondo. La Perrina arriverà sul mercato con il marchio DolceClementina, perché la bontà ha bisogno di essere comunicata, e per farlo a Battipaglia si sono inventati anche un logo con cui commercializzare il proprio prodotto e renderlo riconoscibile. Da commodity a brand, la clementina ha iniziato un percorso per non essere più semplicemente “italiana”, e indica una traiettoria per l’agricoltura italiana tutta. Non solo made in Italy, ma riconoscibile, oggettivamente migliore e con un futuro a cui guardare.