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La baby gang effetto devastante di film alla Gomorra
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A 28 anni è stato al comando della compagnia Carabinieri di Corleone e ha lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone nelle indagini sui Corleonesi, sul loro patrimonio e per la cattura di Totò Rina, ammanettato poi da “Ultimo” nel gennaio del 1993. Dopo ulteriori successi contro la ‘ndrangheta in Calabria e in Veneto con Carlo Nordio, ha comandato il secondo reparto investigativo del ROS Centrale, dove ha svolto attività di infiltrato tra narcos e camorristi. E’ autore di numerose indagini su Cosa Nostra, ‘ndrangheta, narcotraffico internazionale, riciclaggio e corruzione. Queste vicende sono raccontate senza enfasi, ma con molta umiltà e umanità, nel romanzo autobiografico Un’arma nel cuore. Nell’Italia di oggi ritratti di eroi vissuti nel silenzio (Gambini Editore, 460 pagine, 2021). Lui è Angelo Jannone (Andria, 1962), colonnello in congedo e oggi, dopo diversi incarichi di dirigente d’azienda e docente universitario, affermato manager e consulente di successo. In occasione della Festa delle Forze Armate, che ricorre il giorno in cui questo numero di CulturaIdentità esce in edicola, gli abbiamo posto alcune domande.

Brecht disse: “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. E’ d’accordo?

Brecht immaginava una società ideale senza il male. Ma immaginare un mondo senza devianze è solo utopia. Gli eroi, i personaggi positivi, svolgono invece una funzione importante: rappresentare, soprattutto per i nostri giovani, dei modelli di riferimento a cui ispirarsi. Moderne letterature e filmografie, come ad esempio Gomorra, dove vi è solo una carrellata di criminali senza scrupoli, senza il contraltare dell’eroe positivo, non credo rappresentino formule educative da proporre agli adolescenti. E le baby gang ne rappresentano gli effetti più devastanti.

Dall’Esercito al management aziendale: quali valori, quali competenze ha portato dall’uno all’altro?

Credo fortemente nell’impresa etica e nella finanza etica. Ecco: ho provato, non sempre riuscendovi, ad interpretare il mio ruolo di manager con lo stesso spirito di servizio e cercando di spingere le aziende verso gli stessi valori a cui mi sono ispirato quando ho giurato fedeltà alla Patria. Ho fortemente creduto nella necessaria integrazione tra pubblico e privato, per il perseguimento del comune obiettivo del benessere collettivo. L’idea del capitale quale forma di sfruttamento dei più deboli dovrebbe essere debellata. Finanza, industria e istituzioni, sopratutto per il tipo di tessuto economico che caratterizza il nostro Paese, dovrebbero fare squadra per la crescita del “BIL”, ossia il Benessere Interno Lordo. Ma purtroppo siamo ancora ad un’idea di fronti contrapposti.

Meglio un esercito di professionisti o meglio la leva obbligatoria?

La leva obbligatoria era scomparsa in tutti i Paesi del vecchio continente dopo la caduta del muro di Berlino e dei blocchi contrapposti, Est e Ovest, i cosiddetti Partito Arancione (Patto di Varsavia) e Partito Azzurro (Nato). Al modello degli eserciti di massa si era sostituito un modello agile di professionisti pronti ad intervenire nei focolai di crisi. Una necessità da un lato, un peccato dall’altra, perché un periodo, seppur breve, di esperienza militare avrebbe sicuramente fatto bene alla formazione dei nostri giovani, inculcando in loro il senso dell’autorità, delle istituzioni e del dovere e sganciandoli dal cordone ombelicale delle famiglie, peraltro sempre meno capaci di incidere sulla loro equilibrata crescita. Il mutato scenario geopolitico, se non risolto in tempi rapidi, potrebbe indurre i governi e la Nato a riflettere su una ulteriore revisione del modello militare, con un inevitabile ritorno al passato.

Perché ha deciso di raccontarsi nel libro Un’arma nel cuore?

Un’Arma nel cuore è una sorta di outing, un libro di ricordi, forse nostalgico. Un libro che, attraverso le forti emozioni vissute durante gli anni trascorsi in uniforme, intende raccontare un’Arma molto diversa ed un’Italia che cambiava. Un libro per dare voce e volto a tanti validissimi e coraggiosi collaboratori, carabinieri semplici, appuntati, brigadieri e marescialli, che ho avuto l’onore di avere al mio fianco nelle diverse sedi, sempre pronti con il sorriso a rischiare la pelle e a volte la famiglia per il bene comune, per un semplice “grazie” o “bravo”. Ma è anche un libro che svela retroscena umani e inediti di tante figure, a partire da Giovanni Falcone e per finire sinanche a mafiosi, confidenti e pentiti, senza falsa retorica.

Qual è stato il momento nell’Arma che più di tutti l’ha segnata?

L’esperienza di Corleone è stata senza dubbio la più intensa che porto nel cuore più di ogni altra. Aver avuto l’onore di un maestro come Giovanni Falcone non è da tutti. Nel mio libro ne parlo senza ipocrisie. Abbiamo anche avuto qualche frizione operativa. Ma entrambi eravamo determinati nella convinzione di poter fermare prima quel mostro di Totò Riina. Ma forse i tempi non erano maturi.

Cosa sono i poteri occulti?

I poteri occulti sono quelli che senza un’investitura democratica determinano i destini di un Paese e di un popolo. Sciascia diceva già da tempo che “il potere è altrove”. Vi sono purtroppo alcuni importanti gruppi finanziari che attraverso giudizi di rating e movimentazioni di enormi risorse possono destabilizzare i governi sino a determinarne la caduta. Ho avuto modo di rendermi conto direttamente di quanto sia potente l’arma del danaro, che può condizionare fortemente le scelte politiche. Oggi le stesse mafie hanno compreso che non bisogna uccidere, ma corrompere o infangare, perché paga di più.

Guerra in Ucraina: è vero che in Italia operano molte spie russe?

Francamente non penso di poter disporre di simili informazioni. Ma posso dire con assoluta certezza che nella cultura spionistica russa le cosiddette humint, ossia le fonti umane di informazioni, hanno sempre avuto un ruolo centrale, anche quando era terminata la cosiddetta guerra fredda. A ciò si è aggiunta negli ultimi decenni una capacità di hacking paragonabile solo ad un altro colosso, la Cina. Una congiuntura decisamente negativa e altamente preoccupante. E non dimentichiamo che il nostro Paese ospita importanti sedi Nato, da quella del Comando Nato per il sud Europa a Napoli alla base di Aviano o Sigonella. E lo scacchiere del Mediterraneo è oggi più che mai strategico. Insomma, facciamo bene a preoccuparcene e mettere in campo le migliori competenze di intelligence e analisi dei dati.

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