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I Twitter Files dimostrano che la cosiddetta sinistra progressista ha preso una deriva illiberale. Ecco cosa succede sulla piattaforma, tra Hunter Biden, anti-trumpiani e Elon Musk. L’articolo di Stefano Feltri per Domani

Se state leggendo queste righe, probabilmente non siete molto turbati dai Twitter Files: l’idea che la documentazione interna a una piattaforma usata da politici e giornalisti riveli che molti opinionisti di destra e no-vax sono stati oscurati, e che Joe Biden è stato favorito rispetto a Donald Trump, magari vi rassicura perfino.

Eppure, il silenzio intorno ai Twitter Files indica due cose: che la nostra democrazia è minacciata dall’uso discrezionale delle piattaforme digitali, che possono manipolare il dibattito pubblico, e che la cultura sedicente progressista ha preso una deriva illiberale denunciata qualche tempo fa da una discussa copertina dell’Economist.

Quando Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari, lo ha fatto in nome di una promessa di “free speech”: tutti avrebbero potuto tornare a esprimersi sulla piattaforma, incluso Donald Trump, bandito dopo l’assalto al Campidoglio dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021.

– Leggi anche: Perché Musk si elettrizza con i Twitter files

COSA C’ENTRA HUNTER BIDEN

Musk ha già violato più volte le promesse di trasparenza e neutralità del servizio, ma almeno una cosa in quella direzione l’ha fatta: ha convocato un gruppo di giornalisti indipendenti di vari orientamenti politici e ha dato loro accesso a tutta la documentazione interna dell’azienda, tonnellate di chat, conversazioni e documenti, anni di lavoro e interazioni di dipendenti ormai in gran parte licenziati.

Quello che hanno scoperto è incredibile e grave almeno quanto l’assalto ai palazzi della politica dei trumpiani, ma i media liberal come il New York Times si rifiutano di parlarne, le università egemonizzate dalla cultura dei Democratici non hanno alcuna voglia di organizzare conferenze e seminari sul tema, non si vedono intellettuali globali indignati. Tutto tace.

Certo, il sospetto che la pubblicazione sia selettiva e politicamente orientata spiega una parte di questa cappa di omertà, ma non è forse così per tutte le notizie? Di solito le “fonti” sono interessate, hanno una loro agenda, e un obiettivo. Ma quello che conta per i giornalisti è soprattutto che le notizie siano vere. E quelle dei Twitter files lo sono.

La vicenda più rilevante, che è ancora attuale, riguarda il computer di Hunter Biden, il figlio del presidente. Il 14 ottobre 2020, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il New York Post rivela mail e contenuti imbarazzanti.

Ci sono le prove del fatto che Hunter Biden ha organizzato nel 2015 un incontro tra il padre Joe e un uomo d’affari ucraino, Vadym Pozharsky, consulente del consiglio di amministrazione di Burisma, una società energetica in Ucraina che aveva arruolato il giovane Biden, presumibilmente soltanto per avere buoni rapporti a Washington. In una mail Pozharsky chiedeva proprio a Hunter “come usare la sua influenza a Washington”.

Joe Biden, all’epoca vicepresidente di Barack Obama e delegato a seguire la crisi Ucraina dopo l’annessione della Crimea, esercita poi pressioni sul governo di Kiev per licenziare un procuratore anti-corruzione Viktor Shokin che, tra l’altro, stava indagando su Burisma, l’azienda del figlio. Altrimenti non avrebbe fornito un miliardo di dollari di aiuti. Biden, però, aveva sempre negato ogni contatto con i manager di Burisma e con le attività di Hunter.

Nel computer ci sono anche i video di Hunter Biden che fuma crack e si sollazza con delle prostitute. Tutte cose problematiche a ridosso delle elezioni, soprattutto considerato che Trump si era trovato sotto impeachment per molto meno, cioè per aver chiesto al presidente ucraino Volodomyr Zelenski di riaprire indagini su corruzione su Biden in cambio di forniture di aiuti militari.

Il New York Post ricostruisce la storia del computer di Hunter e della notizia: un cliente lo aveva portato a riparare ma non lo aveva mai ritirato dal negozio del Delaware, lo stato dei Biden. Il computer arriva poi all’Fbi, ma intanto il negoziante ne aveva fatto una copia consegnata a Rudi Giuliani, l’avvocato di Trump, che la passa al New York Post.

Questa storia esplosiva, capace di condizionare le elezioni, però la leggono in pochi. In una azione senza precedenti, Twitter e altre piattaforme decidono sostanzialmente di oscurarla, con l’inedita motivazione che non rispetta standard giornalistici adeguati. Molto tempo dopo arriverà la conferma che era tutto corretto e preciso, ma nel 2020 circola la tesi che ci sia una operazione di hackeraggio, forse di matrice russa, a sostegno di Trump.

Come circola la voce? Perché, tra l’altro, Twitter la incoraggia e oscura la storia originale, si scopre ora grazie ai Twitter files. La cosa al limite del colpo di stato che si apprende adesso è che è stata la stessa Fbi a chiedere a Twitter di nascondere una vicenda che l’agenzia federale sapeva essere vera, perché era in possesso da tempo del computer di Hunter Biden e dei suoi contenuti.

L’agente speciale Elvic Chan, però, scrive al capo della “Integrità” di Twitter, Yoel Roth, lo stesso Roth che mentirà addirittura in testimonianze giurate alla Commisisone elettorale nel dicembre 2020, sostenendo che il boicottaggio della notizia era dovuto alle voci di operazioni di “hack and leak”, cioè violazione e diffusione di informazioni riservate da parte di qualcuno, forse i russi.

Eppure, proprio Twitter aveva comunicato alla Fbi, nel settembre 2020, che non risultava alcuna attività sospetta da parte di mosca, appena 345 account da monitorare, “in gran parte inattivi”, si legge nei documenti diffusi da Michael Shellenberger, uno dei giornalisti coinvolti da Elon Musk.

TWITTER E GLI ANTI-TRUMPIANI

Quando il New York Post pubblica la sua indagine, tanto corretta quanto devastante per Biden, Twitter arriva a disconnettere l’account della portavoce della Casa Bianca di Trump, Kaleigh McWnany, soltanto perché ha condiviso l’articolo del Post.

Senza che ci sia alcuna evidenza di un intervento di governi stranieri o altro, una dirigente di Twitter spiega in una mail interna che la portavoce è stata bloccata perché ha violato la normativa di Twitter sul materiale hackerato.

Una decisione puramente discrezionale e molto opinabile, con questo criterio le piattaforme dovrebbero bloccare tutti i contenuti giornalistici basati sulla diffusione di quel materiale confidenziale che è alla base di gran parte degli scoop.

Secondo quanto ha ricostruito il giornalista Matt Taibbi, un altro del gruppo dei Twitter files, “la decisione è stata presa ai più alti livelli dell’azienda ma senza che lo sapesse l’amministratore delegato Jack Dorsey”, cosa anche questa piuttosto bizzarra. La figura apicale più direttamente coinvolta è stata il capo del legale, Vijaya Gadde.

Le mail interne tra i dirigenti di Twitter – in gran parte licenziati da Musk – dimostrano che tutti sapevano di star facendo una cosa priva di basi giuridiche. Ma sono andati avanti. Perché?

L’unica spiegazione arriva scorrendo gli altri Twitter files pubblicati dai giornalisti coinvolti, come Bari Weiss: l’azienda era permeata da una omogenea cultura pro-democratica e anti-trumpiana che finiva per legittimare tutti i comportamenti in quella direzione.

Anche se l’azienda ha sempre dichiarato di non esercitare alcun controllo editoriale sui contenuti pubblicati, e quindi di oscurare soltanto quelli in violazione delle regole della piattaforma mentre tratta gli altri allo stesso modo, adottava quello che in gergo si chiama “shadow banning”: cioè rendeva meno visibili alcuni tweet o alcuni profili, senza che gli autori ne fossero in alcun modo consapevoli (e neppure gli altri lettori normali).

Se guardate il vostro feed di Twitter, noterete che ogni tanto alcuni profili vi appaiono più di altri, che i retweet di utenti che seguite ogni tanto appaiono e ogni tanto no. In teoria l’algoritmo dovrebbe ottimizzare la probabilità che il contenuto sia di vostro interesse, ma non che sia coerente con le preferenze politiche dominanti tra gli impiegati della piattaforma.

Il medico Jay Bhattacharya, di Stanford, era tra i più critici dei lockdown come misura di riduzione del rischio contagio durante i mesi della pandemia nel 2020. Twitter lo aveva classificato come utente problematico, con etichette come “recent abuse strike” e “trends blacklist”, senza che lui ne sapesse nulla.

«Immaginate che non ci fosse stato alcuna censura da parte dei media, avremmo vinto il dibattito sulle politiche sul Covid: le scuole sarebbero rimaste aperte, avremmo dato priorità alla protezione dei fragili, invece ci sono stati i lockdown», scrive oggi su Twitter Bhattacharya.

Si può essere in disaccordo, ma il dibattito dovrebbe essere aperto e basato sull’evidenza scientifica, non distorto dalla censura occulta di Twitter dovuta al fatto che Bhattacharya, come altri utenti sottoposti allo stesso trattamento, era apprezzato dai conservatori e contestato dai liberal.

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