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Intitolato “Advantage at Sea” (‘Vantaggio Marittimo’ in italiano) il nuovo libro bianco della Marina Militare degli Stati Uniti descrive le crescenti capacità navali della Cina nell’Oceano Pacifico come una “erosione dei vantaggi militari statunitensi”. E secondo gli studiosi del Pentagono, la sfida di Pechino sta riducendo il vantaggio navale Usa “ad una velocità allarmante”. Questa erosione viene attribuita in particolare alla proliferazione accelerata dei sistemi missilistici di lungo raggio, che restringe la libertà di navigazione e di operazione militare statunitense nel Pacifico, modificando l’attuale equilibrio di potere e comportando enormi rischi per la stabilità internazionale.

Sviluppando la riserva missilistica-nucleare più grande al mondo, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione guida la messa a punto di una forza balistica capace non solo di colpire la base militare Usa di Guam, ma di montare prim’ancora un pesantissimo attacco alle coste del Taiwan, un bastione fondamentale per la difesa del mondo libero. Secondo uno studio divulgato dal Pentagono a settembre di quest’anno, lo sviluppo di nuove potenzialità balistiche a bordo delle navi militari cinesi è una componente fondamentale della forward policy cinese. Combinato al dispiegamento navale dei sistemi ipersonici e di crociera, lo sviluppo di capacità di lungo raggio inaugura una nuova era di competizione nell’Oceano Pacifico occidentale, un’era senza precedenti.

Le attività di Pechino, come spiegato in “Advantage at Sea”, mirano non solo a minare la libertà di navigazione nell’Oceano Pacifico, ma anche ad avanzare le proprie rivendicazioni marittime nei confronti di stati terzi, spesso incapaci di difendere le proprie zone economiche esclusive, o detta alternativamente, una parte della propria sovranità marittima. Schierando la People’s Armed Forces Maritime Militia, ossia un corpo di navi ausiliari camuffate da imbarcazioni civili, Pechino opera nelle acque territoriali di Indonesia, Malesia e Vietnam, al contempo militarizzando vari chokepoint (punti strategici, solitamente stretti) nel Mar Cinese Meridionale, a scapito del diritto internazionale e della stabilità regionale.

Secondo il Pentagono, queste tattiche marittime si legano strettamente alle priorità commerciali del regime: ovvero il successo della Belt and Road Initiative (BRI).

È difficile, infatti, negare la centralità delle nuove capacità navali della Cina nel difendere ed espandere le proprie operazioni logistiche internazionali. Il revisionismo di Pechino nei confronti della governance marittima e della stabilità regionale soddisfa uno scopo preciso: sfidare gli Stati Uniti, e l’Occidente, come potenza economica e militare nell’Oceano Pacifico e nel mondo.

La sfida cinese agli Stati Uniti non è certo una novità, ma come indica “Advantage at Sea”, la minaccia navale di Pechino sta rapidamente raggiungendo un punto critico di inflessione. Citando rischi quasi inauditi nell’Oceano Pacifico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli autori dello studio descrivono le attività cinesi come atti destabilizzanti a livello globale: “Queste attività generano instabilità che possono trasformarsi in crisi in qualsiasi teatro mondiale”.

Per frenare l’ascesa navale della Cina nel Pacifico e nel mondo, è fondamentale non solo una più stretta cooperazione militare tra gli Stati Uniti e i suoi alleati, ma la risolutezza degli alleati Nato nel resistere alle aperture politiche ed economiche verso la Cina, in particolare il BRI. Come indicato in un mio articolo per The Diplomat dell’anno scorso, l’Italia farebbe bene a terminare il MoU con Pechino, e a riunirsi ai suoi alleati Nato nel confrontare l’espansione cinese a livello internazionale. È necessario non solo tagliare le gambe alla Belt and Road nel Mediterraneo, ma combatterla in ogni angolo del globo, specialmente dove rischia di ribaltare per prima la stabilità commerciale, militare ed economica del mondo libero: nell’Oceano Pacifico.

L’Italia potrà e dovrà avere un ruolo nel combattere l’ingerenza militare e commerciale della Cina. Detto questo, invece di spendere il Recovery Fund in navi oceanografiche addette alla mappatura dei fondali, Roma dovrebbe stanziare nuovi fondi per le operazioni militari nel Mediterraneo e, se possibile, unirsi alle operazioni navali dei suoi alleati – Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito – nel pattugliare le rotte commerciali del Pacifico occidentale. Come scrive appropriatamente il diplomatico militare statunitense Brent Sadler, “nel costruire la Marina Militare che serve alla nazione, la prima domanda non dovrebbe essere ‘che cosa ci possiamo permettere?’, ma ‘di che marina militare abbiamo bisogno?’”. È evidente che Sadler si riferisce alla marina militare statunitense, ma la sua logica è più applicabile al nostro caso. Si ricordi, il nostro governo, che il momento di agire è ora, e che la storia non premia il compiacimento.

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