la-lista-degli-impresentabili scelti-da-meloni-per-le-urne

Nelle liste elettorali c’è di tutto: imputati, condannati, mogli di, ex sindaci di amministrazioni sciolte per mafia. Giorgia Meloni, che già parla e pensa da prima ministra, ha rivisto personalmente i profili dei candidati di Fratelli d’Italia, ma nei collegi uninominali chi vota il suo partito sostiene pregiudicati e futuri onorevoli implicati in inchieste giudiziarie. Anche nelle liste di Meloni si trovano personalità politiche che hanno patteggiato pene, sono inquisite per reati come la corruzione o sono state condannate in primo grado per peculato. La questione dell’opportunità politica sembra definitivamente tramontata in questa campagna elettorale. Vale per ciascuno la presunzione di innocenza, se non condannati in via definitiva, ma è necessario informare  gli elettori sui futuri rappresentanti della ‘patria’.

Silvio Berlusconi (collegio Lombardia-Monza)

È il leader di Forza Italia, il politico che ha sdoganato ‘i fascisti’ e li ha portati al governo, per Giorgia Meloni è irrinunciabile, senza l’ombrello protettivo del pregiudicato di Arcore oggi la leader di Fratelli d’Italia non potrebbe aspirare a Palazzo Chigi. Eppure Berlusconi è un patriota sui generis, visto che è stato condannato per frode fiscale, ha sottratto soldi allo stato che è pronto nuovamente a rappresentare tornando in Senato dopo l’espulsione per effetto della legge Severino, norma odiata dall’ex cavaliere.

C’è un altro problema giudiziario per Berlusconi, ancora imputato nello scandalo ‘cene eleganti’, l’indagine della procura di Firenze che lo vede coinvolto, insieme al fido Marcello Dell’Utri, per strage. Entro l’anno, come rivelato da Domani, i magistrati decideranno se inviargli l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, preludio alla richiesta di rinvio a giudizio, o archiviarlo per la quarta volta. L’indagine approfondisce il ruolo di soggetti esterni nella campagna stragista condotta dalla mafia nel 1993 sul continente con gli attentati a Firenze, Roma e Milano.

Gli indagati si dicono inorriditi, Meloni si potrebbe trovare con lo scomodo alleato a processo per strage mentre è prima ministra oppure, come si augurano in tanti, con l’ennesima archiviazione che rappresenterebbe un altro fallimento per i pubblici ministeri.

Sul tema Meloni non è mai intervenuta così come ha sempre evitato commenti sugli anni del Berlusconi imprenditore quando ospitava il mafioso Vittorio Mangano ad Arcore e pagava, con le sue aziende, Cosa Nostra. Eppure Meloni e i suoi sono cresciuti nel mito e nella celebrazione della figura di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia e da altri poteri, nel 1992.

Domenico Furgiuele (collegio Calabria-Corigliano)

Chi in Calabria vota Fratelli d’Italia contribuisce alla sicura elezione di Domenico Furgiuele al quale Matteo Salvini ha affidato la campagna elettorale in terra calabrese. Il suocero di Furgiuele si chiama Salvatore Mazzei, di mestiere imprenditore, e ha da poco finito di scontare una condanna per estorsione aggravata dal metodo mafioso e i suoi beni sono stati sequestrati su richiesta dell’antimafia, ma sono ancora in discussione i ricorsi proposti dai legali di Mazzei.

La moglie di Furgiuele è coinvolta nel procedimento di sequestro, dal valore di 200 milioni di euro, in quanto figlia dell’imprenditore e considerata tra le intestatarie dei beni riconducibili al padre. Il politico non è mai stato indagato, ma c’è un’altra vicenda senza conseguenze penali che lo riguarda. Nel 2012 offre la camera di albergo a due soggetti, si scoprirà dopo killer di ‘ndrangheta che avevano appena commesso un omicidio.

Furgiuele viene sentito come testimone e si difende sostenendo di aver fatto un favore a un terzo soggetto di cui si era fidato senza saperne nulla. In un’altra vicenda, senza alcuna implicazione con mondi criminali, Furgiuele è imputato per turbativa d’asta.

Salvatore Pogliese (Sicilia)

Fratelli d’Italia candida al Senato (nel listino plurinominale) Salvatore Pogliese. L’ex sindaco di Catania, sospeso per la legge Severino e poi dimissionario, è colpevole di peculato. Lo ha stabilito il tribunale di Palermo che lo ha condannato, in primo grado, a quattro anni e tre mesi.

Tra un mese riprenderà il processo d’appello, ma a quel punto Pogliese potrebbe essere in Senato a sostenere un governo guidato da Meloni, la sua leader. L’ex primo cittadino di Catania è stato condannato per aver utilizzato il denaro dei cittadini, in particolare dei gruppi regionali all’assemblea siciliana, in modo distorto rispetto a quanto previsto dalla legge.

Tra le spese contestate dall’accusa ci sono circa mille euro per lavori nello studio professionale del padre, uno dei più noti commercialisti della città etnea; il pagamento, anche ai familiari, di soggiorni in albergo a Palermo; regali per il Natale 2010; carburante e cene. Pogliese è certo di dimostrare la sua estraneità alle accuse nel processo d’appello.

Daniela Santanché (collegio Lombardia-Cremona)

Ospite fissa in molti talk show, Daniela Santanchè si presenta come l’imprenditrice prestata alla politica. La senatrice uscente di Fratelli d’Italia difende da sempre i privilegi dei balneari, titolare del famoso stabilimento Twiga con l’amico Flavio Briatore.

È indagata dalla procura di Milano per concorso in una sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte contestata all’ex marito, Giovanni Canio Mazzarro. L’avviso di chiusura indagini, condotte dalla guardia di Finanza e coordinate dai pubblici ministeri Maurizio Romanelli e Paolo Filippini, è stato notificato nel gennaio scorso. La vicenda verte su una presunta vendita nel 2019 di una barca, di cui era titolare Mazzaro, a una società all’epoca rappresentata dalla senatrice e poi a una società di diritto maltese. La pubblica accusa non ha ancora deciso se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio o chiedere l’archiviazione. 

Giulio Tremonti (collegio Lombardia-Milano)

Il partito di Giorgia Meloni ripesca anche Giulio Tremonti, l’ex ministro dell’Economia del governo di Silvio Berlusconi quando lo spread, il differenziale tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, superò i 500 punti. Era il 2011 e l’attuale aspirante prima ministra attaccava il professore.

«Io sostengo la sua politica del rigore, ma spesso Tremonti manca di solidarietà e pazienza. Tende a non ascoltare nessuno e mai e questo rende i suoi rapporti umani e politici un po’ complessi. Quando incontro Tremonti gli dico ‘Giulio ho dieci euro li vuoi? E lui li prende!», diceva Meloni, all’epoca ministra della Gioventù nel governo dei disastri. Il professore viene scelto nonostante quel guaio giudiziario chiuso con il patteggiamento a quattro mesi di reclusione convertiti in 30 mila euro di pena pecuniaria, più 10 mila di multa.

La sentenza viene emessa, nel 2014, dal giudice monocratico di Roma Elena Scozzarella dopo la citazione diretta a giudizio dell’ex ministro in relazione alla ristrutturazione gratuita (60 mila euro) dell’appartamento di via del Campo Marzio, a pochi passi dal Parlamento, affittato dal deputato Pdl Marco Milanese e abitato, fino all’estate del 2011, dall’allora ministro dell’Economia.

Vittorio Sgarbi (collegio Emilia-Romagna-Bologna)

Critico d’arte, sindaco, onorevole, polemista e pensatore. Il deputato uscente Vittorio Sgarbi è candidato dal centrodestra, sostenuto anche da chi voterà Fratelli d’Italia, nel collegio uninominale di Bologna contro l’intramontabile democristiano Pierferdinando Casini, sostenuto dal Pd.

Sgarbi ha alle spalle una condanna in via definitiva (1996) per truffa ai danni dello stato, fatti risalenti a quando era funzionario della sovrintendenza del Veneto.

Il critico d’arte era sindaco del comune di Salemi, nel 2012, quando l’ente è stato sciolto per mafia. «Il mio comune è stato sciolto senza un inquisito, uno in galera, niente, in un posto dove c’è solo una mafia fossile che è solo onta per la Sicilia», ha ripetuto Sgarbi protestando per quell’azzeramento.

Tommaso Foti e gli altri

Nelle liste di Fratelli d’Italia ci sono due parlamentari uscenti e nuovamente candidati con indagini a carico.  Tommaso Foti è coinvolto in un’indagine dove si contesta il traffico d’influenze e la corruzione, per la procura avrebbe ricevuto tre mila euro euro per aiutare un’azienda, attraverso i suoi rapporti con una collega di partito e assessore comunale, anche lei indagata.

C’è il deputato uscente Salvatore Caiata, l’onorevole è stato lanciato in politica da Luigi Di Maio che lo aveva scelto e candidato nel M5s, prima di espellerlo. Caiata, candidato nel partito di Giorgia Meloni, figura tra i dodici indagati in un’inchiesta della procura di Siena, risponde di autoriciclaggio. La procura ha chiesto una nuova proroga delle indagini. 

Nelle liste di Meloni c’è anche chi è pronto ad entrare in Parlamento partendo dall’esperienza sul territorio. «Vengo coinvolto in un procedimento penale, a margine di un’indagine mediatica, che non mi riguarda direttamente, e che troverebbe la sua unica origine in un, quantomeno inusuale, esposto anonimo», dice il consigliere comunale di Brescia Giangiacomo Calovini, alla notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati nell’inchiesta della procura di Milano che vede accusato di corruzione anche l’eurodeputato di Fdi Carlo Fidanza. Calovini è pronto da consigliere comunale a fare il grande salto in Parlamento.

Raffaele Fitto (Puglia)

Raffaele Fitto copresiede il gruppo dei conservatori europei all’Europarlamento, è l’uomo forte di Giorgia Meloni in Europa, in grado di traghettare il partito su posizioni più moderate rispetto ai furori iniziali e alle spinte sovraniste. Fitto è candidato in Puglia, nel listino plurinominale, dove ha governato la regione in passato, un’esperienza che ancora segna il suo presente.

Il parlamentare europeo ha dovuto affrontare un processo penale per corruzione dal quale è uscito assolto, per un altro capo di imputazione il dibattimento si è chiuso con la prescrizione del reato, ma non si è chiusa ancora la partita in sede civile.

La Corte di Appello di Bari, terza sezione civile, nel luglio 2021, ha condannato Fitto a risarcire la Regione per circa 500 mila euro di danni morali. «La corte ritiene che il falso ideologico commesso da Fitto abbia provocato un enorme danno alla credibilità e all’immagine della regione», si legge nella sentenza.

La regione Puglia aveva chiesto un risarcimento per danni non patrimoniali pari a 1,5 milioni di euro e patrimoniali pari a oltre 22 milioni, una vicenda che era stata scoperta e raccontata da Domani. I giudici hanno condannato Fitto per i soli danni morali ma non per quelli patrimoniali.

«Sono basito, è una sentenza contraddittoria perché chiarisce in modo indiscutibile che non esiste alcun danno patrimoniale», ha detto Fitto quando ha appreso della condanna annunciando il ricorso in corte di Cassazione che ancora deve pronunciarsi.

Claudio Durigon (collegio Lazio-Viterbo)

A Viterbo chi vota il partito di Giorgia Meloni manda in Parlamento Claudio Durigon, il papà di quota 100, sottosegretario nel governo Draghi prima di dimettersi per una battuta infelice sul parco Falcone e Borsellino che avrebbe voluto intitolare nuovamente ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce.

Ma Durigon si dimette anche per altro, per le rivelazioni di Domani sui rapporti del fedelissimo di Matteo Salvini con personaggi legati ai clan di Latina. Le dimissioni arrivano, a fine agosto 2021, con una lettera nella quale accusava anche i giornali, «hanno rovistato nella spazzatura al solo scopo di infangarmi», scriveva l’ex sottosegretario, sempre difeso dal leader nonostante le ripetute richieste di dimissioni.

Così Durigon non si presenta nel suo feudo, ma a Viterbo, altro collegio blindato. Nel capoluogo pontino, l’ex sottosegretario mantiene il suo centro di potere, costruito grazie al ruolo di vertice ricoperto nel sindacato di destra Ugl. E sempre qui ha instaurato rapporti pericolosi maturati durante l’ultima campagna elettorale per le politiche del 2018, quando a sostenere il futuro sottosegretario e il partito sono stati due personaggi legati ai clan di Latina, in particolare al gruppo Di Silvio.

Su questo Salvini non ha speso una sola parola di condanna. Durigon non è mai stato indagato, al leader questo basta per tacere sull’inopportunità di certe amicizie. Domani ha pubblicato le chat, la foto del pranzo tra Durigon e Natan Altomare, l’uomo vicino ai clan e accusato di sequestro di persona. Roba passata, Durigon è insostituibile e anche su di lui Meloni non apre bocca.

Annarita Patriarca (collegio Campania-Torre del Greco)

Patriarca ha ereditato la passione per la politica in famiglia. Il padre, Francesco, è stato senatore democristiano, sottosegretario alla Marina mercantile, una gloriosa carriera finita con un processo per concorso esterno in associazione camorristica, dal quale è uscito con una condanna definitiva a nove di anni carcere, nel 2007.

La camorra era quella degli Alfieri, paccottiglia criminale che ha devastato la Campania e lasciato un migliaio di morti ammazzati a terra nella guerra di camorra contro i cutoliani. 

La figlia dell’ex sottosegretario è totalmente estranea a quelle vicende e ha fatto la gavetta iniziando dal consiglio comunale di Gragnano prima presidente del consiglio comunale e poi sindaca, un’esperienza conclusa con lo scioglimento dell’ente per infiltrazioni della camorra, nel 2012. Annarita Patriarca è consigliera regionale forzista e ambisce a un posto in Parlamento, ma non vuole sentir parlare di quell’azzeramento per camorra, visto che – ribadisce- che da quello scioglimento non è derivato alcun procedimento penale.

Ora un’aspirante deputata dovrebbe sapere che la legge sullo scioglimento per mafia non è un provvedimento penale, ma amministrativo e che cammina su binari differenti dai pronunciamenti della magistratura. Domani ha ricordato anche un’altra vicenda quando Patriarca è stata indagata per peculato per fatti risalenti al suo passato da presidente del consiglio comunale, nel triennio 2006-2008.

«Tale denaro risultava, in base al rendiconto presentato dalle rispettive cariche, speso in virtù di giustificativi (riconducibili all’Ufficio del Sindaco e del presidente del Consiglio) che, talora, erano palesemente insufficienti (es. scontrini illeggibili), talora erano contraffatti (poiché presenti sia in originale che in copia), talora erano logicamente incompatibili con le funzioni “di rappresentanza”», si legge nella sentenza del tribunale di Torre Annunziata.

Lo sfidante Sandro Ruotolo, giornalista e senatore uscente, ha pubblicato un estratto del nostro articolo scatenando la reazione di Patriarca che ha parlato di «falso» e ricordato che in quel processo sono stati «tutti assolti». Patriarca non è stata assolta, il processo si è chiuso con la prescrizione del reato e un’avvocata dovrebbe conoscere la differenza.

La candidata contesta anche il passaggio dell’articolo che riporta le spese sostenute con soldi pubblici, un passaggio del quale abbiamo chiesto conto alla consigliera regionale senza ottenere risposta e che è ricavato dalla sentenza che oggi pubblichiamo sul nostro sito (www.editorialedomani.it).

Gli elettori che voteranno Fratelli d’Italia, in quel territorio, manderanno in Parlamento Annarita Patriarca, prescritta per peculato, sindaca quando il comune è stato sciolto per camorra e figlia d’arte.

Il partito di Giorgia Meloni, in Campania, si affida a un ex forzista, Michele Schiano, commissario provinciale e plenipotenziario del partito. Un vero moderato al quale, qualche giorno fa, è scappata una frase resa nota e celebre dal dittatore Benito Mussolini.

«Oggi al lido Fortuna a Bagnoli. Chi si ferma è perduto», scrive su twitter prima di cancellare tutto. Schiano non risponde al telefono poi impiega tre ore per replicare via messaggio addebitando la scelta al suo collaboratore che voleva citare un film di Totò prima di cancellare la frase «per evitare strumentalizzazioni». È tutto archiviato, anche Schiano è pronto per il Parlamento.

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