La guerra Cina-Usa inizia da Wall Street sulle società cinesi quotate in borsa.

Wall street, New York

Dalla rivale di Starbucks che crolla alla società accusata di fare lezioni online a eserciti di bot: bufera sulle matricole cinesi, mentre Washington vuole analizzare meglio le aziende che si quotano a New York

Luckin Coffee, iQiyi, Gsx Techedu: negli ultimi due mesi tre degli astri nascenti delle aziende quotate cinesi sono caduti dal firmamento di Wall Street. Rapporti finanziari e fondi attivisti hanno messo nel mirino le galoppanti matricole del Dragone alla Borsa di New York. Ad aprile crolla Luckin Coffee. L’accusa per la catena orientale di caffetterie, accreditata come la rivale più pericolosa per il colosso a stelle e strisce Starbucks, è di aver gonfiato i conti. Il gruppo è costretto ad ammettere 310 milioni di dollari di vendite montate ad arte.

Pochi giorni dopo è la volta di iQiyi, una piattaforma video posseduta da Baidu, il più importante motore di ricerca del Dragone. Nel mirino finiscono utenti e ricavi aggiustati per far brillare i conti. A metà maggio la scure si abbatte su Gsx Techedu, piattaforma di formazione online. In questo caso viene contestata la natura degli studenti. “Almeno il 70% degli utenti è fake”, scrive il fondo attivista americano Muddy Waters (acque fangose: un nome, un programma), che è anche l’autore del tweet che inguaia Luckin Coffeee e del rapporto su iQiyi.

Guerra tra Borse

I tre scandali a Wall Street hanno acutizzato le tensioni tra Stati Uniti e Cina sul fronte finanziario. A Washington, come ricorda la Cnbc, è stata depositata una proposta di legge che blocca le quotazioni di gruppi cinesi se i candidati non aprono i loro libri contabili. Pechino, di contro, sta studiando politiche per rimpatriare i titoli quotati all’estero, sia a Shanghai sia a Hong Kong, la porta della Cina verso il mondo che Xi Jinping controlla in modo sempre più pressante.

Il Dragone ha ancora ostacoli all’ingresso degli investitori stranieri e regole poco chiare, che può adoperare a suo vantaggio. Tuttavia i dati del gruppo Epfr, che studia i mercati finanziari, mostrano che ad aprile circa 800 fondi hanno dirottato risorse dai titoli americani a quelli cinesi, che valgono circa un quarto dei duemila miliardi di dollari investiti.

E per Shao Pingguan, responsabile del portfolio di titoli cinesi di Goldman Sachs Asset management, ci sono “tre opportunità di investimento principali nei titoli cinesi”, le quali “accelereranno dopo la normalizzazione dell’economia”. E tra queste rientrano “la fusione dei modelli di business online-offline” e “il miglioramento della tecnologia attraverso l’innovazione”. “L’importanza dell’infrastruttura online e del cloud risulta evidente per la sua capacità di agevolare il lockdown e per il funzionamento delle aziende, e continuerà anche dopo la crisi”, dice l’esperto.

Per questo, osserva Bloomberg, sta aumentando il numero di aziende quotate cinesi che fanno le valigie per lasciare Wall Street, sostenute da programmi di riacquisto delle azioni. Pony Ma, il fondatore del colosso del web Tencent, guida una cordata che ha messo sul piatto 1,1 miliardi per riprendersi Bitauto Holding, sito di valutazioni di auto. La stima di Bloomberg è che quest’anno le uscite delle matricole cinesi da Wall Street finora ammontano a 8,1 miliardi di dollari, il più alto dal 2015 (quando i riacquisti hanno toccato i 29,8 miliardi).

Scatole vuote?

Ad aggravare le tensioni c’è poi l’escalation dei casi Luckin Coffee, iQiyi e Gsx. La prima, 4.500 caffetterie in Cina a gennaio, si è disfatta dei vertici, ritenuti responsabili dei conti truccati, ma le azioni oggi faticano a raggiungere i 4 dollari, contro i 26/27 a cui viaggiavano prima della pubblicazione del dossier che ha scoperchiato il vaso. Secondo un’analisi di Muddy Waters e Wolfpack Research, iQiyi ha gonfiato i ricavi del 2019 da 8 miliardi di yuan a 13 miliardi in più e il numero di utenti dal 42% al 60%. E siccome i numeri non sono credibili, il giro d’affari non prende quota. L’azienda ha rispedito al mittente le accuse.

Anche iQiyi ha subito un tracollo delle azioni, ma nell’ultimo periodo ha recuperato valore, tanto da tornare grosso modo alla capitalizzazione precedente (ora 17,6 miliardi). E la notizia che il suo principale concorrente in terra cinese, Tencent, voglia comprarne una quota, ha spinto al rialzo il titolo.

Il caso di Gsx Techedu è ancora più curioso. A maggio, prima della tempesta, capitalizza 8,5 miliardi di dollari. Le azioni valgono 35,4 dollari. Il 18 maggio Muddy Waters e Grizzly Research pubblicano il loro rapporto. L’analisi del comportamento di 54.065 utenti unici in 200 classi a pagamento, per il fondo, dimostra che almeno il 70% degli studenti è costituito in realtà da bot: decine di iscritti che si collegano tutti nello stesso secondo alle lezioni o adoperano lo stesso Ip per connettersi, pur non essendo nello stesso luogo. Inoltre, l’azienda pubblica annunci di lavoro per ingegneri in grado di gestire grosse reti di bot. Di conseguenza, è la conclusione del fondo, l’azienda non può sviluppare quei ricavi.

Gsx ha respinto le accuse, dichiarando che il dossier si basa su un’errata interpretazione dei dati, che gli utenti sono reali e che rispetta le regole dei mercati finanziari americani. Il titolo ha ripreso a correre e, a giugno, l’azienda capitalizza più di prima: 12,36 miliardi. Sembra una sorpresa, ma non per Gabriel Grego, che gestisce il fondo attivista Quintessential Capital Management (che in Italia ha scoperchiato il caso della startup della bioplastica Bio-on) e che ha scommesso al ribasso su Gsx dopo il report di Muddy Waters. “Il titolo si è abbassato di pochissimo e poi è rimasto stabile. Non è anormale. Spesso, nel caso di queste società cinesi, il titolo non reagisce come dovrebbe a questi attacchi, perché c’è un tentativo concentrato di sostenere il titolo. Queste società non vengono lasciate collassare, c’è una potenza di fuoco finanziaria dietro”, commenta Grego.

Il caso Gsx, ricorda Grego, “è parte di un fenomeno che vede parte delle società cinesi quotate negli Stati Uniti emergere come frodi. Le prime risalgono al periodo 2011-13. È un modo per defraudare le economie occidentali. Le frodi avvengono in settori sexy”, come l’innovazione. Washington promette più controlli, Pechino vuole rimpatriare i suoi. La partita è aperta.