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L’8 settembre 2020 Xi Jinping celebrò la vittoria nella “guerra popolare contro il coronavirus” nella Grande sala del popolo di Pechino, l’edificio che ospita le riunioni più solenni del partito comunista.

All’epidemiologo Zhong Nanshan il presidente consegnò la medaglia della repubblica riservata agli “eroi del popolo”. Quel trionfo – secondo la narrazione diffusa dal partito a media unificati – rappresentava la dimostrazione della “superiorità” del sistema cinese nel crisis management, nell’affrontare le emergenze.

Si trattò di un annuncio affrettato, improvvido, che ricorda quello di George W. Bush che, il 1° maggio 2003, dalla tolda della portaerei “USS Abraham Lincoln” annunciò: mission accomplished, missione compiuta.

La “guerra dei Bush” all’Iraq era tutt’altro che finita, e gli attacchi dei soldati di Saddam che smisero la divisa per entrare nella guerriglia avrebbero trasformato in un inferno l’occupazione statunitense del paese mediorientale.

In Cina il rallentamento della crescita (per il 2022 il Fondo monetario internazionale stima il Pil al +3,2 per cento) e le proteste studentesche del mese scorso hanno costretto Xi e compagni a una inversione, con la rimozione di tutte le principali restrizioni (tracciamento, tamponi di massa, limitazioni agli spostamenti interni, obbligo di indossare la mascherina nei luoghi chiusi).

Alla fine la leadership si è resa conto che la politica “contagi zero” promossa da Xi era insostenibile, per le sue ripercussioni sulla produzione e sulla vita dei cittadini, e ha deciso di lasciare circolare il virus. La priorità assoluta per il 2023 è rimettere in carreggiata l’economia. Intanto, l’Oms dice di essere «molto preoccupata per l’evoluzione della situazione in Cina»

La grande paura

In tutto il paese strade, uffici, scuole e università, negozi e ristoranti si sono svuotati, come se fosse già arrivato il capodanno, che cade il 22 gennaio prossimo.

A Shanghai il silenzio che si è impadronito dei quartieri del centro è rotto solo dalle sirene delle ambulanze che soccorrono gli infettati.

La gente non esce di casa, perché i cinesi – che tradizionalmente puntano sulla prevenzione più che sulla cura delle malattie – hanno una paura del virus che a noi può risultare folle.

Anche le autorità ci hanno messo del loro, dando grande risalto negli ultimi tre anni alle conseguenze sulla salute del long Covid. Come che sia, dall’annuncio – due settimane fa –  della cancellazione di “contagi zero”, fino al termine delle lunghe festività del chunjié – in circa due mesi – le proiezioni stimano che si contagerà il 60 per cento della popolazione, ovvero 840 milioni di persone.

Gli epidemiologi prevedono il picco per la fine del mese prossimo e un ritorno a una relativa normalità entro febbraio.

Non ci sono dati sui morti – fermi ufficialmente a 5.242 – né informazioni sui danni che l’esplosione del Sars-Cov-2 sta causando nelle diverse aree del paese.

Un testimone citato dalla Reuters ha riferito di lunghe code di bare in uno dei crematori di Pechino. I canali Telegram rimandano immagini di reparti di terapia intensiva sovraffollati a Chongqing.

Il ministero della Salute ha annunciato che verranno considerate come morti da Covid solo quelle a causa di polmoniti e collasso respiratorio (meno frequenti con Omicron) mentre tutti i casi in cui la variante in circolazione avrà dato una spallata decisiva a comorbilità saranno tenuti fuori dal computo dei decessi.

In Cina, tra i maggiori produttori globali di ibuprofene, scarseggiano gli antinfiammatori a base di questo principio attivo, dei quali ora viene accelerata la produzione e razionata la vendita in farmacia.

Il timore principale, assieme a quello di un’ecatombe (un recente studio dell’università di Hong Kong prevede fino a 1 milione di vittime) è quello di un assalto ai nosocomi, con conseguente collasso del sistema sanitario, in un paese che ha soltanto 4,5 posti di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti (contro i 34,7 degli Stati Uniti e i 29,2 della Germania).

Le vittime saranno inevitabilmente tante, anche perché l’industria farmaceutica nazionale non è riuscita a produrre vaccini efficaci come quelli dei paesi avanzati, mentre la campagna vaccinale – sulla quale in questi giorni si prova a recuperare terreno –  è rimasta indietro.

Secondo i dati governativi, solo il 60 per cento degli adulti ha ricevuto una dose booster, tasso che crolla al 42 per cento tra gli ultra-ottantenni: è il frutto del combinato disposto di una politica che aveva scommesso tutto sulle chiusure e di una popolazione decisamente No-vax, soprattutto tra gli anziani.

Alibaba &Co. riabilitate

L’altro grande dietrofront rispetto alle politiche degli ultimi due anni si è registrato domenica scorsa, quando il nuovo segretario di partito della provincia dello Zhejiang ha visitato il quartiere generale di Alibaba, nel capoluogo Hangzhou.

Il 10 aprile 2021, l’antitrust aveva appioppato una multa da 2,7 miliardi di dollari al colosso del commercio elettronico che il 3 novembre 2020 era già stato costretto a rinunciare all’offerta pubblica iniziale del suo braccio finanziario Ant Group, con la quale era pronta a raccogliere 37 miliardi di dollari nelle borse cinesi.

Provvedimenti contro la “espansione disordinata del capitale” del tutto simili a quelli presi contro altri giganti dell’hi-tech, che avevano provocato il licenziamento e le dimissioni di centinaia di migliaia di dipendenti.

Ora invece Yi Lianhong ha invitato la compagnia fondata da Jack Ma a «sforzarsi di essere uno modello di sviluppo innovativo».

E venerdì scorso, il comunicato conclusivo dell’annuale conferenza sul lavoro economico ha promesso il sostegno del governo alle big tech, invitate a «mostrare pienamente le proprie capacità» per favorire la crescita, la creazione di posti di lavoro e la concorrenza internazionale.

Il tentativo è quello di far tornare gli investitori globali a scommettere su compagnie che – come Alibaba – hanno perso fino a due terzi del loro valore azionario (a Wall Street come ad Hong Kong) a causa dei timori suscitati dai provvedimenti regolatori voluti di Xi, percepiti come un attacco al capitale privato.

Mentre si ipotizza la completa riapertura delle frontiere del paese dal prossimo 3 gennaio (con una quarantena fiduciaria per gli stranieri), i manager cinesi hanno ripreso a viaggiare all’estero per ristabilire i contatti con i loro clienti, alcuni dei quali però – soprattutto negli Stati Uniti e in Europa – hanno diversificato l’import per la inaffidabilità delle catene di approvvigionamento cinesi durante quasi tre anni di chiusure.

Ora però il governo scommette proprio sull’economia privata (e sui tradizionalmente deboli consumi interni, che dovrà trovare il modo di sostenere), a cui promette parità di trattamento rispetto a quella statale, per la ripartenza nel 2023.

Del resto il settore privato genera il 60 per cento del Pil, oltre il 50 per cento del gettito fiscale e offre circa l’80 per cento degli impieghi urbani.

A questa seconda inversione ha contribuito la nascita, con il XX congresso del partito (16-22 ottobre 2022), di una leadership meno ideologica rispetto a quelle partorite dal XVIII e dal XIX, con la presenza, tra i sette membri del comitato permanente dell’ufficio politico (il governo, di fatto, della Cina) di due “tecnici” che aiuteranno Xi nell’affrontare i nodi sempre più ingarbugliati dell’economia cinese.

Si tratta di Li Qiang, un esperto di new economy, e Li Xi, ex responsabile dello sviluppo tecno-industriale, della politica commerciale, della riforma economica e dell’integrazione regionale dell’area della Grande baia.

Sull’importanza di ridare ossigeno ai colossi dell’hi-tech il governo si è espresso con un documento che sostiene la necessità di stimolare la domanda interna per i prossimi 13 anni: nel testo viene sottolineata la centralità dei «nuovi tipi di consumo» e la necessità di dare «sostegno alle società di piattaforme e al settore dell’istruzione online» rese di mira negli ultimi due anni.

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