La censura social è deplorevole, ma l’indignazione un tanto al chilo è inutile

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Roma, 12 gen – I fatti dell’ultima settimana hanno reso lapalissiano un assunto che andiamo ripetendo anzi tempo: la libertà sui social network sta scomparendo.


Dopo il ban dai grandi social di Donald Trump e la conseguente epurazione dai server Amazon del social Parler su cui The Donald aveva ripiegato, l’ultimo ad aver pagato il dazio della censura, stavolta solo di Twitter, è stato Libero.

Il silenzio eloquente dei globalisti

Questo violento attacco alla libertà d’espressione perpetrato dai colossi Big Tech ci fornisce un dato politico fondamentale: mentre dal fronte “sovranista” è arrivata la condanna delle purghe nei confronti di Trump e Libero, i globalisti si sono chiusi in un eloquente silenzio. Se si va a dare un’occhiata agli account Facebook e Twitter dei leader e dei partiti della maggioranza, come di tutte le altre formazioni di centrosinistra, non troviamo nessuna denuncia verso la censura verso Trump. Cosa prevedibile. Nel fronte globalista nessuno si è mosso nemmeno per esprimere una quanto meno contrarietà verso la censura che Twitter ha applicato nei confronti della libera stampa. Un silenzio che constata l’ormai manifesta delegittimazione dei globalisti verso l’avversario politico. Rendendo perciò lo scenario politico, al di là dei partiti, sempre più polarizzato.

Se i media mainstream tifano censura

A differenza di una parte della politica, la stampa mainstream non ha perso tempo, come solito, a difendere le scelte dei grandi social nel censurare le voci fuori dal coro del pensiero unico. Il Corriere della Sera infatti non ha usato mezzi termini, titolando un articolo “Perché Twitter che limita Trump è democrazia, non censura”. Per il Corriere non solo è giusto che un privato che opera in un vero e proprio monopolio possa censurare il presidente degli Stati Uniti, ponendosi in cima alle fonti del diritto. E’ giusto pure porre un argine ai “populisti”, dispensatori di “concetti filosoficamente pericolosi come verità alternative o post-verità”. Insomma la solita retorica che vuole i media mainstream depositari della verità, che non può essere confutata.

Nell’ articolo poi si fa riferimento ad un aspetto fondamentale per comprendere la mutazione delle categorie che sta propagandando il mainstream: “Ai giornali si può applicare, non a caso, il noto paradosso di Winston Churchill: sono la peggiore forma di democrazia fatta eccezione per tutti gli altri. Può sembrare un dibattito novecentesco, teorico, non al passo con i tempi. Ma il fatto che Twitter abbia di fatto riesumato le care e vecchie regole di un giornalismo che fa fatica a ritrovare il proprio ruolo nella società dimostra il contrario.”

Il Corriere ammette quindi che i social si sono trasformati da piattaforme in giornali, quindi editori. Perciò liberi di poter rimuovere tutto quello che sarebbe al di fuori della linea editoriale di un qualunque quotidiano. Non a caso “sono società private, quindi possono fare come gli pare” è l’argomentazione più utilizzata dai vari utenti, blogger e giornalisti di sinistra che in maniera imbarazzante stanno esultando per la censura di Trump e Libero da parte di Twitter.

La censura non si combatte con l’indignazione un tanto al chilo

Come rispondere dunque a questo attacco alla nostra libertà di espressione? Stare solo a sottolineare l’incoerenza dei globalisti che, mentre si definiscono liberal democratici approvano questa censura orwelliana, non cambierà le cose. Come già ribadito in passato su queste pagine, il centrodestra non può anche stavolta imboccare la via della moderazione. Non basterà dichiararsi “contro ogni censura” appellandosi all’articolo 21 della costituzione per fermare la condotta dei grandi social, anche e soprattutto alla luce delle sponde di cui dispongono nel nostro paese a livello politico e mediatico. Sarà fondamentale per questi grandi partiti tenere l’opinione pubblica sensibile a riguardo su un tema che non riguarda solo gli ultimi giorni. Appena un anno fa, nell’indifferenza generale, il Tribunale di Roma – con una sentenza a favore di un noto movimento politico – ha stabilito che un privato non può fare il bello e il cattivo tempo in un paese senza rispettarne la costituzione. Ma siccome la politica è prima di tutto rapporti di forza, questo non basterà. Dunque opporsi a questa deriva liberticida è d’obbligo.

Riccardo Natale