in-francia-l’unione-delle-destre-non-e-piu-un’utopia.-scrive-malgieri

Soffia un leggero vento di rivoluzione politica in Francia. In poche settimane si sono capovolti i pronostici e tra poco meno di due settimane, al primo turno delle presidenziali, l’orientamento che fin qui è risultato prevalente, vale a dire la vittoria di Emmanuel Macron, potrebbe andare in frantumi. Per una ragione molto semplice. Eric Zemmour, dato al quarto posto, poco più su della centrista neogollista Valérie Pecresse, ha lanciato l’idea, che in molti tra gli elettori della destra sostenevano da tempo, di unire le sue forze a quelle di Marine Le Pen e provare a dare scacco matto al presidente uscente.

Naturalmente della partita sarebbero anche coloro i quali, pur militando tra i Républicains, si mostrano disposti ad abbandonare la navicella che naviga in un mare in gran tempesta anche per aver sbagliato, come i sondaggi dimostrano, la candidata da opporre alle destre e a Macron.

La situazione pertanto è la seguente: il presidente al 20%, Marine Le Pen al 20% e Jean-Luc Melenchon, che è riuscito a mettere in piedi una sinistra che fino a qualche settimana fa era completamente allo sbando, valutata al 15%. Questo risultato reso noto da OpinionWay-Kea Partners per Les Echos per il primo turno delle presidenziali di domenica 10 marzo, porterebbe destra unita, con Zemmour, sondato al 10%, se si alleasse con la Le Pen (tra i due incomincia a correre buon sangue), al 30%: dieci punti avanti a Macron. Le porte del primato al secondo turno si spalancherebbero a meno che France insoumise di Melénchon non appoggiasse Macron, ma l’ipotesi al momento è irrealistica tenendo conto che buona parte dell’elettorato repubblican-gollista non lo permetterebbe sostenendo la coalizione destrista.

Gli altri contendenti qualcosa ai diversi schieramenti potrebbero portare, al secondo turno naturalmente: l’economista Yannick Jadot valutato al 5% delle preferenze, seguito da Fabien Roussel con il 3%, Anne Hidalgo con il 2%, Nathalie Arthau, Philippe Poutou e Nicolas Dupont-Aignan con l’1%. Prima che Zemmour facesse il suo endorsement, al secondo turno, il sondaggio citato era propenso a dare la vittoria a Macron, nel caso di un ballottaggio con la Le Pen: 55% contro il 45% della leader del Rassemblement national. Ma è un calcolo che non tiene conto delle sparute compagini di destra e dei citati “simpatizzanti” per la Le Pen degli ex-sarkozyani.

E poi Zemmour sta crescendo, più in vista del suo partito in costruzione che vuol fare entrare all’Assemblea nazionale nelle elezioni di maggio, che delle presidenziali nelle quali  otterrà certamente una buona affermazione anche grazie alla presa di posizione dei rapporti con gli americani. “Il nostro alleato statunitense – disse circa un anno fa in una conferenza a Rouen – mette i nostri leader in attesa senza ascoltarli e permette alla Turchia di minacciarci”. Una posizione assai condivisa in Francia dove hanno capito che Joe Biden vuole usare l’Europa senza farsi troppo male, in rapporto al conflitto russo-ucraino, anzi, senza rimetterci niente. Sapendo che le sanzioni colpiranno il nostro continente con le ritorsioni di Putin, ma sfioreranno appena gli Stati Uniti.

Inoltre, nella stessa occasione, Zemmour sottolineò un dato che dovrebbe far riflettere alla vigilia del voto: “Dicono che Emmanuel Macron sia incostante. Non è vero: durante tutto il suo mandato Emmanuel Macron ha mantenuto una rotta chiara, svantaggiando gli interessi francesi a vantaggio di una diplomazia europea che non è mai esistita e che mai esisterà”. Insomma, Zemmour è in sintonia con buona parte dei suoi connazionali che nei prossimi dieci giorni potranno farlo crescere nei consensi.

E non manca di realismo politico. Dopo una campagna elettorale nella quale ha dato battaglia a Marine Le Pen – definita nel corso del recente meeting al Trocadero, una “socialista” per il suo programma economico – Zemmour ha aperto, come si diceva, a una riconciliazione con la candidata del Rassemblement National, qualora riuscisse a superare la soglia del primo turno.

“Non siamo arrabbiati l’uno con l’altra, siamo solo concorrenti, siamo rivali”, ha dichiarato il leader della Reconquete ipotizzando la possibilità di organizzare incontri comuni in vista del secondo turno: ma a suo vantaggio, convinto com’è, peccando di eccessivo ottimismo, di andare al ballottaggio con Macron, all’insegna del motto che è “l’unico in grado di unire la destra”.

A suo giudizio la Le Pen non può farlo, perché mentre l’elettorato di Zemmour è composto da fillonisti e classi popolari, i suoi elettori sono in maggioranza operai e piccoli impiegati”. Infatti, pochi giorni fa, Zemmour, appoggiato dalla nipote di Marine Le Pen, Marion Marechál e dal clan dei Le Pen, a cominciare dal patriarca Jean-Marie, ha previsto che se arriverà al secondo turno “molti dei personaggi più influenti del partito repubblicano, come Eric Ciotti, Francois Xavier Bellamy e Nadine Morano, chiederanno ai propri elettori di votare per me”.

Utopia o lucido realismo? La breve stagione dell’idillio delle destre è appena incominciata. Potrebbe riservare sorprese clamorose. Una nuova rivoluzione francese, per esempio. O almeno una più radiosa primavera politica.