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Il sistema democratico parlamentare in Italia è più che morto

Lo spettacolo indegno a cui abbiamo assistito in Senato nei giorni precedenti non può esimerci nel fare delle riflessioni di ampie vedute che riguardano il sistema politico vigente non solo in Italia, ma in tutto il sistema occidentale: la democrazia.

Questa parola attualmente è spesso abusata, come ad esempio risultare associata ad un qualsiasi dibattito o al liberalismo inteso come ideologia e sistema politico. Certo, spesso questi due sistemi politici coincidono nell’attuale statualità moderna tipica dei paesi occidentali, ma non è così se si analizzano a fondo. Affronteremo quindi la questione da un punto di vista normativo della filosofia politica, ovvero usando quella branca che si occupa di tutte quelle dinamiche della connivenza politica e dei suoi valori e idee che essa intende imporre alla società, a differenza delle questioni strutturali, che si occupano essenzialmente delle dinamiche del potere, visibile e non.

Dopo aver effettuato questa distinzione è chiaro che in Italia vige un problema di tipo normativo più che strutturale: è sotto gli occhi di tutti che orami l’etica politica, già ormai sotterrata da diversi da decenni all’indomani di Tangentopoli col fenomeno del “berlusconismo”, abbia subito ora il suo colpo di grazia definitivo da quando il M5S governa la nazione: la sua retorica basata sull’ anticasta e i suoi propositi di aprire il Parlamento come una “scatoletta di tonno” non ha fatto altro che evidenziare come la mala politica e il mal governo abbiano potuto concretizzarsi da tre anni a questa parte. Se fino a prima la storia politica della Repubblica italiana si era basata sulla contrapposizione destra / sinistra / centro, con programmi partitici avente una precisa identità politica e di pensiero, ora stiamo assistendo al nulla più autentico, a ciò che non è e non potrà mai essere per la politica intesa nella sua accezione più nobile, ovvero quella dell’ arte di governo. Quell’assoluta inconsistenza – targata Di Maio, Giuseppe Conte e Beppe Grillo – che ora governa la nazione e che nonostante le ultime elezioni europee, comunali e regionali che si sono susseguite in questi ultimi anni e nonostante la recente fiducia relativa ricevuta al Senato, continua imperterrita e spavaldamente a restare “incollata alla poltrona”. Espressione, quest’ultima, brutta da usare e sentire in quanto sembra proprio evocare chi concorre alla cosa pubblica facendo leva sull’invidia delle persone e il loro “mal di pancia”, proprio come ha fatto il M5S: retorica alla quale tanti italiani, stufi di una già esistente mala politica, hanno creduto. Ma la mala politica si combatte contrapponendo validi programmi politici e non sproloquiando sentimenti di autentica invidia e odio sociale verso l’amministratore che percepisce un lauto stipendio, una mentalità questa marxista, ovvero quella di aizzare una classe sociale contro un’altra facendo leva sulle differenze economiche. Dunque, se né le elezioni e né la fiducia risicata e relativa al Senato hanno fatto sì che l’attuale governo pilotato dai grillini rassegnasse le dimissioni non possiamo non costatare che il sistema democratico parlamentare in Italia è più che morto: le istituzioni infatti, già a partire dal fatto che l’attuale premier (voluto anche dalla Lega) non sia mai stato votato da nessuno, sono abusate per fini prettamente egoistici e d’orgoglio, ostaggio di un movimento politico guidato e rappresentato da inetti che assumono una connotazione politica a seconda di chi hanno davanti: antieuropeisti con Putin, repubblicani con Trump, democratici con Biden, europeisti con Merkel e così via.

Ritornando alla questione normativa, c’è da a dire che alla base filosofica dell’attuale sistema politico statuale che riguarda il liberalismo, la democrazia e il socialismo – a partire dal processo filosofico soggettivistico basato sul modello contrattualista e dalla rivoluzione borghese – v’è il principio delle eguali libertà individuali con i suoi diritti da salvaguardare e promuovere, relegando l’uomo come è inteso liberamente nell’ordine politico e sociale in relazione all’agire nel contesto dei rapporti con gli altri uomini. Inizialmente i tre sistemi politici erano distinti: solo negli ultimi decenni liberalismo e democrazia sono stati assimilati, mentre le istanze socialiste si sono poste ormai a sinistra dell’attuale sistema liberal / democratico per trovare una propria consistenza e fattualità.

Secondo Harold Laski il liberalismo non ha mai permesso di arrivare ad una definizione univoca in quanto presenta molte sfaccettature per come esso è inteso e applicato. Per Raimondo Cubeddo ad esempio l’espressione liberale ha un significato diverso in America e varia a seconda dell’antropologia di una nazione. Ma pur essendo difficile dare una definizione possiamo affermare che tutti i tipi di liberalismo garantiscono –lockaniamente- il primato dei diritti individuali e soggettivi oltre alla limitazione del potere pubblico. Le diversità dei vari tipi di liberalismo è dipeso dall’attitudine aperta alla democrazia e i modi di interpretazione dei diritti socio economici.

Diverso discorso per la democrazia che esige l’uguaglianza politica dei cittadini. Norberto Bobbio sosteneva che per esserci uno stato in cui vige la democrazia ci devono essere principalmente i seguenti requisiti: partecipazione di molti cittadini, regola della maggioranza e la possibilità di scegliere dei cittadini. Requisiti che oramai in Italia non esistono da molti da anni.

Il grande studioso Hans Kelsen sostiene che in democrazia non può vigere una verità assoluta: egli si riferiva allo sradicamento dell’identità delle religioni in un sistema democratico, in particolar modo il Cristianesimo che ha plasmato ogni aspetto sociale e istituzionale dell’Occidente. È chiaro che questo sistema cozza con i precetti e l’insegnamento della Rivelazione cristiana: non può essere la maggioranza a decidere se una legge può essere giusta o meno perché se la maggioranza dovesse decidere se legalizzare il furto e vincesse la sua approvazione bisognerebbe rispettare tale verdetto. Ma come si può discernere il giusto e il falso? Questo argomento meriterebbe una riflessione a parte, ma noi possiamo fare l’esempio del referendum sull’ approvazione dell’aborto del 1974, caso lampante di come la “tirannide della maggioranza” (espressione usata del liberale Tocqueville) non sia coerente con il concetto di verità assoluta nello scegliere proprio il bene o il male.

Ma l’unica verità assoluta che pare vigere in democrazia sia quella della sinistra, ovvero votare solo se si è sicuri di vincere o non votare se i sondaggi danno in forte aumento i partiti di destra. Nel caso dei 5S in questo momento storico il voto non può essere preso in considerazione per il semplice fatto che l’analisi deve essere fatto da un punto di vista antropologico: analizzando i profili legati alla sfera privata socio – culturale dei suoi esponenti più in vista, il fatto che siano dove sono attualmente sta a significare che essi rappresentano un vero e proprio miracolo politico, anzi, per dirla alla san Tommaso rappresentano la degenerazione della democrazia in “tirannide della povertà”: persone che occupano i rispettivi posti di potere e di privilegio grazie al fatto di aver aizzato gli elettori contro lo “spreco della politica” si ritrovano a conservare il più possibile questi oneri in quanto sanno benissimo che scomparirebbero non solo dalla scena politica, ma anche dalla storia.

Ecco che fine ha fatto la democrazia: morta su se stessa dove non sono più le istituzioni a servirsi degli elettori passivi (gli eletti) che hanno vinto la rispettiva tornata elettorale in base ai più disparati fattori, bensì assistiamo al contrario, ovvero che sono gli eletti a servirsi delle istituzioni democratiche per continuare a detenere un potere la cui legittimità dovrebbe essere quella del popolo, secondo i principi per i quali questa democrazia è nata. D’altronde Joseph Schumpeter aveva analizzato bene questo aspetto: egli sosteneva che la democrazia contemporanea ha una proiezione “dall’alto verso il basso”, ovvero che l’elettorato ormai non è altro che l’oggetto contendente di strutture (i partiti appunto) che hanno lo stesso obiettivo come gli imprenditori nei mercati finanziari: il voto è ridotto a puro marketing e l’elettore è relegato oramai a soggetto passivo in attesa del miglior offerente, perdendo di vista la consapevolezza che egli dovrebbe essere elemento attivo della democrazia.

Un concetto e un sistema dunque, quello della democrazia, che non è stravolto, ma morto. Ciò rientra nella visione e applicazione metafisica del mondo moderno, il quale dopo aver perso di vista i valori assoluti (a proposito di Kelsen) si ostina a inseguire il modello di società politica migliore senza mai averne attuato uno sin dal 1789: una vana e falsa speranza in cui tutte le deficienze sociali e politiche del tanto agognato progresso mette in luce ogni giorno.

In questo caso non dobbiamo fare altro che prendere esempio dai padri fondatori dell’Europa che della politeia (la costituzione mista perché perfetta, intesa come autorità di governo) ne hanno fatto un pilastro fondamentale per la nostra civiltà: scrittori di primo rilievo della nostra tradizione, pagani e santi, si sono posti prima di tutto il problema dello status dell’uomo in seno alla società naturale, naturalezza intesa nella sua accezione intrinsecamente teologica, ovvero coerente con tutte le leggi del logos, materia prima del divenire. In un secondo momento, come potenza all’atto precedentemente citato si è disquisito per secoli sul tipo di costituzione perfetta per poter praticare al meglio l’ars della politica, con il fine di coltivare la virtù per il benessere non solo individuale, ma in seno alla collettività in rapporto a una gerarchia celeste e dunque in conformità alle leggi della natura. A differenza di quanto avviene oggi, in cui la democrazia non è un mezzo, ma un fine, identificata nello Stato che assume la connotazione e una finalità assoluta, abusata e uccisa dalla tirannide dei poveri saliti al controllo della cosa pubblica.

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