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Ben prima che la guerra dell’est europeo sconvolgesse lo scenario energetico di riferimento, la ministra della Difesa francese era sconcertata da chi osava mettere in dubbio la validità verde del nucleare: “Dire che il nucleare è il male e che la difesa non debba essere sovvenzionata da istituti finanziari e banche, come accade per la pornografia, è scioccante!”. Contribuiva così alla laboriosa ricerca di una tassonomia europea condivisa, necessaria a parlare un linguaggio comune in tema di finanza verde (vedi: Taxonomy Act).

La ministra scopriva l’acqua calda. Da sempre, la spesa militare è un possente motore dell’innovazione, forse il più vigoroso. E l’arsenale nucleare reclama un grande impegno tecnologico da parte dei paesi che ne dispongono, con ricadute anche significative in altri settori. Non sono pochi, questi paesi: oltre ai cinque Stati aderenti al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, altri tre (India, Pakistan e Corea del Nord) dichiarano di possedere armi nucleari, uno (Israele) dispone di armi nucleari non dichiarate. Altre nazioni partecipano alla condivisione nucleare della Nato (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia). Senza contare che, in passato, altri paesi avevano armi nucleari nel loro arsenale (Bielorussia, Kazakistan, Sudafrica, Ucraina). Quasi la metà della popolazione mondiale vive in paesi più o meno bombatomici.

Per produrre le bombe nucleari a fissione occorre il plutonio. Questo combustibile può essere prodotto da reattori nucleari ad hoc o estratto dal combustibile esausto di reattori convenzionali. Durante la guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica accumularono ingenti scorte di plutonio che, nei primi anni 80, ammontavano a 300 tonnellate, almeno così si mormorava. Alle soglie del terzo millennio, la preoccupazione per il rischio di una incontrollata proliferazione delle armi nucleari nel mondo non era campata per aria.

Nel 1958, il generale De Gaulle (1890-1970) aveva convinto i francesi che per alimentare la grandeur la Francia doveva iscriversi al club della bomba atomica. E, in questo contesto, era nato il modello francese tout électrique alimentato da centrali termonucleari, che producono la quota più importante dell’elettricità consumata nel paese più elettrico d’Europa. Se le ragioni della ministra francese della Difesa sono più che comprensibili, un po’ meno lo sono per i tedeschi, gli spagnoli e gli italiani, privi di bombe atomiche di proprietà.

Per il club della bomba atomica, l’uso duale militare/civile consiste nell’arricchire l’uranio o nell’estrarre il plutonio ritrattando il combustibile esaurito. La prima tecnologia viene adottata non soltanto dall’Iran, sotto accusa per questo motivo, ma anche da altri Stati, come – si mormora – avesse fatto il Brasile 40 anni fa durante il regime militare. Altri paesi fanno riscorso al ritrattamento: per esempio, Israele, India e Corea del Nord.

In molti modi il nucleare civile favorisce e sostiene i programmi militari. Con il nucleare civile si possono produrre altri radionuclidi, diversi dal plutonio: uranio impoverito o trizio, utilizzato per innescare o potenziare le armi nucleari. Sia il combustibile fresco dei reattori di ricerca a uranio altamente arricchito (HEU), sia l’estrazione di HEU dal combustibile esaurito possono essere re-indirizzati a usi bellici. Si prestano ad ambiguità anche la ricerca sulle armi nucleari e lo sviluppo delle competenze in materia, utili all’uso parallelo o successivo nell’industria bellica. E una industria nucleare civile in piena attività giustifica la costruzione di impianti di arricchimento o di ritrattamento, necessari a sostenere l’industria bellica.

Il Trattato Start tra Usa e Russia (2010) avrebbe dovuto ridurre a 1.500 le testate strategiche nei rispettivi arsenali. Il numero totale delle testate in giro per il mondo non sarebbe però così modesto: si parla di circa 23mila in tutto, tra le testate tattiche di Usa e Russia e quelle, strategiche e tattiche, degli altri paesi bombatomici. Con tutta questa abbondanza, i nuovi scenari della politica, ispirati dalle guerre in corso, stanno sdoganando il rischio del conflitto nucleare. Se questo rischio era stato finora confinato nell’immaginario collettivo della narrazione fantascientifica, oggi si sta trasformando nel timore di una opzione estrema ma non impossibile.

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La penuria energetica europea innescata dall’embargo all’export di gas russo può resuscitare la tecnologia nucleare civile: un male minore, strizzando l’occhio alla sua potenziale utilità bellica. Sarebbe una scelta sbagliata. Le rinnovabili hanno ormai superato il nucleare, che rappresenta solo il 4,3 percento del mix energetico mondiale (vedi Figura). E la guerra deve innescare un balzo sostanziale nello sviluppo delle tecnologie rinnovabili, ormai in piena maturazione, anziché un ritorno al futuro della proliferazione nucleare.

Ripartire dal nucleare è un passo indietro pericoloso e, oltre tutto, ingiustificabile sotto il profilo economico. Il nucleare civile si sostiene solo per l’esternalizzazione dei costi e delle perdite. Sono i cittadini contribuenti a pagare gli incentivi, le sovvenzioni, le garanzie sui capitali investiti, la limitazione delle responsabilità per i danni di incidenti, i controlli sanitari, la spesa per la costruzione e la gestione dei depositi di scorie radioattive. E tutti i costi appostati nei bilanci militari in modo non trasparente.

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