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Le strategie di nearshoring dovute al Covid e alla supply chain non hanno scalfito il ruolo strategico della Cina come motore dell’industria moda. E così l’ex Celeste Impero fa ancora la parte del leone nella produzione globale di abbigliamento. Secondo i dati di Euromonitor, si legge su Modaes, il peso della Repubblica Popolare nel 2021 ha raggiunto il 47% in termini di valore: in quasi la metà dei vestiti di tutto il mondo ha campeggiato l’etichetta ‘made in China’ nell’ultimo anno.

A seguire nella classifica si piazzano i competitor asiatici Bangladesh, India e Vietnam, che però si mantengono al di sotto della soglia del 10% raggiungendo rispettivamente il 6% e il 4 per cento. La quarta posizione è occupata dall’Indonesia, con il 3%, seguita dalla Thailandia, che si ferma al 2 per cento.

Sembra quindi che nonostante le scosse di assestamento legate al terremoto Covid, alla crisi della supply chain e all’inflazione si sia riusciti ad affossare il primato incontrastato dell’ex Celeste Impero, lasciando pressoché indiscussa la dipendenza nei suoi confronti degli altri Paesi per l’intero settore.

Paradigmatico del legame a doppio filo delle catene di fornitura mondiale al colosso asiatico è il caso degli States, che lo scorso anno hanno aumentato il peso delle proprie importazioni in Cina come non accadeva dal 2017. Nello specifico, il Paese asiatico ha rappresentato il 38% delle importazioni di abbigliamento statunitensi nel 2021, contro il 37% dell’anno precedente.

Anche altri grandi fornitori del Paese, sebbene molto più arretrati nella classifica, hanno segnato un rialzo nell’ultimo anno nella produzione tessile destinata oltreoceano: il Bangladesh è passato dall’8% al 9% e l’India dal 3% al 4 per cento. Ciò che è stato guadagnato da Cina e Bangladesh è stato perso da mercati come il Vietnam, che ha ridotto la propria quota al 15%, sebbene rimanga il secondo fornitore di moda negli Stati Uniti. Prossimamente però potrebbe influire anche l’entrata in vigore della nuova legge statunitense che vieta l’importazione di prodotti dal controverso Xinjiang, il cui cotone viene prodotto dagli uiguri in un regime di lavoro forzato.

Guardando all’Europa, invece, l’esempio della Spagna evidenzia un trend opposto. Nel 2021, la Cina rappresentava solo il 18% delle importazioni di abbigliamento spagnolo, secondo i dati di Datacomex: da anni le società di distribuzione spagnole riducono la loro dipendenza dalla Cina. Nel 2011 la terra del Dragone era vicina al 30% delle importazioni totali di abbigliamento spagnolo, nel 2017 era già scesa al 21% e nel 2018 rappresentava il 19%, quota che ha mantenuto nei due anni successivi.

Significativi i dati che arrivano dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che evidenziano un andamento differente a seconda che si parli di abbigliamento o di industria tessile. Secondo l’Organizzazione, infatti, la Cina nel 2021 ha rappresentato il 31,6% del totale delle esportazioni di abbigliamento, distante cinque punti percentuali dal 36,6% del 2010. Nel tessile, invece, la sua quota è schizzata al 43,5% nell’anno passato, trainata anche dalla domanda di mascherine e altri dispositivi sanitari che hanno parzialmente compensato il rallentamento del fashion. L’avvento della pandemia ha quindi effettivamente contribuito ad alterare gli equilibri produttivi mondiali spostando, ancora impercettibilmente, l’asse della supply chain del settore.

L’Asia è sempre stata il cuore pulsante della manodopera dei fashion brands, che storicamente ricorrono a una rete di terzisti per produrre su larga scala a costi contenuti. La marcia dell’abbigliamento made in Asia si è inevitabilmente inceppata nel corso della pandemia, costringendo a mettere in discussione un modello di business fino a quel momento quasi inattaccabile. Si è parlato di ‘nearshore’, un avvicinamento da parte dei marchi occidentali delle proprie basi produttive, accorciando catene di approvvigionamento in panne tra ondate di contagi e chiusure forzate.

Per il momento però, anche a fronte delle sfide e trasformazioni del settore, la posizione della Cina di baricentro della produzione globale resta indiscussa, e per eroderne il peso così preponderante occorrerà ancora molto tempo.

 

 

 

 

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