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Cina e Giappone, sempre più distanti su questioni commerciali, economiche, tecnologiche e valoriali, cercano il dialogo almeno in campo militare. I ministri della Difesa dei due Paesi hanno deciso di aprire una nuova linea di comunicazione diretta tra i vertici delle rispettive forze armate. L’obiettivo è evitare una degenerazione delle tensioni nel Mar Cinese Meridionale.

Il ministro giapponese Nobuo Kishi ha sottolineato, dopo una videoconferenza con l’omologo cinese Wei Fanghe, che la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono “vitali per la sicurezza del Giappone” e ha espresso “grave preoccupazione” per l’incessante attività della Guardia costiera cinese nelle acque al largo di un atollo nel Mar Cinese Orientale controllato dal Giappone e rivendicato dalla Cina – parte delle isole Senkaku per Tokyo, Diaoyu per Pechino.

“Pechino salvaguarderà fermamente la sua sovranità territoriale e i suoi diritti marittimi”, ha detto il ministro cinese, riconoscendo tuttavia la necessità di allentare le tensioni tra le parti favorendo il dialogo e la cooperazione tra le rispettive forze aeree e navali. Tale proposito è stato condiviso da Kishi, che ha dichiarato la disponibilità di Tokyo a intensificare la cooperazione in nome della stabilità tra i due Paesi.

Pochi giorni fa l’agenzia di stampa giapponese Kyodo ha rivelato, citando fonti del governo di Tokyo, che le Forze di autodifesa del Giappone e le Forze armate degli Stati Uniti sono al lavoro su una bozza di piano operativo congiunto in caso di crisi militare nello Stretto di Taiwan. L’intesa prevede lo spiegamento rapido da parte dei Marine degli Stati Uniti di una base avanzata per la proiezione della forza nella catena insulare delle Nansei, all’estremo Sud del Giappone e a circa 850 chilometri da Taiwan. Il piano rischierebbe di esporre le isole a un attacco militare della Cina e richiederebbe modifiche al quadro normativo attualmente in vigore nel Paese. Giappone e Stati Uniti potrebbero concordare l’avvio dei lavori per la formalizzazione del piano operativo all’inizio di gennaio, in occasione di un incontro dei ministri di Esteri e Difesa dei due Paesi nel formato “2+2”.

Molti leader politici giapponesi si sono recentemente espressi a sostegno di Taiwan. Tra questi, l’ex primo ministro Shinzo Abe e l’ex vicepremier Taro Aso. Entrambi hanno definito un’eventuale invasione cinese dell’isola come una minaccia diretta al Giappone e hanno sottolineato il sostegno che arriverebbe dagli Stati Uniti. Parallelamente stanno venendo meno i vincoli costituzionali alle attività militari.

In questo contesto, il governo giapponese ha “riconosciuto” l’indipendenza dell’isola di Taiwan che nel nuovo libro bianco della Difesa, pubblicato a luglio, non è più colorata come parte della Cina. Come notavamo su Formiche.net, si tratta di un’evoluzione nel pensiero strategico di Tokyo che individua nella crisi lungo lo Stretto e nel rischio di uno scontro tra Cina e Stati Uniti un potenziale elemento di destabilizzazione della sicurezza nazionale. “Stabilizzare la situazione attorno a Taiwan è importante per la sicurezza del Giappone e la stabilità della comunità internazionale”, si legge nel rapporto, che riprende le dichiarazioni congiunte formulate dall’ex premier Yoshihide Suga e dal presidente statunitense Joe Biden ad aprile e la posizione formalmente assunta dal Giappone in occasione degli ultimi dialoghi diplomatici con l’Unione europea e con il G7 con l’impegno a promuovere un Indo-Pacifico “libero e aperto”.

Mancano pochi giorni all’inizio dell’anno che segnerà mezzo secolo di rapporti diplomatici tra Giappone e Cina, e la situazione è complicata. Il governo cinese è infastidito dalle sempre più frequenti critiche del nuovo primo ministro giapponese Fumio Kishida. “Anche se c’è una finestra di opportunità per migliorare le relazioni, le fondamenta del rapporto sono ancora molto fragili”, ha detto una persona informata sui colloqui tra Kishi e Wei al Financial Times.

(Nella foto la USS Roosevelt nell’Indo-Pacifico, Twitter @IndoPaCom)