Il “Grande reset” delle Pmi: il fatturato è crollato di 420 miliardi

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Roma, 27 dic –  Il coronavirus ha colpito mortalmente le nostre Pmi. Secondo la Cgia di Mestre le piccole e medie imprese italiane registreranno un crollo di 420 miliardi di euro. Da sottolineare le parole del coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, che denuncia: “Al netto delle misure a sostegno della liquidità e agli effetti dello slittamento delle scadenze fiscali, il Governo quest’anno ha stanziato 29 miliardi di euro di aiuti diretti alle imprese colpite dalla pandemia”.

Gli artigiani mestrini riconoscono l’impegno dell’esecutivo, ma ciò che è stato fatto non basta. La matematica non è un’opinione: “Il crollo del fatturato del nostro sistema economico è di circa 420 miliardi di euro, il tasso di copertura ha sfiorato il 7%”. Purtroppo, quando si governa una nazione la buona volontà non basta: serve la capacità di invertire la rotta o meglio bisogna saper orientare le vele. Non tutte le aziende stanno affondando come le nostre Pmi, c’è chi ha sfruttato questa tempesta per arricchirsi, e non parliamo solo delle case farmaceutiche.

La crisi non è per tutti

Al di là dell’oceano le multinazionali del web stanno consolidando il loro strapotere economico. Basta fare un paragone con le nostre aziende. Il fatturato totale delle imprese in Italia è pari a poco più di 3.100 miliardi di euro. Con una perdita dei ricavi relativa al 2020 che dovrebbe aggirarsi attorno ai 420 miliardi, la contrazione rispetto al 2019 sarebbe del 13,5%. L’area studi di Mediobanca (che non può esser certo tacciata di populismo) stima che nel primo semestre del 2020 il fatturato dei big digitali è aumentato del 17%. Se incrociamo questi dati con quanto abbiamo scritto finora scopriamo che ciò hanno perso le Pmi è finito nelle tasche delle big tech. È ovvio si tratta di una sintesi semplicistica, anche se, come vedremo più avanti, ci aiuta a comprendere meglio ciò che sta avvenendo.

Tornando al rapporto della Cgia (mentre Amazon se la ride) crolla il commercio al dettaglio, in particolar modo abbigliamento, calzature, libri e articoli di cartoleria. Inoltre, assistiamo impotenti al collasso di tutte le attività legate al turismo o alla filiera che esso genera. Quindi non parliamo solo di alberghi, bar e ristoranti, ma anche dei fornitori di quest’ultimi. Per non parlare di chi è stato portato sull’orlo del baratro dal lockdown. Ne citiamo solo alcuni: tutto il settore che ruota attorno agli eventi (convegni, fiere, matrimoni), gli agenti di commercio, gli ambulanti, la filiera legata al trasporto delle persone (taxi, Ncc, bus operator), ed infine tutti coloro che lavorano nell’intrattenimento sport, tempo libero, intrattenimento, discoteche.

Come abbiamo visto gli artigiani mestrini avevano suggerito a Palazzo Chigi di passare dalla logica dei ristori a quella dei rimborsi. Un discorso che non fa una piega. Chi viene chiuso per motivi legati alla salute pubblica deve essere risarcito compensi quasi totalmente sia per i mancati incassi sia le spese correnti che continuano a sostenere. A proposito di costi fissi, non possiamo trascurare l’impatto che le imposte indirette hanno sulle Pmi.

Basterà alle Pmi un 2021 “tax free”?

Pochi giorni fa, lo stesso Zabeo chiedeva per le Pmi “un 2021 tax free”. Il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia motivava la proposta sostenendo che: “Il tax free year italiano costerebbe alle casse dello Stato fino a 28 miliardi di euro. Una cifra spaventosa che, ovviamente, potrebbe essere ridotta consentendo l’azzeramento del peso fiscale solo per le attività con ricavi al di sotto di una certa soglia o sulla base della perdita di fatturato. Anche se il mancato gettito fosse di 28 miliardi di euro, tale importo risulterebbe comunque inferiore agli aiuti erogati direttamente quest’anno al sistema produttivo e che fino ad ora ammontano a circa 30 miliardi”. Sarebbe un’iniezione di liquidità importante e necessaria.

Tuttavia, viviamo un periodo incerto: non sappiamo se quel denaro verrà impiegato per rilanciare l’attività o per chiudere i battenti azzerando debiti pregressi. La pandemia ci ha mostrato che un’intera nazione può essere spenta per mesi come una lampadina. Può piacerci o meno ma dobbiamo fare i conti con la realtà. Gli autonomi sono rimasti traumatizzati da decine di regolamenti che ricordano le grida manzoniane.

Inoltre, difficilmente l’acquirente medio tornerà ad acquistare nei negozi di quartiere come faceva prima. Per questo molti analisti temono l’arrivo del great reset (così è stato denominato dal World Economic Forum).

Il grande reset è già realtà

I più pessimisti pensano che si tratti di un piano diabolico e segreto che mira a stravolgere l’economia internazionale concentrando la ricchezza nelle mani di pochi eletti e distruggendo la classe media. Difficile dargli torto, è tuttavia sbagliato dire che sia un processo in fase di preparazione. Chi oggi teme l’avvento di un grande reset non si rende conto che già siamo immersi in questa nuova realtà. Non possiamo cadere dal pero.

Da almeno trenta anni si sta diffondendo ed organizzando una sorta di capitalismo comunista apolide che calpesta la proprietà privata: anche il possesso della prima casa è osteggiato (l’Ici nasce nel 1992). Per non parlare delle liberalizzazioni (che sono servite per consegnare alla finanza apolide le nostre aziende di stato). E che dire delle delocalizzazoni. Il tutto condito dalle migrazioni di massa che mirano a cancellare ogni identità.

In questo contesto le Pmi faranno la fine dei kulaki (i piccoli proprietari terrieri perseguitati da Stalin). Per usare le parole del filosofo e scrittore Giorgio Agamben: “Il capitalismo comunista unirà in sé l’aspetto più disumano del capitalismo con quello più atroce del comunismo statalista, coniugando l’estrema alienazione dei rapporti fra gli uomini con un controllo sociale senza precedenti”. Il coronavirus è servito ad amplificare un cambiamento che era già ben strutturato. Ecco perché solo ora ci accorgiamo di questo fenomeno. Chiusi dentro le nostre case abbiamo capito quanto fossero indispensabili le big tech: Amazon, Google.

Quanto detto potrebbe spingerci alla resa. Tuttavia dobbiamo ricordarci che nessun fenomeno storico è irreversibile a patto che siamo capaci di comprenderlo. Solo così possiamo navigare sfruttando anche i venti avversi.

Salvatore Recupero