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L’economista e storico della Luiss: il governo ha fatto quello che poteva, difficile fare di meglio. Da mercati ed Europa giudizi positivi, ora la madre di tutte le sfide è il Pnrr. La Bce? Ha sbagliato tutto e preso un abbaglio

Due mesi abbondanti di governo Meloni e un futuro tutto da scrivere. I presupposti sembrano esserci, comunque: la manovra, 35 miliardi di cui 21 finanziati a deficit (qui l’articolo con tutti i dettagli) può considerarsi in cassaforte e l’esercizio provvisorio schivato, i mercati sembrano proseguire nel solco di quella tranquillità acquisita ormai da mesi, nonostante il cambio di esecutivo e i blitz della Banca centrale europea sui tassi. E in Europa la sintonia con Roma pare conclamata.

Certo, le sfide non mancano. Nel corso dell’anno alcune misure di sostegno a imprese e famiglie andranno a scadenza e occorrerà trovare nuovi fondi per rinnovarle. Difficile pensare di fare nuovo deficit (Nadef alla mano il disavanzo nel 2023 si attesterà al 4,5%), con ogni probabilità sarà necessario intervenire sulla spesa. E poi il rebus del Mes e quell’inflazione da tenere a bada, costi quel che costi. Formiche.net ne ha parlato con Giuseppe Di Taranto, storico ed economista all’università Luiss.

Il governo di Giorgia Meloni è alla guida del Paese da ormai due mesi. Facciamo qualche considerazione?

Credo che l’esecutivo si sia comportato bene, perché non poteva fare più di quanto visto. E poi c’è un giudizio positivo arrivato dai mercati, mai troppo teneri con l’Italia. Un po’ di memoria storica aiuta: lo spread prima dell’avvento della Meloni era a 240, oggi è tra i 180 e i 200. E questo non è un segnale interno, ma esterno, dunque non condizionato. Poi c’è un altro attestato, quello dell’Europa…

…Europa che sembra aver digerito la manovra di bilancio.

E così è. Il risultato è stato portato a casa e il sì è arrivato. Un buon risultato se si considerano le risorse disponibili, che non erano certo immani. La legge di Bilancio rispetta i saldi di bilancio imposti dall’Europa e questo è un fatto oggettivo. Questo governo sta andando nella giusta direzione.

Parliamo del futuro. Il 2023 non sarà un anno facile, non lo neghiamo.

Certo che no. Però faccio notare come si cominci a parlare di pace tra Russia e Ucraina. Nel mentre il governo dovrà spingere, come sta facendo. Il bonus per le famiglie, per esempio, è stata un’ottima mossa e credo debba proseguire. Lo stesso per le pensioni, era necessario fare qualcosa, altrimenti ci saremmo ritrovati con la riforma Fornero, ancora, ovvero andare in pensione a 67 anni che per l’Italia, visti i suoi problemi demografici, avrebbe significato ritardare ancora l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Tra qualche mese alcune misure a sostegno di famiglie e imprese andranno rifinanziate. Però è difficile immaginare nuovo deficit e, allora, occorrerà agire sulla spesa.

Direi che dovremmo aspettare di capire come cambierà il Patto di Stabilità, costruito su parametri inventati e sbagliati. E se ora li stanno cambiando a Bruxelles qualcosa vorrà dire. Il 3% è pura fantasia, così come il 60% del debito sul Pil. Tutto sbagliato. Adesso è pensabile immaginare che tali limiti vengano superati, consentendoci si di fare nuovo deficit. Lo sapremo presto.

E il Pnrr? Altra sfida delle sfide…

Forse la più importante. Tutti stanno parlando e dicendo che il Pnrr va cambiato, ma il termine è sbagliato, il Pnrr va adeguato all’inflazione e questo è sacrosanto. Bisogna tarare progetti e bandi sul costo della vita e delle materie prime.

La Bce si è mossa ancora una volta pochi giorni fa e i risultati si sono visti, anche e non solo sui mutui italiani. Francoforte per mandato deve combattere l’inflazione, ma non è che nel nome di questa battaglia si fa un danno peggiore all’economia?

La Bce ha sbagliato completamente politica fin qui. E questo va detto in modo chiaro. Il problema è che qui siamo dinnanzi a un’inflazione da costi delle materie prime non da domanda, come negli Usa dove la disoccupazione è ai minimi. Per questo a Francoforte hanno preso un abbaglio, non agendo sul lato dei costi. Oggi si parla troppo si stagflazione, ma il termine adatto è agflazione, termine coniato alla fine del primo decennio del XXI secolo che indica un aumento generalizzato dell’inflazione causato da un aumento dei prezzi dei prodotti e delle commodity agricole. Eccolo il vero problema, prezzi in aumento per colpa delle materie prime.

L’Italia con il suo debito così elevato è particolarmente sensibile alle decisioni della Bce.

Sì, sappiamo bene quanto ci costa finanziare il nostro debito. Ma se mi permette le faccio un altro esempio, che nessuno ha fatto notare. I debiti del Terzo Mondo sono in dollari e le strette monetarie di Fed e Bce hanno fatto sì che il dollaro si apprezzasse sull’euro. Sa cosa significa? Che questi Paesi rischiano il default, perché il loro debito costerà molto più di prima.