Il gesuita comunista e il carmelitano della Repubblica sociale

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L’avventurosa e sconosciuta vita di Padre Antonio Intreccialagli, in religione “di Gesù”

Andrea Cionci

Andrea Cionci

Storico dell’arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall’Afghanistan e dall’Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo “Eugénie” (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi – vive una relazione complicata con l’Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

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Un recente libro di Matteo Manfredini “Il Gesuita comunista” (Rubbettino)  ha riportato alla luce la storia tormentata del prof. Alighiero Tondi (1908-1984): prima gesuita, poi spretato, poi comunista, sposato, spia in Vaticano, vedovo e, alla fine, deluso dal PCI, tornato sacerdote.

Nonostante il velo di omertà calato su questa figura scomoda, sempre in bilico fra due mondi in conflitto, la sua vicenda fece parlare di sé mettendo in grande imbarazzo sia il Vaticano che i vertici dell’allora potentissimo PCI. 

Diversi articoli sono usciti, di recente, su padre Tondi grazie al libro di Manfredini e, come ideale pendant, vi proponiamo la storia opposta – e molto meno conosciuta – del frate Antonio Intreccialagli, in religione Padre Antonio “di Gesù”, cappellano della Repubblica Sociale, morto 20 anni fa.

Lo studioso Massimo Lucioli, già noto per aver scritto il primo libro sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), ha raccolto la testimonianza del religioso prima che morisse, pubblicando la sua avventurosa biografia nel volume “Il legionario di Dio”.

Al contrario di Padre Tondi, Padre Antonio Intreccialagli non visse il minimo conflitto interiore tra impegno politico-militare e fede: anzi, secondo lui, il Fascismo era la schietta traduzione della dottrina cristiana nel sociale.

Già cappellano della Regia Aeronautica, dopo l’8 settembre 1943, entrò nell’ufficio abbandonato di una caserma e si spedì da solo la “cartolina” per farsi richiamare nella Divisione “Tagliamento” della Repubblica Sociale Italiana.

Come succedeva, a volte, durante la Grande Guerra, anche il tenente Intreccialagli, rimasto l’unico ufficiale vivo, dovette comandare gli uomini nelle operazioni belliche: a Rimella, nel biellese, una mitragliatrice in mano a dei partigiani teneva inchiodate le colonne repubblicane da un’altura.  Padre Antonio guidò i suoi per un sentiero di montagna e catturò i nemici mentre cenavano, guadagnandosi così la Croce di ferro tedesca di 2ª classe. Un’altra volta, contrastò i canadesi con i mortai sul fiume Foglia.

Il 6 aprile 1944, a Quarona (VC) fu testimone di un agguato teso a un camion di soldati fascisti con un cavo dell’alta tensione. I militari che non rimasero fulminati o bruciati vivi furono finiti a baionettate dai partigiani;  poi gli stessi tagliarono a pezzi alcuni dei 20 cadaveri con delle asce. “Mi ci vollero cinque teli da campo per riunire le membra e gli arti strappati ai caduti” raccontava Intreccialagli. Temendo un contrattacco, i partigiani consegnarono ai repubblicani tre fuggiaschi alleati – due inglesi e un australiano – che avevano partecipato all’attentato. Padre Antonio li assistette spiritualmente e prese in consegna le loro ultime lettere (depositandole in Arcivescovado a Bologna) prima che, dopo il processo, venissero fucilati – secondo la Convenzione di Ginevra –  per aver compiuto atti di guerra in abiti borghesi.

Quando gli abitanti di Quarona consegnarono ai fascisti una trentina di sospetti partigiani, il comandante della Tagliamento chiese un parere a Padre Antonio il quale fece liberare parecchi dei meno compromessi e riuscì a far graziare uno dei veri responsabili, un barbiere padre di nove figli.

A guerra finita, padre Antonio, coi suoi camerati, salì su un treno merci diretto a sud. Durante uno scalo, fu arrestato dai partigiani comunisti, ma riuscì a far passare se stesso e i suoi per “compagni” combattenti: furono tutti festeggiati e rimpinzati di cibo prima che venisse loro concesso di ripartire liberamente.

Nel dopoguerra, il partigiano Francesco Moranino, “Gemisto”, accusò Intreccialagli presso gli Alleati di aver fatto fucilare i tre prigionieri di Quarona. Ricercato, il frate si rifugiò, sotto falsa identità, nel convento della Madonna del Romitello (PA) dove celebrò messa sia per i Carabinieri che per la banda Giuliano. Ricordava quel personaggio più come un “idealista” che come un brigante.

(Il suo documento di identità come padre Ubaldo Corsi, passionista, è stato pubblicato per la prima volta, insieme ad altre fotografie del religioso, qui)

Tornò poi a Bologna, recuperando in arcivescovado le lettere dei tre soldati alleati fucilati dove essi dichiaravano, non solo di aver infranto le leggi di guerra, ma di essere stati confortati dal cappellano, anche con sigarette e liquore. Così, mentre Padre Antonio fu completamente scagionato, Moranino fu condannato all’ergastolo – in contumacia – per aver ammazzato altri partigiani e un agente del Sud.

Tempo dopo, i Carabinieri avvertirono il frate che dei comunisti volevano fargli la pelle, così lui si presentò davanti alla sede del PCI con le mani nel saio: “So che mi cercavate”,  disse al capocellula facendogli capire, alludendo al contenuto delle sue tasche, che avrebbe venduto cara la pelle.

Poté così proseguire indisturbato l’attività religiosa tanto che, solo con le elemosine, riuscì a edificare un intero convento a Monteodorisio, in Abruzzo. Morì nel 2000, a 92 anni e – ultimo tributo al suo passato di combattente – volle farsi seppellire con la camicia nera sotto al saio.