il-futuro-dell’ucraina:-una-corea-in-europa?

Al passare delle settimane, divenuto evidente che la guerra in Ucraina non si sarebbe conclusa con una rapida vittoria russa, l’evoluzione futura del conflitto è apparsa con alta probabilità dover essere quella di un duro e prolungato confronto sul campo. Ne è conferma il progressivo esaurirsi della spinta offensiva russa, a cui hanno fatto riscontro, nella logica del “ribaltamento” propria di ogni conflitto bellico, le controffensive ucraine degli ultimi giorni.

Questo stato delle cose ha indotto alcuni osservatori a ritenere che la guerra potrebbe chiudersi con una soluzione di tipo coreano. Il Paese potrebbe essere diviso lungo una linea di cessate il fuoco che, sebbene fortemente militarizzata e pur in assenza di un accordo di pace, sarebbe destinata a consolidarsi nel tempo. Tra quanto avvenne durante e dopo la guerra di Corea (giugno 1950 – luglio 1953) e ciò che accade oggi in Ucraina esistono ovviamente differenze assai forti e di diverso ordine: storico, politico, militare, culturale.

Ciò premesso, ragionare sull’uno e l’altro caso, la conclusione del primo e le prospettive del secondo, può tuttavia aiutare a comprendere alcuni aspetti della guerra in atto.

Il 25 giugno 1950 un piccolo Paese periferico della sfera politica comunista, la Corea del Nord, aggredì il vicino da cui era separato dalla fine della Seconda guerra mondiale lungo il 38° parallelo. All’inattesa e travolgente avanzata iniziale, che portò alla conquista quasi per intero della penisola coreana, seguì l’intervento degli Stati Uniti con altri alleati, legittimato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza adottata in assenza del delegato sovietico. L’intervento rovesciò momentaneamente le sorti del confronto e gli alleati conquistarono gran parte del territorio nord-coreano. Entrarono allora in gioco i “volontari” cinesi, affluiti in massa attraverso il confine con la Repubblica Popolare, che ricacciarono americani e alleati verso il 38° parallelo. La guerra giunse allo stallo e sulla linea definita dall’accordo di cessate il fuoco si consolidò il nuovo confine tra le due Coree, senza che sia mai seguito un trattato di pace. Le differenze con la guerra in Ucraina sono numerose e forti. Oggi è una grande potenza nucleare ad aggredire il più debole vicino, un intervento esterno sotto bandiera delle Nazioni Unite è impossibile, se non altro per il veto russo, e qualsiasi diverso intervento diretto a favore dell’Ucraina rischierebbe di scatenare una guerra generale nucleare.

Dal 2014, tuttavia, col distacco di parte del Donbass da Kiev, già esistevano due Ucraine. Alla luce delle direttrici seguite dall’offensiva russa è più che realistico pensare che nei piani di Vladimir Putin vi fosse l’obbiettivo di assicurare alla Federazione il controllo diretto e/o indiretto di parte del territorio ucraino. Quanta parte? Impossibile a dirsi oggi. In qualsiasi conflitto armato è tuttavia la configurazione stessa del territorio oggetto dello scontro a dettare in buona misura lo svolgersi dell’interazione bellica e gli esiti della medesima.

Esistono sempre punti geograficamente evidenti, chiaramente significativi, che “orientano” l’azione delle parti, sia nelle operazioni militari che al momento delle trattative per il cessate il fuoco e di pace. In Corea fu il 38° parallelo ad assumere un forte significato e valore simbolico, sebbene la linea di demarcazione fissata al termine delle ostilità non lo segua affatto con precisione. Verso quel “punto d’incontro” si orientarono spontaneamente le parti.

Guardando la carta geografica dell’Ucraina si notano punti che hanno un simile significato, un’analoga prominenza. Prima del 24 febbraio la Crimea era un’isola russa in territorio ucraino. Che questa situazione “spingesse” verso la creazione da parte russa di una contiguità territoriale tra Crimea e Donbass, tramite conquista della regione costiera del Mar d’Azov, era evidente.

Resta dubbio, invece, che Putin intendesse prolungare tale contiguità territoriale fino alla Transnistria. La configurazione dell’Ucraina, la sua storia e cultura, evidenziano però un’altra e ben più importante linea che taglia in due il Paese. È il grande fiume Dnepr, a Oriente del quale si estendeva l’impero russo ed è concentrata gran parte dell’eredità culturale e della componente etnica russa o russofona del Paese. Non è perciò affatto irrealistico pensare, anche alla luce delle direttrici seguite dall’offensiva russa, che quest’intera area fosse l’obbiettivo più ottimistico del Cremlino.

Il Dnepr avrebbe potuto rappresentare una chiara, netta linea di demarcazione, un nuovo e non ambiguo confine tra due Ucraine, prefigurando perciò la creazione in assenza di un accordo di pace di una nuova Corea nel cuore d’Europa. Allo stato attuale, tuttavia, le forze russe incontrano forti difficoltà nello stabilire sia il pieno controllo dei soli due oblast del Donbass che dell’intera fascia costiera sul mar d’Azov. Il consolidarsi futuro di una linea stabile di cessate il fuoco, in una prospettiva “coreana”, richiederebbe la presenza di due condizioni: che perdite e costi di entrambe le parti fossero tali da indurle ad accontentarsi del territorio sotto il loro controllo; che tale linea fosse ben definita in senso geografico, non ambigua. Nessuna di queste condizioni esiste al momento e pare potersi presentare nel breve termine.

Il continuo rifornimento delle forse ucraine dall’estero, il possibile sostegno cinese a Putin, la configurazione stessa dell’Ucraina, con le sue immense pianure, sono altrettante condizioni che non rendono credibile una soluzione di tipo coreano. Tra i due casi può invece risultare significativa la presenza di una diversa analogia.

Il generale Douglas MacArthur venne esonerato dal comando delle forze in Corea perché lamentava di non poter agire – forse anche con impiego di armi nucleari – contro le fonti in territorio cinese, “santuarizzate”, che alimentavano senza sosta lo sforzo bellico dei suoi nemici. Oggi ai russi si presenta un problema del tutto analogo.