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Se bastasse un applausometro, l’Italia avrebbe già deciso e anche esplicitato a chi affidare il proprio destino dei prossimi anni. Se i sindaci sono il paese e i loro applausi fossero voti, non ci sono dubbi che Sergio Mattarella e Mario Draghi sono il ticket prescelto per guidare il paese. Ora e anche dopo. A fine gennaio, quando il Quirinale andrà in palio alla riffa dei Grandi elettori, se bastasse l’applausometro dell’assemblea nazionale dei sindaci, il verdetto sarebbe già scritto. «E adesso ho l’onore di dare la parola al nostro Presidente del Consiglio Super Mario Draghi…» ha detto ieri mattina Antonio Decaro, sindaco di Bari e amatissimo presidente dell’Anci.

È stata un po’ l’ombelico del mondo l’assemblea annuale degli ottomila sindaci italiani. Dopo quindici mesi asserragliati sul fronte del Covid dove sono stati il “pronto soccorso” di intere famiglie, persone, comunità, scuole chiuse e fabbriche che cercavano di stare aperte, i sindaci hanno capito che è necessario avere e dare una percezione diversa dei tanto bistrattati amministratori locali. In questi mesi si sono organizzati, hanno marciato su Roma con la fascia tricolore, hanno chiesto garanzie normative, economiche e anche giudiziarie per «poter fare il lavoro più bello del mondo: il sindaco». Mattarella prima e Draghi poi li hanno ascoltati e, possiamo anche dire, soddisfatti in molte richieste. Per i progetti del Pnrr i sindaci hanno chiesto e ottenuto di sedere al tavolo delle grandi scelte. Ai sindaci la legge di bilancio che sta per iniziare l’iter i Parlamento raddoppia, nei fatti, lo stipendio. Dai centri più piccoli ai capoluoghi di regione che sono parificati ai presidenti di regione.

Non si tratta certo di captatio benevolentiae ma di risposte necessarie che sono emerse in modo urgente durante e dopo la pandemia. Al pari, almeno, di quelle di medici e sanitari.
Presenti in tutti – o quasi – gli interventi pubblici del Capo dello stato e del Presidente del Consiglio. Gli applausi e le standing ovation dell’assemblea dell’Anci martedì a Mattarella e ieri a Draghi sono state quindi il reciproco tributo pubblico e a favore di telecamere di persone che lavorano bene insieme e già da un pezzo gestendo un’agenda insolita e insidiosa come quella pandemia, dai lock down ai vaccini, dalle proteste alle sfide del Pnrr.

Quello di Draghi ieri ai sindaci è stato un po’ il discorso della montagna, tra la mozione degli affetti e l’appello all’orgoglio. «Sarete al centro della stagione che abbiamo davanti, una straordinaria occasione di riforme e investimenti, grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il successo del Piano è nelle vostre mani, come in quelle di noi tutti». L’emergenza oggi è saper spendere bene quei soldi, non perde l’occasione, appunto. Ma temono, soprattutto al sud, di non farcela come numero e qualità di personale che dovrà gestire la programmazione a la messa a terra dei progetti. «Meno regole e meno burocrazia» ha chiesto Decaro.

Il premier conosce bene il problema, intravede trappole e ribadisce. «C’è bisogno di cooperazione tra tutti i livelli dell’amministrazione, nella fase di pianificazione degli investimenti e in quella di attuazione. Questo sforzo deve coinvolgere tutti: Comuni, Regioni, Ministeri». Siamo tutti sulla stessa barca. Nessuno pensi di poter scaricare responsabilità su altri. Si chiama etica della responsabilità, individuale e collettiva. E questa del Pnrr può essere paragonata ad una delle tante emergenza che i sindaci hanno affrontato nella storia d’Italia: la guerra, il dopoguerra, la ricostruzione, la lotta al terrorismo e alle mafie. «Avete opposto all’estremismo e alla violenza il dialogo e la difesa della democrazia. Siete stati e siete un presidio di legalità. Durante la pandemia avete tenuto unite le vostre comunità con determinazione e con coraggio, anche quando la crisi sanitaria ha reso più difficile e oneroso erogare i servizi ai cittadini. Avete agito con l’operosità, il pragmatismo e il senso civico che vi distinguono, quanto la fascia tricolore». Il tecnico e la sfinge Draghi sa toccare la corda delle emozioni. Quando vuole.

Ora per i sindaci si apre una nuova fase. Il premier mette in fila una lunga liste di cifre: 1,4 miliardi nella legge di bilancio fino al 2029 per la messa in sicurezza di ponti e viadotti; aumentati di 2,7 miliardi i fondi per la manutenzione delle scuole fino al 2036; 2 miliardi di euro fino al 2030 per consentire alle province e alle città metropolitane di «svolgere le loro funzioni fondamentali»; un Fondo per «sostenere e valorizzare i territori montani con una dotazione di 200 milioni di euro all’anno». Soprattutto, comuni e città metropolitane «dovranno amministrare quasi 50 miliardi di euro come soggetti attuatori dei progetti del Pnrr, dalla transizione digitale a quella ecologica; dagli investimenti nella cultura all’edilizia pubblica; dagli asili nido al sostegno agli anziani più vulnerabili».

Il problema è realizzare questi progetti, spendere bene questi soldi: 2,8 miliardi suddivisi in 159 progetti di rigenerazione urbana; il 40% degli investimenti destinato al sud; due miliardi alle Regioni – che poi dovranno indie i bandi per i comuni – per riqualificare l’edilizia residenziale pubblica; 600 milioni per rinnovare la flotta dei bus. «Nel complesso, sono stati già ripartiti tra gli enti territoriali 21,6 miliardi per interventi infrastrutturali». E poi, ben evidenziati, 4,6 miliardi per noi asili nido che potranno creare 228 mila posti di lavoro. Si tratta di «opportunità di crescita e sviluppo».

I sindaci temono di non farcela, di non avere la risorse umane sufficienti, di finire stritolati dalla burocrazia. Per dare una risposta Draghi e il governo hanno messo in conto «una serie di incontri in molte città italiane per confrontarci sulla sua realizzazione». Ha semplificato le procedure di affidamento dei contratti pubblici per aumentare la rapidità e l’efficacia di intervento, accorciato i tempi di realizzazione coniugando, quando possibile, la fase progettuale con quella esecutiva. E poi assistenza tecnica sul territorio e la possibilità di reclutare personale. «Almeno mille esperti distribuiti nelle varie aree del Paese aiuteranno gli enti territoriali ad attuare il Piano». È tutto vero. Nel senso che i provvedimenti sono stati licenziati. In pochi mesi si capirà anche se tutto ciò basterà. L’appello all’orgoglio, a quello straordinario capitale umano che tante volte ha già tirato fuori l’Italia dai guai, dal dopoguerra a oggi con i sindaci in prima fila, sembra funzionare. “Super Mario” come lo chiama Decaro è il principale alleato dei sindaci. «Sintonia totale tra il Presidente del consiglio e i sindaci italiani» dice Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci del Pd che chiede «più velocità e semplificazione nel Pnrr, per farcela davvero insieme». Si è creato un asse strategico. Anche nell’ottica Quirinale. Decaro ha proposto che tra i Grandi elettori, nella quota Regioni (tre per ciascuna), ci siano un sindaco della regione. La legge dice “tre rappresentanti di ogni regione” e non esclude i primi cittadini. Finora non è mai successo. Ma sono prassi che si scrivono nel tempo. Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (Pd) ha già detto che porterà con sé un primo cittadino. Nell’attuale Vietnam parlamentare anche venti voti possono fare la differenza.

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