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I frutti imprevisti

Questo articolo è pubblicato sul numero 4 di Vanity Fair in edicola fino al 26 gennaio 2021





Nello Bongiolatti, classe ’53, se li ricorda gli inverni di una volta in Valtellina: la temperatura che arrivava a meno 20, il terreno che gelava per 80 centimetri. In parte come quello di quest’anno, che ormai trattiamo come un’eccezione, perché così freddo e nevoso è davvero insolito. «Oggi qui il clima sta davvero cambiando e diventando mediterraneo, anno dopo anno». Per l’antico principio che se la vita (e il clima) ti danno limoni, tu devi fare limonata, Nello ha piantato ai piedi delle Alpi Retiche la più mediterranea delle coltivazioni: l’ulivo.

La sua azienda tradizionalmente produce vino, vitigno di Chiavennasca su due ettari terrazzati, ma da qualche anno sulla sua terra crescono anche 200 piante di olive.

Il prossimo progetto è aprire un frantoio. Cambio d’inquadratura veloce, scendiamo molto più a sud: Giarre, in provincia di Catania, alle pendici dell’Etna: nelle terre di limoni che ha ereditato dalla sua famiglia, Andrea Passanisi oggi coltiva frutti adatti alla tropicalizzazione del nostro clima: avocado, mango, frutto della passione. Fa vendita diretta sul web, i suoi frutti sono delle star di Instagram, con 32 mila follower per Sicilia Avocado. «La spesa etica parte dal fare delle domande, l’agricoltura etica è avere le risposte. I messaggi diretti sono un canale perfetto per fare questo passo insieme ai consumatori», spiega Andrea, con l’entusiasmo di chi ha trovato la sua strada, dopo gli studi in Giurisprudenza. «La prima missione dell’agricoltura è seguire la vocazione del territorio». Se quella vocazione cambia, si evolvono anche le coltivazioni: olive ai piedi delle Alpi, avocado in Sicilia.

Quelle di Nello e Andrea sono due delle tante storie di adattamento dell’agricoltura italiana al contesto che cambia. Il 2020 è stato l’anno più caldo di sempre, a pari merito con il 2016. Nella classifica dei sei anni più caldi della storia, al primo posto ci sono gli ultimi sei. «L’agricoltura è l’attività economica più esposta al cambiamento climatico», spiega senza mezzi termini Rolando Manfredini, responsabile sicurezza alimentare e produttiva di Coldiretti. «I nostri fattori di produzione sono la terra e l’acqua, e tutto è regolato dalla temperatura», un modo per dire che non c’è un impatto più diretto del riscaldamento globale di quello sul cibo. I numeri sono preoccupanti, dobbiamo enunciarli anche se fanno paura, perché è da questa urgenza che parte l’azione climatica. Il settore agricolo in Italia ha subito in dieci anni danni per 14 miliardi di euro, nel 2020 ci sono stati in media 3,7 eventi estremi al giorno, piogge improvvise, grandine, gelate, siccità, erosione del suolo. L’impatto funziona in due sensi. Uno: il cibo cambia il clima, visto che la sua produzione è responsabile di un quarto delle emissioni globali. Due: il clima incide sul cibo, su quanto, come e dove lo possiamo produrre. È un modo per dire che un’agricoltura più sostenibile salva il mondo e salva anche il cibo, che poi sono due strade per salvare noi stessi.

Una delle chiavi del nostro adattamento climatico è l’innovazione: big data, immagini satellitari, digitale e droni. Come spiega Federico Caniato, docente del Politecnico di Milano, «in agricoltura la tecnologia ci permette di tornare a principi tradizionali di cura della terra, portandoli però su una scala adatta alle esigenze del presente: risparmi energetico, lotta agli sprechi, uso parco dell’acqua, riduzione di strumenti intensivi come fitofarmaci e fertilizzanti». Il modo migliore per capire quanto possa essere importante la tecnologia nella strada verso la sostenibilità è proprio parlare di acqua. Una volta in Italia non era un problema, siamo il Paese dei 7.644 fiumi e dei 300 laghi, terra rigogliosa e fertile. La siccità è arrivata come uno shock innanzitutto culturale: nel 2017 per la prima volta a memoria d’uomo sono andate in secca le sorgenti del Po, il comune di Roma e il lago di Bracciano sono andati in conflitto, perché da un lato c’era da dissetare i romani, dall’altro da proteggere il lago. Non sono episodi isolati, è il futuro. La portata dei corpi idrici in Italia potrebbe ridursi del 40% nell’arco della nostra vita secondo i dati del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici. Risparmiare acqua è diventata una questione di sopravvivenza. È qui che entra in gioco l’agricoltura di precisione, cioè l’applicazione di dati e sensori alla coltivazione. «Oggi con uno smartphone si può monitorare a distanza lo stato vegetativo e sapere in anticipo quando le piante vanno in stress idrico, la tecnologia digitale diventa un sistema di supporto alle decisioni e permette alle aziende agricole di risparmiare acqua ed energia», spiega Massimo Iannetta, responsabile Biotecnologie e Agroindustria di Enea.

Gestire la riduzione della disponibilità di acqua è una questione decisiva. Uno dei centri studi più attivi per la ricerca di applicazioni pratiche su questo campo è la Fondazione Bruno Kessler di Trento. Raffaele Giaffreda è un esperto di Internet delle cose, la tecnologia che rende case e città smart e che può avere lo stesso effetto sui campi coltivati. Le soluzioni tech per consumare meno acqua in agricoltura sono state studiate in un progetto chiamato Sapience, che nasce proprio per ingegnerizzare le conoscenze tradizionali. «Il principale sensore idrico dell’agricoltura è sempre il dito umano, lo si infila e si vede se il terreno è abbastanza umido». Con il progetto Sapience è stato sviluppato un dispositivo che fa il lavoro del dito, ma in modo più esatto ed efficiente: una radice artificiale con un tubo in ceramica, collegata in remoto a un server. Questo tensiometro comunica con un’app installata sullo smartphone del contadino, che lo avvisa se le piante sono in stress idrico. Le due sperimentazioni di Sapience, sui vigneti di Roveré della Luna in Trentino e nei campi di Budrio in Emilia-Romagna, hanno dato risultati sensazionali: la radice smart permette un risparmio d’acqua fino al 70%. L’idea della fondazione è sviluppare un sistema che permetta anche di remunerare il risparmio idrico: a ogni litro di acqua non usata c’è un compenso, che ripaga l’azienda agricola dall’investimento tecnologico. A pagare sarebbero i «concorrenti» per l’uso di questa risorsa sempre più scarsa, come gli acquedotti o le centrali idroelettriche. Sarebbe un modo per rendere virtuoso e collaborativo tutto il sistema.

L’idea è ambiziosa, ma sono tanti i centri di ricerca e le startup che stanno sviluppando soluzioni simili. Al momento uno dei grandi ostacoli è paradossalmente anche la principale qualità della nostra agricoltura, il suo essere tradizionale e composta da una fitta rete di piccole aziende. Il 90% delle 740 mila imprese agricole italiane ha meno di dieci addetti, sono piccole aziende familiari con un’età media elevata, le più difficili per l’innovazione su larga scala. Ma è anche un mondo con una ricchezza inestimabile, che va aiutato nella sua transizione verso l’innovazione. E per farlo servono i giovani. Il futuro sostenibile dell’agricoltura passa anche da qui: il ricambio generazionale. «La


transizione ecologica e digitale dipende dal coinvolgimento dei più giovani, sono loro ad aver sviluppato la coscienza green e la propensione tecnologica che servono per cambiare», conferma Iannetta di Enea. Smart agricolture, app, sensori e strumenti di precisione possono rendere le coltivazioni italiane più adatte al clima che cambia, ma serve anche una generazione di imprenditori che sia in grado di maneggiarli. La buona notizia è che, anche su questo fronte, qualcosa si muove. Secondo Coldiretti le imprese agricole under 35 sono cresciute del 14% negli ultimi cinque anni, una su dieci tra le nuove imprese aperte da giovani è legata alla produzione di cibo e soprattutto – dato culturale e per questo molto interessante – otto italiani su dieci oggi sarebbero contenti se i figli lavorassero in agricoltura.


Durante l’urbanizzazione e l’industrializzazione c’era uno stigma legato al lavoro nei campi, anche per questo oggi solo il 3% degli italiani è impiegato nel settore, ma finalmente non è più così.

Infine, c’è quello che possiamo fare noi che il cibo lo mangiamo, perché non esiste agricoltura sostenibile senza consumo sostenibile. Le regole di base sono note: prodotti preferibilmente biologici, di stagione e con una filiera corta (in questo gli avocado siciliani vanno sicuramente meglio di quelli cileni, per esempio), meno carne e meno sprechi, visto che ogni italiano butta 27,5 kg di cibo all’anno. Se lo spreco fosse una nazione, sarebbe il quarto inquinatore mondiale per dimensioni. Ma c’è anche un altro discorso, più a monte: con il tramonto della civiltà contadina in Italia si è creata una separazione, una frattura tra i pochi che in Italia producono cibo e tutti quelli che lo consumano ogni giorno. «Ricucire quella frattura è il primo passo verso la sostenibilità», spiega Iannetta di Enea. I punti di contatto sono tanti: mercati locali, spese dal contadino, alveari, gruppi di acquisto solidale. In fondo è lo stesso lavoro che fa Andrea Passanisi sulla sua pagina Instagram sugli avocado, rispondere alle domande per ridurre la distanza. Bisogna accorciare la filiera logistica, e fare lo stesso anche con la filiera della conoscenza. Dice Manfredini di Coldiretti: «La nostra è un’agricoltura differenziale, con oltre 5 mila prodotti regionali. Per sopravvivere, il made in Italy deve essere sostenuto dagli italiani. Per sostenerlo devono comprenderne il valore. Per comprenderne il valore devono conoscerne la storia, i metodi, le persone che ci sono dietro. Abbiamo il potenziale per avere l’agricoltura più green d’Europa, salvarla è un lavoro che va fatto tutti insieme». Il primo atto di consumo sostenibile che possiate fare è essere curiosi, fare domande, conoscere quello che mettete in tavola, le difficoltà che ha affrontato e il suo valore.

Foto: Massimo Paolone, Paolo Mariani, Alessandro Castagna

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