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Carcere e cultura

Viviana Lanza — 22 Novembre 2022

I detenuti e i busti dello sculture Laperino esposti nel duomo di Napoli, così un altro carcere è possibile

Nella Cripta di San Gennaro, all’interno del Duomo di Napoli, ci sono dodici busti installati nelle dodici nicchie laterali. Sono i busti in gesso realizzati dal noto scultore Christian Leperino nell’ambito di un progetto svolto con i detenuti del carcere di Poggioreale, un lavoro di orientamento formativo coordinato dal gruppo di ricerca “Embodied Education” dell’università Suor Orsola Benincasa di Napoli. La scultura come metafora della trasformazione del sé, come simbolo di un processo di trasformazione che per cento ore ha visto i detenuti impegnati nel progetto con finalità educativa e formativa. Ciascun detenuto ha lavorato alla scultura del volto di un altro.

Un lavoro portato avanti con lo stesso Leperino e con un gruppo multidisciplinare di educatori ed artisti di vari settori (come Alessandra Asuni, Matteo Vinti, Nicola Gabriele e Mariarita Puopolo) e con due gruppi di detenuti, una quarantina in tutto, in attuazione del progetto “Brigata Caterina”. Un progetto voluto dalla Diocesi di Napoli, sostenuto dal Ministero di Giustizia e dalla Regione Campania insieme ad altri partner, ed attuato da Consul Service. Un esempio virtuoso non solo di come il carcere possa svolgere una funzione educativa, ma anche di come sia possibile creare un ponte tra il mondo “fuori” e il mondo “dentro”, quello al di là delle sbarre. Altro esempio virtuoso è quello che coinvolge l’istituto di pena minorile di Airola dove, anche grazie alla ricognizione dei risultati della prima summer school realizzata da Mediterraneo Comune, il gruppo di ricerca “Embodied Education” ha avviato un percorso finalizzato a un nuovo patto educativo, un primo passo verso un accordo interistituzionale basato su un comune “manifesto educativo”. Un percorso che vede impegnati la direttrice dell’Istituto di Airola Marianna Adanti, la responsabile degli educatori Cinzia Comune, il Tribunale per i Minori di Napoli, il gruppo di lavoro di Mediterraneo Comune e un folto gruppo di docenti e operatori del settore.

«Si tratta di esempi concreti per testimoniare il modo di fare ricerca pedagogica secondo la metodologia propria di “Embodied education” che dal 2015 lavora sul valore pedagogico della relazione tra spazi e corpi e progetta e realizza ambienti di apprendimento basati sulla dimensione tatttile e cinetica del fare esperienza», spiega Maria D’Ambrosio, professore di Pedagogia generale e sociale all’Università Suor Orsola Benincasa e a capo del gruppo di ricerca “Embodied Education”. «Riposizionare il carcere dentro il tessuto sociale e istituzionale dei territori che abitiamo è un’urgenza civica e culturale che registro da studiosa e che costituisce la spinta per fare della ricerca uno strumento che possa contribuire a ristrutturare in senso pedagogico la mappa dei luoghi della cura e a ripensare in chiave educativa tutte le professioni coinvolte», aggiunge. Dal carcere di Poggioreale con i suoi oltre duemila detenuti all’istituto di Airola con i trenta giovanissimi reclusi, tutti ammessi alla summer school e presto a un nuovo progetto educativo, ci si accorge che le criticità del mondo penitenziario sono sempre le stesse: si lavora in costante emergenza, il detenuto non è inserito in progetti a lunga durata, intoppi burocratici e di comunicazione creano incertezze e discontinuità, ci sono nodi che non fanno emergere la centralità della figura dell’educatore come professionista dell’educazione relegandolo a una funzione più che altro burocratica.

«Nelle carceri si fanno tanti progetti e ognuno è singolarmente nobile e valido ma quello che manca è una visione d’insieme», spiega la professoressa D’Ambrosio. Il lavoro del suo gruppo di ricerca mira a colmare questo vuoto, a creare una metodologia che possa diventare sistema e creare quella visione d’insieme che al momento manca. «Il carcere va visto come una parte della città che in quanto tale si deve occupare del progetto educativo delle persone che vivono in quegli spazi senza limitarsi a un modello di assistenzialismo. Le carceri attualmente sono un sistema puramente contenitivo – aggiunge D’Ambrosio -. L’obiettivo a cui guardiamo è invece un carcere in cui ciascuno spazio diventa ambiente di vita, luogo formante, che fa crescere, che fa stare con gli altri, che fa diventare cittadini».

«Affinché un’altra chance sia una reale opportunità di riscatto e di vita nova per i giovani reclusi. Vita nova che chiede di ricollocare tutta la comunità carceraria, i giovani reclusi insieme agli educatori e alle altre figure come gli agenti di sicurezza, dentro la comunità territoriale più estesa e dentro i diritti più complessivi che ne fanno parte di un’unica civitas di cui prendersi cura. La qualità pedagogica, trasformativa, di una comunità richiede un’attenzione a tutti gli spazi che questa si dà, per coniugare il diritto di cittadinanza al diritto all’educazione e alla formazione continua. Una sfida che segna la modernità delle istituzioni e il loro ruolo pubblico di equità e giustizia sociale e che impone una ricerca continua sulle pratiche e le metodologie di un pensiero pedagogico e di una cultura dell’educazione che deve potersi realizzare in misura significativa ed estesa, in differenti spazi e tempi. Maria Montessori, Mario Lodi, Don Milani, Danilo Dolci e molti altri/e sono esempi di questa ricerca che tiene insieme etica ed estetica della formazione e riqualificano la figura e la pratica maestra dentro un orizzonte di ‘ingaggio’ politico e istituzionale che va alimentato e orientato alla concretezza delle emergenze sociali», sottolinea la docente. «Nutrirsi e nutrire questa ricerca è una necessità per chi sente l’importanza di un impegno che riguarda proprio la cittadinanza e in particolare che restituisce valore alla progettualità educativa e rifiuta lo stigma prodotto dall’esclusione e dalla marginalità sociale. E le istituzioni carcerarie, insieme a tutte le altre istituzioni, devono poter rispondere con adeguati strumenti e forme alla loro funzione (educativa)».

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Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

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