Homeland, la serie cult che rispecchia come siamo: ambigui e bugiardi

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Per un buon uso della pandemia. La reclusione domestica può farci recuperare serie tv che avevamo perso. Parlo a chi ammira le serie tv e le considera il miglior controcanto narrativo della nostra epoca storica, il nostro romanzo contemporaneo a puntate.  Mi è capitato così di seguire le prime quattro stagioni della celebratissima Homeland, che molti di voi avranno già visto, e che metto idealmente accanto all’insuperata Breaking bad come qualità spettacolare e drammaturgica, e come capacità di interpretare lo Spirito del Tempo. Il marine Nicholas Brody, catturato in Iraq da Al Qaeda, passa otto anni di prigionia in Afghanistan. Una pattuglia americana scopre il nascondiglio, lo liberano e torna in patria da eroe. Però una intraprendente agente Cia, Carrie Mathison (bipolare e perciò con uno sguardo obliquo sulle cose) si convince grazie a una soffiata che in prigionia si è convertito all’Islam ed è divenuto una spia terroristica. Non posso fare spoiler, ma diciamo che l’incertezza sulle sue vere intenzioni si trascina per quasi tutta la prima stagione.

Qual è la ricetta del successo della serie? Prendete un film o libro o fumetto che tratti l’ambiguità insondabile, irriducibile del cuore umano (un “guazzabuglio”, diceva Manzoni), per cui nessuno è davvero sicuro di quello che prova, nessuno ha sentimenti del tutto lineari, nessuno potrebbe esibire una piena coerenza tra “dentro” e “fuori”, etc. e avrete un prodotto di successo, che nella testa del lettore o spettatore richiama subito la ambiguità, universale e inemendabile, che abita dentro di lui. Ora, dato che gli americani sono puritani, succede che i personaggi della serie sono tutti insinceri ma non inautentici. Si dicono continuamente bugie, ma non mentono su quello che provano, benché sia contraddittorio. A loro modo, e pur vivendo nella impostura, cercano di essere fedeli a se stessi. Anche chi tradisce la patria si racconta che quella patria aveva già tradito se stessa e i suoi principi originari.

Poi c’è un altro tema, decisivo per una riflessione sulla democrazia. La violenza necessaria, i mezzi giustificati dal fine, le guerre giuste, fino alla tortura a fin di bene (non può esserci una “tortura giusta”, ma se serve a evitare migliaia di morti…). È l’antico conflitto, mai risolto, tra etica della convinzione e etica della responsabilità. Proprio il protagonista, in un momento particolarmente drammatico, esclama spazientito: «In quale universo un omicidio “si redime” con un altro omicidio?». Ed effettivamente io non ho mai capito perché dal male dovrebbe nascere il bene (neanche Manzoni, che non era un’anima bella, lo capiva). Certo, guardando la serie un po’ mi fa impressione che io mi ritrovi a tifare acriticamente per la Cia, per un capo della Cia saggio ed equilibrato.

In Italia lo metterei subito a capo della Protezione civile. Pensiamo infatti ai colpi di stato, omicidi, perfino stragi perpetrate dall’intelligence americana dal dopoguerra ad oggi (cominciò presto, probabilmente con Portella della Ginestra). Si potrebbe replicare che la Cia, in funzione antisovietica, finanziava le mostre di Pollock e dell’espressionismo (contro il “realismo socialista”), iniziative culturali (il Congresso per la libertà della cultura), riviste (“Tempo presente”, la più bella rivista che ha avuto il nostro paese)… Ma si tratterebbe solo di una boutade. Il punto vero è se quella inesausta attività cospirativa – fondata appunto sull’uso sistematico del delitto e del sequestro di persona, sulla destabilizzazione di regimi democratici, su metodi illegali – sia servita a evitare soluzioni peggiori.

In una puntata della serie devono “coprire” l’assassinio feroce – avvenuto su suolo americano – di una donna iraniana (sgozzata) da parte del marito, un alto funzionario iraniano, che faranno espatriare perché gli “serve” come spia nel suo paese. Quando un agente della Cia rivela ad un poliziotto americano nero, di provincia, che indagava sul caso, la innominabile verità (e gli intima di smettere di indagare), questi, allibito, si rivolge all’agente: «Siete sicuri che tutti i danni che combinate non siano peggio dei danni che vorreste evitare?». Ecco la più limpida obiezione a tutti i servizi di spionaggio che nel mondo tramano incessantemente con la illusione di controllare la realtà, la quale sfugge a tutti, ai poveracci e ai potenti. Nell’ultima pagina del Principe di Machiavelli si legge che la fortuna decide al 50% le azioni umane. Ciò impedisce alla politica di essere una scienza e, tra l’altro, ci fa sembrare risibili i tentativi dei “servizi” di salvare il mondo. Capisco che fare l’ agente della Cia possa essere eccitante. Ma quell’irresponsabile giocare a guardie e ladri, ad ogni latitudine del globo, convincendosi di essere degli occulti burattinai, non fa altro che seminare violenza aggiungendola a quella già abbondantemente prodotta dalla Storia, e a rendere il globo più ingovernabile.

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