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C’è un verso di d’Annunzio che mette d’accordo Alberto Mondadori e l’amico Vittorio Sereni: «Ha solo un volto la malinconia». Ecco svelato il segreto lampante del primo piano di Alberto, la passione dentro la resa di quel volto indomito e corsaro, trafitto dalla consapevolezza di un’ossessione: il destino del primogenito di prendere un giorno il posto del padre Arnoldo. Un mito, prima che un padre, un modello irraggiungibile con cui si misurerà per tutta la vita senza mai sentirsi all’altezza. Invece Alberto Mondadori è stato uno dei più grandi editori italiani del secondo Novecento.

Talento e vocazione

Ma la sua formidabile avventura intellettuale tracolla in una sconfitta senza appello, e i vinti sono estromessi dalla storia ufficiale, soli in mezzo alla «strage di indomite memorie» – un suo verso lungimirante – traditi da testimoni silenziosi o ridotti a lapidarie definizioni. Del resto chi punta tutto sul proprio talento vive sempre nell’ebbrezza del baratro che si spalanca un passo avanti alla sua strada. E in questa tragedia – che Alberto sconterà perdendo tutto tranne l’irriducibile verità dei sogni – giocano un ruolo fondamentale il talento e la vocazione.

Per venire definitivamente alla luce, il suo talento visionario deve tramutarsi in consapevolezza e trovare le condizioni ideali per esprimere la sua vocazione editoriale – la passione divorante per i libri di cui non può fare a meno – che invece cerca più volte di sfuggire per affrancarsi dal controllo paterno, inventandosi vocazioni vicarie: quelle che Giacomo Debenedetti ribattezza seconde vite nella prefazione a Quasi una vicenda, l’esordio poetico di Alberto nel ’57.

Il cinema con il cugino Mario Monicelli e un premio alla Mostra del Cinema di Venezia nel ’35 per il film muto I ragazzi della via Paal. Il giornalismo con Tempo e Epoca, i fotoreportage nella grafica innovativa di Bruno Munari e le mirabolanti corrispondenze di guerra, oltre al giovanile «Camminare…» dove negli anni ’30 incrocia i destini degli allievi di Antonio Banfi e futuri sodali delle sue imprese editoriali Enzo Paci, Remo Cantoni, Vittorio Sereni. Le improvvide candidature tra le fila di Comunità e nel Partito repubblicano, lui che ha vissuto sempre come una colpa la compromissione della Mondadori con il fascismo e si è andato costruendo una identità progressista di editore di sinistra. Il richiamo irrinunciabile della poesia, quasi una necessità esistenziale per eludere le crescenti aspettative famigliari, che gli procura tante amarezze, troppe, fino alla decisione di non pubblicarle più dopo il quarto libro, Il conto della vita.

Fino al crepuscolo

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Un conto che si gioca tutto nell’editoria in meno di trent’anni. C’è un tempo lungo nella casa editrice paterna dal ’43 al ’67, durante il quale ricopre tutte le massime cariche esclusa quella agognata di presidente, e tra abbandoni e ritorni lavora fianco a fianco con Arnoldo, cura vecchie e nuove collane (già nel ’40 ha fondato Lo Specchio con Tofanelli, nel ’65 seleziona con Sereni i primi cento Oscar), diventa un punto di riferimento anche intellettuale per gli autori – amicissimo di Sartre, Hemingway e Mann come di Ungaretti, Zavattini e Guttuso –, mantiene i contatti con agenti e editori stranieri, interviene nel dibattito internazionale sull’editoria. E c’è un tempo breve del Saggiatore dal ’58 al ’69, intrecciato a lungo con la Mondadori – da cui dipende dal punto di vista produttivo e in seguito distributivo e promozionale, fino all’uscita definitiva del ’67 – che culmina con la messa in liquidazione della casa editrice in pieno dissesto finanziario, e la svendita delle azioni Mondadori quando da un giorno all’altro Arnoldo dà mandato al banchiere Raffaele Mattioli di chiudergli il fido.

C’è infine il lungo crepuscolo dell’editore, incupito dalla morte del padre nel ’71, con la ripresa in tono minore del Saggiatore, la passione per la musica, il mecenatismo coi pittori per la galleria il Gabbiano di Roma, e soprattutto Palazzo Contarini delle Figure affacciato sul Canal Grande, dove trascorre periodi sempre più lunghi attorniato dai grandi libri bianchi di una biografia che non scriverà mai, fino alla morte a Venezia –  così inevitabilmente letteraria – il 14 febbraio 1976, a sessantun anni: vecchissimo.

Durante l’esilio a Lugano, nel ’45 Alberto Mondadori appronta il famoso piano svizzero in cui prefigura una rivoluzione editoriale che Arnoldo stroncherà in poche mosse. Elegantissimo nei suoi modi da gran signore, il predestinato ha solo ventinove anni ma un entusiasmo affabulatorio che non conosce ostacoli, animato com’è da una fede smaniosa nel potere salvifico dei libri. Con furore ma senza pazienza, al solito, vorrebbe trasformare radicalmente la casa editrice rafforzando la saggistica in un progetto pedagogico che risvegli le coscienze di lettori ancora da inventare, bisognoso di nuovi punti di riferimento alla fine della guerra. 

Strumenti per capire

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Ci vorranno tredici anni perché il piano editoriale di Alberto trovi la sua realizzazione nel catalogo del Saggiatore. La sua capacità di vedere il futuro passa dall’analisi del presente: perché un editore ha il compito – un dovere politico, nell’accezione nobile di cittadinanza – di fornire gli strumenti per comprendere la realtà e allo stesso tempo di suggerire nuove strade, creare nuove connessioni, in una comunicazione senza pregiudizi né gerarchie tra diverse discipline. L’allargamento dei saperi – dalle scienze umane alle materie scientifiche e tecnologiche in vista di un “umanesimo scientifico” – e la convivenza di orientamenti contrapposti – dall’esistenzialismo allo strutturalismo, dalla fenomenologia al marxismo – sono le coordinate di un’inedita visione pluralistica avanti anni luce rispetto all’ortodossia ideologica di altri pur notevoli editori.

È questo lo spirito della Biblioteca de La Cultura, che si riflette nel gruppo di straordinari collaboratori – Argan, Bianchi Bandinelli, De Martino, Paci, Cantoni, Anceschi, De Carlo, Garboli – sotto l’egida del principe illuminato Alberto, che fino al ’66 ha avuto al suo fianco Debenedetti, raffinatissimo critico e ispiratore della Biblioteca delle Silerchie. Con le copertine ogni volta diverse come invenzioni astratte, è disseminata di prelibatezze letterarie di non più di cento pagine: esce qui l’inedita Lettera al padre di Kafka.

Sprovincializzare l’Italia

È un’opera di sprovincializzazione della cultura italiana, quella del Saggiatore che traduce a man bassa il meglio della saggistica mondiale, ma allo stesso tempo di provincializzazione dell’Europa, allargando l’orizzonte geografico della conoscenza ad altre culture. Da un lato, Alberto mira alla formazione di una nuova classe dirigente in grado di misurarsi con una società in rapida evoluzione, affida l’avanguardia teorica a riviste specialistiche, si interroga sul senso di fare l’editore nei cataloghi che diventano approfondimenti critici. Dall’altro, a partire da una serie di facilitazioni economiche, la vocazione illuminista dà luogo a un’opera di divulgazione attraverso enciclopedie e manuali, con particolare cura a quelli dedicati ai bambini, con l’intento dichiarato di educare nuovi lettori. Elitario e insieme inclusivo: così si spiegano i successi di libri come Tristi tropici di Lévi-Strauss, Il secondo sesso di de Beauvoir, Maschio e femmina di Mead.

Troppo incline a sinistra e scriteriato nell’impiego del denaro per l’establishment culturale a cui appartiene; troppo legato all’establishment e scriteriato nell’impiego del denaro agli occhi sospettosi della sinistra.  La ricchezza, ecco il problema: i soldi che da nessuna parte – a cominciare da chi li ha presi senza ritegno – gli perdonano di profondere a piene mani. Ma per le sue idee, li ha persi tutti: i soldi.

Alberto Mondadori è sempre stato una figura incollocabile. La sua grandezza editoriale è inscindibile dalle debolezze personali, la generosità dagli eccessi, come la villa di Camaiore: il teatro di un’epica dorata che ha fatto sognare una generazione e ha impresso sul volto di Alberto la malinconia.

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