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Il piatto più interessante e più ricco per gli analistici resta la visita al Congresso di Volodymyr Zelensky e naturalmente il suo speech. Ci sono sull’evento due opinioni prevalenti: quella scettica e quella ottimistica, entrambe espresse sulla grande stampa europea. Secondo la stampa scettica che vorrebbe una fine rapida della voglia e della capacità di combattere dei militari di Kiev e del potere politico di Zelensky, tutto l’evento che ha visti i congressisti americani, camera e senato, uniti in lunghissime standing ovation, è stato un grande spettacolo di facciata che nasconde in realtà una profonda crisi nei rapporti fra il Paese aggredito dalla Russia e il governo americano.

Le ragioni sono note: gli Usa sarebbero esausti, i loro magazzini si stanno svuotando e c’è la necessità di rimpiazzare le armi cedute all’Ucraina, sicché la Casa Bianca, insieme al Pentagono e al Dipartimento di Stato vorrebbero amorevolmente costringere Zelensky a piantarla di fare il gradasso con i soldi altrui, e sedersi al tavolo della pace con la consapevolezza di dover cedere qualcosa in cambio di qualcos’altro. In questo modo si arriverebbe presto a un cessate il fuoco e Putin non perderebbe la faccia. Il presidente russo avrebbe dato reali segnali di apertura dichiarandosi pronto ad incassare come una vittoria la conferma della cattura della Crimea, di un’ampia parte del Donbass e delle due repubbliche popolari autoproclamate.

A Zelensky verrebbe attribuito così una sorta di Premio Nobel alla resilienza, con un portafoglio di aiuti per la ricostruzione dell’Ucraina devastata e un dinamico giro d’affari. Putin potrebbe dire di aver speso un anno di guerra per stabilizzare una regione minacciosa per i confini russi, costretta ad aderire a un nuovo ordine che tenesse quella stessa regione per sempre lontana dalla Nato ma ancora candidata per entrare nell’Unione Europea. Sarebbe una soluzione win-win, in cui vincono tutti, ma che non piace affatto a Zelensky, meno ancora alla Polonia e alla Romania. In compenso piacerebbe moltissimo alla Francia di Macron, l’unico leader europeo che si è sbilanciato fino a dire che le preoccupazioni di Putin sulla sicurezza delle frontiere russe sono ragionevoli, ergo la futura Ucraina dovrebbe accettare sostanziali limitazioni alla sua sovranità perché le provocherebbe una situazione come quella cui fu costretta la Finlandia ai tempi della guerra fredda, e cioè una neutralità molto sottomessa ai desiderata dei russi.

È stato poi anche detto e scritto che la cessione americana di missili Patriot a Zelensky avverrebbe in un numero ridotto allo scopo di convincere il presidente ucraino che la festa è finita, e che è ora di trattare e dunque di concedere qualcosa, ovvero pezzi del suo Paese all’aggressore che, se diventasse stressato oltre una soglia psicologica ed emotiva che nessuno è in grado di valutare, potrebbe incattivirsi fino a metter mano alla fondina nucleare. È a questo punto che interviene il secondo scenario da alcuni mesi promosso dalle migliori “teste d’uovo” dei Think-Tank di storici, diplomatici, militari ed economisti che contano e che trovano la loro espressione nella rivista Foreign Affairs. Questo scenario prevederebbe tutt’altro: cioè una vittoria ucraina sostenuta, ma senza mai perdere il controllo dei nervi e dell’opinione pubblica, non soltanto dagli Stati Uniti ma dalla comunità internazionale dei Paesi di lingua inglese che – oltre gli Usa e il Regno Unito – comprende Australia, Nuova Zelanda e Canada.

Quale sarebbe la novità e a che cosa comporterebbe? La novità consiste nella straordinaria evoluzione dell’intelligence come sistema e come strumenti, ormai i grado – nel campo occidentale – di decifrare ogni evento, grazie all’uso organizzato sia delle fonti aperte che chiuse. I tavoli delle conferenze della pace sono fatti probabilmente con lo stesso legno delle bare. Quando una guerra entra nella fase delle trattative tutto si incarognisce e lo vediamo in questi giorni in Ucraina dove appena comincia a circolare la voce di un possibile negoziato ecco che inizia un nuovo calvario per la popolazione civile: il blackout totale, all’inizio dell’inverno più gelido, senza luce, senza gas, senza possibilità di far funzionare le macchine, i cellulari, gli ospedali con le loro attrezzature.

Questo significa che la trattativa è iniziata. E dei due contendenti per ora soltanto l’ucraino Zelensky ha dettato la sua agenda. Un’agenda assolutamente giustificata dai fatti, cioè dall’aggressione, ma di nessuna utilità reale per la trattativa. Zelensky, infatti, ha detto l’unica cosa che poteva dire. Ha raggruppato in dieci punti non soltanto le questioni militari ma anche quelle del futuro che dovrebbero garantire ogni Stato e comunità umana: l’intangibilità di tutto ciò che è essenziale per la vita di un popolo a cominciare dal cibo, l’energia, le libertà civili fondamentali e l’integrità dei territori.

Nobili parole ma assolutamente non utili per una trattativa: se trattativa ci sarà, consisterà in una serie di sacrifici bilaterali in cui i due nemici affermeranno ciascuno di essere disposto a perdere qualcosa. Zelensky ha ben chiarito che lui non è disposto a perdere proprio nulla perché l’integrità dell’Ucraina non è trattabile e che la pace si potrà avere soltanto quando i russi si ritireranno da tutti i territori occupati manu militari, a cominciare dalla Crimea nel 2014.

Poi Zelensky ha detto che i russi dopo essersi totalmente ritirati dovranno pagare i misfatti compiuti e riparare tutti i danni e delitti commessi. Dall’altra parte non si vede Putin. Il presidente russo non intende iniziare nulla di concreto e visibile prima di aver cancellato l’immagine umiliata della leggendaria Armata Rossa che ancora esibisce sui blindati il vessillo con la falce e il martello. Mentre il freddo congela gli esseri umani ha deciso di seguire l’indicazione distruttiva dei suoi generali più esperti con il bombardamento sistematico di tutti gli impianti che producono energia: obiettivi non militari ma civili per distruggere il morale di un popolo congelato e terrorizzato, benché patriottico.

Putin è sotto la pressione dei suoi alleati cinesi e indiani che spingono verso una soluzione mediata della guerra, così come fa apertamente il presidente americano Joe Biden che ha trovato la sintonia perfetta con il suo omologo francese. È Macron che ha realizzato questo setting che i russi hanno approvato in maniera non dichiarata limitandosi a non delegittimarlo come hanno fatto con la Santa Sede rifiutando seccamente la proposta di ospitare in Vaticano i colloqui di pace. Macron, benché faccia la voce grossa sui principi, è tuttavia un interlocutore diverso dagli altri leader europei perché rappresenta la continuità della politica francese nei confronti della Russia.

È stato l’unico a dichiarare tra i leader mondiali che la Russia ha delle legittime esigenze di sicurezza. Tradotto: la Russia ha ragione a temere l’accerchiamento della Nato che costituisce per Mosca un legittimo casus belli. Sarebbe stato meglio affrontare questo problema prima di arrivare a una guerra, ma dal momento che la guerra è ormai una realtà incancrenita non basta chiudere questo conflitto nel modo più decoroso possibile ma occorre affrontare quei temi di sicurezza che Mosca sostiene di aver dichiarato essenziali ma che l’occidente avrebbe ignorato.

Macron naturalmente su tutto il resto sembra marciare compatto e unito con gli altri leader occidentali e sta godendo una speciale luna di miele con l’inquilino della Casa Bianca che non vede l’ora di chiudere la partita della guerra inutilmente costosa è sempre più rifiutata dal cittadino americano medio che vede diminuire la sua capacità di spesa e che rifiuta gli sprechi militari. Per di più l’ex presidente Donald Trump sulla guerra in Ucraina mantiene un atteggiamento filo putiniano e nei suoi comizi grida che l’Ucraina è il paese più corrotto del mondo e che, se l’occidente europeo ha deciso di salvarla dalla Russia, metta mano finalmente al portafoglio e spenda per quella guerra i suoi soldi e non quelli del contribuente americano.

Paradossalmente si può dire che gli atteggiamenti di Donald Trump e di Emmanuel Macron finiscono col coincidere offrendo a Vladimir Putin la possibilità di usare l’operazione militare per ottenere una conferenza mondiale su cui è d’accordo anche la Cina, per stabilire un nuovo ordine planetario in cui sia riconosciuta la parità fra Occidente americano e i cosiddetti “Bric”, di Brasile, Russia, India e Cina. Questo è lo sfondo prospettico sul quale cerca di trovare posto il mito della trattativa. La guerra si incattivisce e gli ucraini sanno bene che il loro valore e il loro addestramento nulla potrebbero contro i russi se non disponessero dei sistemi di artiglieria computerizzata americani e inglesi.

Dunque, la conferenza per il momento non si propone altro scopo se non quello di affermare gli ovvi motivi di principio che imporrebbero il ritiro degli invasori e il ripristino della sovranità di Kiev sui territori occupati, ma il fiume delle parole prevedibili non sposterà di un millimetro la situazione sul campo. Tuttavia, non sarà certamente tempo perso perché le basi di partenza promettono un punto di vantaggio per Putin, al quale Macron concede attenzione per un “nuovo ordine mondiale” che poi è l’obiettivo della stessa operazione speciale in Ucraina. Premesse e promesse per ora vaghe e controverse che richiederanno probabilmente un tempo lunghissimo a meno che i giochi non siano già molto più avanti, nei corridoi della diplomazia segreta.

L’Ucraina in questo anno è diventata qualcosa di più di un Paese invaso che chiede aiuto per difendersi, ma una centrale di risorse informative, sperimentali, e di tecniche comunicative che hanno portato al disastro l’armata russa. C’è quindi chi sostiene che Zelensky ha diritto a non sedersi al tavolo delle trattative dando per scontata la rinuncia a qualcosa perché in realtà l’opinione pubblica dei cinque grandi Paesi anglosassoni è totalmente schierata con lui. Quali saranno le conseguenze se tale linea sarà confermata, lo vedremo entro gennaio.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

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