Grosjean mostra le mani ustionate dopo l’incidente in Bahrain

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AGI

Negli Usa è stata giustiziata Lisa Montgomery

AGI – Lisa Montgomery è stata uccisa con un’iniezione letale nel carcere di Terre Haute, in Indiana, in esecuzione della pena capitale stabilita nel 2007 da un tribunale del Missouri. Lo riferisce il dipartimento di Giustizia. Lisa Montgomery e’ la prima donna per cui viene eseguita una condanna a morte negli Stati Uniti dal 1953 La Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dato il via libera all’esecuzione di Lisa Montgomery, che è diventata così la prima donna a subire la pena capitale negli Usa dal 1953. Con il voto contrario dei tre giudici di orientamento progressista, la Corte ha respinto gli ultimi ricorsi degli avvocati della cinquantaduenne, che nel 2004 aveva ucciso una donna incinta per rubarle il feto. Secondo i legali, Lisa Montgomery era incapace di intendere e di volere a causa delle violenze subite da bambina e non era quindi punibile con la pena di morte. Lunedì un giudice federale aveva ordinato di sospendere l’esecuzione su richiesta della difesa. La Corte Suprema ha poi dato ragione al dipartimento di Giustizia, che aveva fatto ricorso contro la sospensione.

AGI

L’Fbi sapeva che ci sarebbe stata la “guerra” a Washington e informò la polizia

AGI – “L’Fbi ha condiviso con gli altri partner delle forze di sicurezza le molte informazioni di intelligence” ricevute in anticipo circa le possibili violenze a Washington. Lo ha reso noto Steven M. D’Antuono, dell’ufficio Fbi di Washington, in una conferenza stampa, confermando quanto rivelato dal Washington Post, ovvero che l’Fbi aveva diramato un rapporto in cui si avvertiva che alcuni estremisti si sarebbero recati nella capitale il 6 gennaio con piani “di guerra”. Un giorno prima dell’assalto della folla dei sostenitori di Donald Trump a Capitol Hill, l’ufficio del’Fbi in Virginia aveva diramato un avvertimento interno sull’intenzione di alcuni estremisti di recarsi a Washington per compiere violenze e “guerra” aveva anticipato il Washington Post dopo aver visionato il documento che contraddice le dichiarazioni ufficiali sul fatto che la Capitol Hill Police, responsabile della sicurezza dell’edificio sede del Congresso Usa, non avesse responsabilià nella falla di sicurezza che ha permesso l’assalto “imprevedibile”. Il rapporto rivelato dal Washington Post si basa su diversi messaggi che circolavano in rete e dipinge uno scenario preoccupante di piani pericolosi, per esempio che singoli individui che condividevano una mappa dei tunnel del complesso del Campidoglio. Un funzionario dell’Fbi ha spiegato che 45 minuti dopo aver intercettato le conversazioni online, l’ufficio di Norfolk diramò il rapporto condividendolo all’interno del Bureau. Le informazioni contenute nel rapporto furono esposte in un briefing ai funzionari Fbi a Washington, il giorno prima dell’attacco. “La brutalità che ha visto il popolo americano” il 6 gennaio a Capitol Hill, “non sarà tollerata dall’Fbi” ha ribadito D’Antuono che ha promesso un lavoro “h24” per stabilire cosa è successo in quei giorni e per consegnare alla giustizia i responsabili. “Sedizione” e “cospirazione” potrebbero essere tra le accuse di cui dovranno rispondere alcuni dei partecipanti all’attacco al Capitol Hill a Washington, del 6 gennaio scorso. A dirlo è Michel Sherwin, procuratore generale ad interim di Washington, in conferenza stampa. Sherwin ha detto di aspettarsi l’apertura di “centinaia” di casi penali in relazione alle violenze al Campidoglio da parte di sostenitori del presidente Donald Trump. Dal canto suo,  D’Antuono ha riferito che il Bureau “ha aperto” oltre 160 fascicoli finora. “È solo la punta dell’iceberg”, ha aggiunto Sherwin, “abbiamo già formulato le accuse per oltre 70 casi e sospetto che arriveranno a essere centinaia”. Mentre i primi arresti per le violenze a Washington erano legati ad accuse minori come il furto, Sherwin ha ora detto che si lavora per perseguire i responsabili di accuse “più significative” come “sedizione e cospirazione”, per cui si rischiano fino a 20 anni di detenzione.

AGI

Non ricorda la password, ora rischia perdere 220 milioni di dollari in Bitcoin

AGI – Per otto volte ha sbagliato la password d’accesso, che ha dimenticato. Gli restano due tentativi e per Stefan Thomas, programmatore tedesco che vive a San Francisco, non è un problema di poco conto: se dovesse fallire anche le opzioni 9 e 10 perderà per sempre 220 milioni di dollari in Bitcoin, la moneta digitale diventata la forma di investimento preferita dai “nerd”.
La password è quella che permetterebbe al programmatore tedesco di accedere a un “portafoglio elettronico” che gestisce 7.002 Bitcoin, il cui valore è di oltre 34 mila dollari l’uno.
La quotazione è in ribasso ma ancora ben oltre il rialzo del 50 per cento rispetto a un mese fa quando la criptomoneta valeva 20 mila dollari. Il problema è che Thomas ha perso, anni fa, il foglio dove aveva scritto la password per accedere alla sua personale IronKey.
La “chiave” concede nove possibilità di sbagliare, alla decima blocca per sempre l’accesso. E addio soldi. La misura è stata pensata per neutralizzare i tentativi di hackeraggio, ma niente è previsto per correre in soccorso degli investitori distratti.
“Mi metterò sul letto e proverò a pensarci – ha raccontato al New York Times – poi andrò al computer e farò il nono tentativo. Se non dovesse funzionare, cadrò di nuovo nella disperazione”.
A quel punto gli resterebbe l’ultima chance. Considerata una moneta volatile la cui valutazione sta raggiungendo quote record, Bitcoin ha reso milionari in pochissimo tempo molte persone. Il rovescio della “moneta” è che, essendo tutto digitale e “cripto”, spesso emerge l’inconveniente della parola chiave.
Secondo un’azienda che si occupa di recupero password, la Wallet Recovery Services, di quasi 19 milioni di Bitcoin in giro per il mondo, per un valore complessivo di 140 miliardi di dollari, circa il 20 per cento si è perso nel grande buco nero digitale perché i possessori non si ricordano più la parola segreta usata per accedere al conto. Thomas è in buona compagnia, ma è l’unico che rischia di perdere per sempre 220 milioni di dollari.

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AGI

Un altro wrestler rischia di essere giustiziato in Iran

AGI – Il regime iraniano è pronto a giustiziare un secondo wrestler pochi mesi dopo aver impiccato l’atleta Navid Afkari, nonostante le richieste internazionali di clemenza. Il suo nome è Mehdi Ali Hosseini, ha 29 anni, ed è stato arrestato nel 2015 con l’accusa di omicidio a seguito di una rissa di gruppo: potrebbe essere giustiziato a breve perché la famiglia della vittima si è rifiutata di perdonarlo.     
Ali Safavi, un funzionario del comitato per gli affari esteri del Consiglio nazionale della resistenza iraniana con sede a Parigi, è stato molto duro: ”Condanniamo fermamente la dittatura religiosa al potere per la sua volontà di giustiziare” Hosseini. “Siamo contrari alla pena capitale per principio.
Il regime clericale utilizza le esecuzioni come mezzo per instillare un’atmosfera di terrore e intimidazione nella società, nel tentativo di contrastare lo scoppio di rivolte da parte di una popolazione sempre più arrabbiata e scontenta, che vorrebbe un cambio di regime”. 
“Queste esecuzioni vengono attuate in palese violazione degli standard riconosciuti a livello internazionale, compreso il principio del giusto processo”, ha poi precisato. Anche il collega wrestler iraniano e campione olimpico di Londra 2012 Hamid Sourian ha chiesto l’annullamento dell’esecuzione.
Ma quello di Hosseini non è il primo caso. Nel settembre 2020, Afkari, 27 anni, è stato condannato a morte nella città iraniana meridionale di Shiraz. Teheran lo ha accusato di aver ucciso un dipendente del dipartimento dell’acqua durante le proteste anti-governative dell’agosto 2018.
Il regime ha trasmesso una confessione di Afkari la scorsa settimana per sostenere la sua decisione. Ma attivisti per i diritti umani hanno affermato che è stata una confessione forzata ottenuta dopo che Afkari aveva subito gravi torture.
Safavi ha infatti confermato che “i prigionieri vengono regolarmente e brutalmente torturati per estorcere confessioni e ciò aiuta a preservare il regime medievale al potere”. “Il silenzio e l’inazione internazionale hanno incoraggiato il regime a intensificare queste esecuzioni criminali”, ha poi ribadito. 
Le voci di dissenso contro il regime sono numerose. Cameron Khansarinia, direttore politico per l’Unione nazionale per la democrazia in Iran un’organizzazione apartitica iraniano-americana ha precisato che “il regime dovrebbe essere bandito da tutte le attività sportive olimpiche e internazionali fino a quando non smetterà di uccidere atleti”.
Altri lottatori iraniani decorati hanno esortato il regime religioso a non giustiziare Hosseini, compreso Ali Ashkani, l’attuale allenatore della squadra di wrestling greco-romana iraniana. Saeid Abdoli, che ha vinto una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio ed è un ex campione del mondo di wrestling e Mohammad Talaei, l’ex campione del mondo di wrestling freestyle.
Anche Rob Koehler, direttore generale dell’organizzazione sportiva per la difesa dei diritti umani Global Athlete, ha fatto notare come sia “grave” che il Comitato Olimpico internazionale (CIO) “continui a non agire contro l’Iran”.
“La loro disponibilità a stare a guardare mentre gli atleti vengono imprigionati, torturati e giustiziati non può più essere tollerata. Il CIO e l’United World Wrestling devono agire ora”. Il compagno e allenatore Habibollah Akhlaghi di Hosseini così invece lo ha ricordato: “Quando ho iniziato a lottare, Hosseini ha lottato con mio fratello minore nella stessa fascia di età, ed è davvero un lottatore buono, morale e ama il wrestling”.