Grease, è polemica: il film è sessista e omofobo. I film sotto accusa

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Dopo Via col Vento e Dumbo sul banco degli imputati del politically correct finisce ora Grease.

Il film Grease: i protagonisti Olivia Newton John e John Travolta

La lente del politically correct ha individuato un nuovo imputato e il tribunale dei social lo ha già condannato. Ovviamente senza appello. Questa volta a finire sul banco dei colpevoli è stato il film Grease, quello con John Travolta e Olivia Newton-John, quello delle canzoni ‘Summer Nights’, delle giacche di pelle, delle gonne a ruote e della brillantina.

Sessista, omofono e misogino. Queste le definizioni che sono piovute addosso alla pellicola del 1978 diretta da Randal Kleiser e diventato un fenomeno e un successo mondiale che dura da decenni. La macchina del politically correct non si ferma nemmeno durante le feste e dopo aver torturato la Disney con Dumbo, Una poltrona per due e Via col Vento ora attacca Grease.

Grease, il film accusato di essere sessista e omofobo

Il giorno di Santo Stefano la BBC1 manda in onda lo storico film Grease. Davanti alla tv ci sono anche giovani che questo film non l’hanno mai visto. Lo vedono e apriti cielo: sommergono il profilo social della tv britannica di commenti negativi. ‘Sessista’ ‘troppo bianco’ ‘omofobo’ ‘misogino’ e addirittura viene chiesto di non mandarlo mai più in onda.

A mandare su tutte le furie gli spettatori più sensibili al politically correct alcuni passaggi del film: quando Putzie, amico di Danny, si sdraia sul pavimento per sbirciare sotto le gonne delle studentesse; quando l’annunciatore radiofonico annuncia al ballo di formare coppie non dello stesso sesso;  la trasformazione di Sandy da ragazza acqua e sapone a tigre sexy vestita di pelle nera.

E poi una frase della hit ‘Summer Nights’ in cui i ragazzi in coro chiedono ‘Tell me more, tell me more, did she put up a fight’, ovvero ‘dimmi di più, dimmi di più, lei ha lottato?’ un riferimento dunque ad una possibile violenza.

I film Disney accusati di non essere politically correct

La Disney prima di alcuni suoi film manda in onda un comunicato. “Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti sbagliati nei confronti di persone e culture. Questi stereotipi erano errati allora e lo sono oggi – si legge nell’avvertimento – Piuttosto che rimuovere questo contenuto vogliamo riconoscere il suo impatto dannoso, imparare da esso e stimolare un dialogo per creare un futuro più inclusivo. La Disney si impegna a creare storie con temi stimolanti che riflettano la ricca diversità dell’esperienza umana in tutto il mondo”.

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I due gatti siamesi degli Aristogatti

A finire sotto accusa sono stati alcuni cartoni: Dumbo film del 1941 in cui un gruppo di corvi ha delle voci nere stereotipate; gli Aristogatti del 1970 in cui il gatto siamese è una caricatura di un asiatico e Lilli e il Vagabondo pellicola del 1955 in cui i due gatti siamesi, Si e Am, riproducono stereotipi latini e asiatici.

I film sotto accusa del politically correct

Sono numerosi i film che sono finiti sotto accusa in quanto considerati misogini, razzisti, omofobi e via discorrendo. L’esempio più eclatante è stato Via col Vento che addirittura fu rimosso (poi fortunatamente rimesso) dal catalogo di HBO. Il capolavoro con Vivien Leigh e Clark Gable è stato accusato di razzismo e di promuovere un’immagine stereotipata dei neri.

E poi accusati di diffondere rappresentazioni culturali errate sono stati: Aladdin, il Libro della Giungla, L’ultimo samurai, Colazione da Tiffany, Aliens e Una poltrona per due.

Perché le battaglie contro i film sono sbagliate

Le battaglie contro i film rischiano di prendere una deriva pericolosa, di andare verso un appiattimento, un mondo in cui si dice tutto ciò che era sbagliato, in cui si mettono le etichette, ma in cui non si costruisce nulla di giusto.

Certo, analizzando alcune singole scene dei film accusati potremmo rintracciare del sessismo, dell’omofobia o del razzismo, ma a prescindere dal fatto che 40 anni fa o 80 anni fa la sensibilità su certi temi era molto diversa, sembra che non si riesca più a distinguere l’arte – cinematografica in questo caso – dal contesto storico.

Sembra inoltre in atto una volontà di trovare la scabrosità in ogni scena, di rintracciare la frase sbagliata, di renderla avulsa da tutto il resto. Tanto per vincere qualche battaglia, ma la guerra di sta combattendo in altri campi.

Siamo sicuri che vogliamo solo film e storie politically correct? I film non raccontano la vita che politically correct non lo è affatto? L’etica e la morale dovrebbero essere insegnate a scuola e l’industria culturale dovrebbe produrre modelli edificanti, ma non per questo rinunciare a raccontare il peggio o a nascondere sotto il tappeto quello che è stato.

Negli anni ’70 l’omosessualità era un tabù, le persone ragionavano così. Purtroppo. Non possiamo più mostrarlo per timore che qualcuno si offenda o che un modello sbagliato prenda piede?

Mostrare uno stereotipo non dovrebbe essere oggi possibile in quanto le persone sono in grado di riconoscerlo e valutarlo per quello che è? Senza dunque dargli un valore morale?

Dovremmo in ogni caso preoccuparci non di è quello che è stato, ma di quello che è e sarà.

Il caso Via Col Vento

Certo, è vero, bisogna saper riconoscere i linguaggi sbagliati, ma bisogna saper anche cogliere quando questi alimentano pensieri sbagliati e quando invece no.

Via col Vento racconta la vita ad Atlanta, Georgia, durante la Guerra di Secessione, dunque intorno al 1860. E in quel periodo c’era la schiavitù in America e gli schiavi neri erano trattati proprio come il film racconta.

Si può raccontare qualcosa di diverso dalla storia? Stereotipare il servitore nero non è forse utile a raccontare la crudezza della differenza di classe?

C’è un evento che evidenzia tutta la differenza fra arte e realtà. E rinnegare la prima è una totale follia. Mami la servitrice e cameriera personale di Miss Rossella O’Hara fu interpretata da una straordinaria Hattie McDaniel. La sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar. Fu la prima attrice afroamericana a ricevere questo premio. Questa è l’arte.

Ma l’attrice non poté andare alla cerimonia degli Oscar, né poté andare ad assistere alla prima del film ad Atlanta. Era i 1939 e in America vigeva la legge secondo cui bianchi e neri non potevano stare nello stesso ambiente. Questa è la storia.

Vivien Leigh (Rossella O’Hara) e Hattie McDaniel (Mami) in una scena del film

Un capolavoro del cinema non può e non deve essere rimosso da un catalogo, come ha fatto la HBO, perché semplicemente non si può ridurre l’arte e la Storia a questo. Il movimento ‘Black Lives Matters’ non ha bisogno di mettere alla gogna Via col Vento, di prendersela con l’immagine di ‘Mami’, non è certo quello il problema.

Nuovi modelli culturali: le battaglie giuste

Forse più dell’evoluzione di Sandy in Grease bisognerebbe preoccuparsi del modo in cui molti giornali (anche autorevoli) ai giorni nostri riferendosi alla neo vice presidente degli Stati Uniti d’America Kamala Harris l’hanno spesso chiamata solo per nome, ‘Kamala’, come se fosse una loro amica, una ragazzetta. Se fosse stata un uomo, lo sappiamo, non sarebbe mai successo. Nessuno in un giornale ha mai apostrofato Mike Pence chiamandolo solo Mike.

Così come non dovrebbe esserci un Astro Samantha (Cristoforetti, l’astronauta) o come – restando in Italia – le scienziate che hanno sequenziato il genoma del coronavirus dovrebbero essere chiamate dai giornali per cognome e con il loro titolo accademico, non per nome.

Queste battaglie contro i vecchi film sembrano dunque davvero fuori fuoco. Perché se è sacrosanta ogni battaglia contro la diversità di genere, contro l’omofobia, contro il razzismo e a favore dei diritti umani, prendersela con pellicole datate o con film che riproducono un’ambientazione storica non sembra molto sensato.

Piuttosto sarebbe opportuno fornire oggi nuovi modelli culturali, creare una cultura di massa in cui i valori positivi circolino a tutti i livelli. E’ più importante che la Disney metta l’avviso politically correct prima degli Aristogatti o che produca film come Mulan, dove la protagonista cinese è una guerriera vincente, o come la Principessa e il Ranocchio, dove la protagonista è nera? Cosa farà crescere bambini rispettosi e inclusivi: il nuovo film della Disney o l’etichetta su quello vecchio?

Bisogna scegliere le battaglie giuste e quelle contro i film vecchi non lo sono.

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