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Giorgia Meloni rivendica la sua personale strategia della tensione: destabilizzare tutto, dalle piazze alle istituzioni, per stabilizzare il suo governo e oscurare il vuoto siderale dei primi cento giorni, nell’azione domestica e in quella internazionale.

Una premier che coi giornalisti preferisce parlare in tribunale invece che nelle conferenze stampa o interviste, manda i suoi proclami al Corriere della Sera, a riprova della sua eterna ansia da legittimazione nell’establishment.

E conferma quanto già si era capito: lo spettacolo indecoroso di questi giorni, con il caso di Alfredo Cospito, intercettazioni riservate usate in parlamento come una clava contro l’opposizione e tutto il resto è parte di una strategia ispirata o quantomeno benedetta da palazzo Chigi.

Meloni legittima le mosse scomposte del suo deputato Donzelli, che in parlamento ha declamato documenti riservati passati dal suo coinquilino ed ex avvocato della premier, Delmastro, sui contatti tra l’anarchico Cospito e i boss mafiosi ostili al 41 bis.

Vero, anche i giornali ne hanno parlato ma, cara presidente, noi non li abbiamo usati per evocare in un’aula parlamentare suggestivi legami addirittura tra il Pd e la mafia (per la verità, è Fratelli d’Italia che voleva alla guida del Consiglio superiore della magistratura un indagato per rapporti con la ‘ndrangheta).

Meloni arruola nella sua falange di propagandisti riluttanti anche gli anonimi estensori di manifesti affissi alla Sapienza di Roma, che chiamano assassini vari esponenti delle istituzioni. Ogni violenza, grande o piccola, reale o simbolica, è utile per rafforzare l’immagine di un governo legge (poca) e ordine.

Se vediamo il lato positivo, una volta venivano usate le bombe di stato per destabilizzare al fine di stabilizzare il potere e indirizzare verso destra il paese. Ora si sfrutta allo stesso scopo un manifestino anonimo. Sono passi avanti.

Il vittimismo che legittima ogni reazione repressiva, tipico del melonismo e della cultura minoritaria della destra di questi anni, viene elevato a principio cardine dell’azione di governo.

Nello schema meloniano, chi non collabora a stabilizzare finisce diventare complice di chi destabilizza. Lo Stato deve essere compatto «in tutte le sue articolazioni», inclusi “politici, giornalisti e opinionisti”. Una vera ossessione: non solo il racconto dei fatti, ma pure le opinioni devono essere aderenti alla narrativa della nazione meloniana. 

Noi, cara presidente, non ci allineeremo. Continueremo a dire che Cospito è un pericoloso terrorista, violento nelle parole e nei fatti, con i suoi propositi di scardinare le istituzioni attraverso la violenza.

Ma ci permettiamo e ci permetteremo anche di notare che in quanto a capacità di minare le fondamenta dello Stato e gli equilibri dei poteri, Cospito è un dilettante al confronto dell’attuale inquilina di palazzo Chigi.

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