foto-dei-colpevoli-esposte,-minuti-di-silenzio-chiesti-dal-pm:-il-processo-diventa-“crociata”

Due casi. Diversi, in apparenza. A Bolzano, nel condannare Benno Neumair all’ergastolo per l’omicidio dei genitori, la Corte d’assise ha ordinato, come previsto per i reati da “fine pena mai”, la sanzione accessoria dell’affissione della sentenza in Comune e sul sito di via Arenula. Siamo nel codice Rocco, e certo che ci sarebbe molto da dire sul peso di un codice fascista nell’Italia del 2022, ma sicuramente non si è andati oltre il perimetro delle norme.

Qualcosa di un po’ diverso è avvenuto a Livorno, dove i volti dei condannati per femminicidio, i nomi delle loro vittime, le stesse armi dei delitti, sono evocati in immagini con corredo didascalico. Una versa e propria mostra espositiva allestita nell’atrio de Tribunale toscano. Ecco, qui non ci era mai arrivato manco il codice Rocco. È un’iniziativa promossa da una parte dell’avvocatura livornese ma contestata dalla Camera penale della città toscana, e inizialmente autorizzata dal presidente del Tribunale.

Due casi diversi, due diversi gradi di distorsione della funzione giudiziaria. Anche se nel processo in cui, a Bolzano, Neumair è stato condannato per aver strangolato, letteralmente, il padre e la madre, la pm aveva chiesto, all’inizio della propria requisitoria, un minuto di silenzio, un minuto perché tanto era il tempo che Benno aveva impiegato nel consumare il tremendo parricidio. Altro espediente, quello adottato dalla magistrata, inconsueto. Che si tratti di delitti orribili, immondi; che ci si trovi di fronte all’abisso della natura umana, è evidente.

Però non sappiamo se siano davvero salutari per la giustizia, per il progresso dell’idea di giustizia, il permanere nell’ordinamento di norme che sanno comunque di medioevo, come appunto l’affissione delle sentenze a mo’ di pubblica gogna, né l’enfasi estrema delle immagini dei condannati esposte in sequenza. Ci sembra piuttosto un modo per estendere il perimetro della giurisdizione — che dovrebbe limitarsi ai processi, alle accuse, alla verifica delle prove, e all’esecuzione della pena, possibilmente depurata da estensioni inutilmente plateali — dal contrasto del singolo caso, alla vituperazione di un fenomeno, per quanto orribile esso sia.

Si tratta di un meccanismo non tropo diverso dall’accezione che nel nostro sistema penale hanno assunto per anni le indagini sulla mafia e sulla corruzione: una lotta al fenomeno prima ancora che la persecuzione della specifica condotta. Sulle pagine del Dubbio ce ne occupiamo da tempo, e con una speciale attenzione da alcune settimane, a partire da un intervento di Giorgio Spangher a cui ne sono seguiti altri di pari autorevolezza.

Naturalmente, se la mafia e la corruzione hanno assunto le sembianze del nemico assoluto che lo Stato doveva abbattere — e doverosamente, sia chiaro — adesso la violenza in famiglia, e particolarmente la violenza di genere fino al suo grado più disumano, il femminicidio, sono diventate il nuovo male assoluto. Ed anche qui: è giusto che si abbia, su atti e condotte criminali così disumani, una percezione di allarme e riprovazione assoluta. Ma espressioni del genere, verrebbe voglia di scriverlo a lettere tutte maiuscole, devono essere estranee al contesto della giurisdizione.

In alcun modo il singolo colpevole o il singolo condannato devono essere esposti a una gogna che esorbiti dalla pena giustamente severa inflitta loro da un giudice. Mai e poi mai un magistrato, anche un magistrato dell’accusa, dovrebbe arrivare — e lo diciamo con tutto il rispetto possibile per la pm di Bolzano che, nella requisitoria su Brenno, ha mostrato di pensarla diversamente — una sovrapposizione fra il singolo caso di quel processo e le altre pur gravissime, sanguinose, brutali, disumane vicende alle quali quel singolo processo può essere assimilato.

La lotta al “fenomeno” non si fa nelle aule di giustizia. Sul Dubbio mai ci stancheremo di scriverlo. Altrimenti viene meno la fiducia nel fatto che l’obiettivo della giurisdizione sia semplicemente quello di rendere giustizia, e avanza invece il sospetto che attraverso i processi e le sentenze si voglia anche compiere una qualche operazione politica. Sarebbe il peggio che si può immaginare, e a pagare il prezzo di quel “peggio” sarebbero, sono, le persone al centro del processo. Da qualsiasi parte della barricata si trovino.

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